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Parco Regionale del Vulture: urgente il decollo

Intenso e interessante dibattito a Rionero nell’incontro organizzato dalla Rivista Valori e dal quotidiano online Basilicata24

La relazione introduttiva di Giuseppe Chieppa, direttore della Rivista, ha affrontato tutte le criticità sul tappeto stimolando il dibattito a cui hanno partecipato alcuni sindaci del territorio, il Commissario straordinario Giovanni Di Bello e Francesco Masi dei NoTriv. A moderare la discussione il direttore di Basilicata24, Michele Finizio. parco

Molti i punti critici trattati

A distanza di anni dall’istituzione formale, il Parco vive una condizione di forte incompiutezza, in parte legata alla mancanza di alcuni strumenti fondamentali – come il Piano del Parco, il Piano Pluriennale Economico-Sociale e il Regolamento – e in parte connessa a un’architettura istituzionale che presenta contraddizioni interne, sovrapposizioni normative e fragilità organizzative. Due le domande centrali: Qual è lo stato dell’Ente Parco?  I fondi di bilancio sono sufficienti? Su queste due domande si è aperta una discussione rispetto alla quale i sindaci hanno sollevato una questione di risorse. “Non si può gestire un Parco con la previsione di 550mila euro all’anno stabiliti dalla Giunta Regionale. Bisogna che la Regione sblocchi i fondi delle royalties delle acque minerali, fondi congelati da 4 anni”. La sollecitazione ha una sua pertinenza se si considera che la struttura amministrativa del Parco è sottodimensionata: un geometra, un architetto e una sola unità amministrativa non possono garantire l’operatività necessaria per un ente che dovrebbe governare un ambito di quasi sessantamila ettari con habitat diversificati, emergenze naturalistiche, siti archeologici e criticità idrogeologiche di grande rilevanza. La mancata nomina del Direttore, inoltre, priva l’Ente della sua figura più strategica sul piano gestionale e rende di fatto impossibile avviare il ciclo di pianificazione e programmazione richiesto dalla normativa.

Obiettivi e governance

Gli obiettivi elencati nella normativa sono ampi e ambiziosi: tutela della biodiversità, con particolare riferimento alla farfalla endemica Acanthobrahmaea europaea, comunemente chiamata Bramea del Vulture; valorizzazione del patrimonio geologico e paesaggistico; protezione dei laghi di Monticchio; fruizione inclusiva; promozione di attività economiche sostenibili, come agricoltura biologica ed ecoturismo; salvaguardia delle tradizioni storico antropologiche e contenimento del dissesto idrogeologico. Questa ampiezza di finalità richiede però un apparato istituzionale solido, capace di un coordinamento intersettoriale e di una gestione competente. È proprio su questo fronte che emergono altre forti criticità.

La governance del Parco, così come prevista dalla legge, si articola su diversi organi: Presidente, Consiglio Direttivo, Comunità del Parco, Revisore unico e due Comitati consultivi. L’impianto appare, sulla carta, adeguato. Tuttavia, la situazione reale mostra una condizione di sostanziale paralisi: il Presidente si è dimesso e non è stato sostituito; il Direttore non è stato nominato; gli strumenti di pianificazione non sono stati adottati; il Consiglio Direttivo e la Comunità del Parco coincidono quasi perfettamente nella loro composizione, essendo costituiti dagli stessi sindaci dei nove Comuni del territorio. Questa sovrapposizione istituzionale è una delle prime evidenti fragilità: un sistema che affida ai sindaci sia il ruolo politico generale del territorio sia quello “interno” all’Ente Parco rischia un cortocircuito nella separazione dei poteri, con un’ingerenza degli interessi comunali nella gestione dell’area protetta. Ciò compromette la possibilità di un’autentica governance partecipata e indipendente, che dovrebbe invece fare del Parco un soggetto dotato di visione territoriale unitaria.

Mancano i fondamentali

E’ stato ribadito che, ad oggi, non sono stati adottati il Piano per il Parco, né il Regolamento, né il Piano Pluriennale Economico-Sociale. Il solo materiale disponibile è un documento tecnico che illustra gli orientamenti del futuro Piano del Parco, con particolare attenzione al quadro conoscitivo, al quadro interpretativo e agli scenari di sviluppo proposti. Questo documento, pur interessante, non può sostituire l’adozione formale degli strumenti di pianificazione previsti dalla legge. L’assenza del Piano del Parco comporta almeno tre conseguenze: 1. Mancanza di norme certe per regolamentare attività, interventi, fruizione, vincoli e opportunità. 2. Impossibilità di coordinare lo sviluppo locale con i principi di sostenibilità, poiché non esiste un quadro strategico condiviso. 3. Rischio di procedere a interventi frammentati, privi di coerenza con una visione d’insieme.

Royalties e conflitto normativo

Un tema delicato sollevati nel dibattito riguarda la gestione delle royalties derivanti dalle acque minerali, disciplinate dalla L.R. 43/1996. I proventi provenienti dai prelievi idrominerari hanno, per legge, una destinazione vincolata: monitoraggio, tutela e difesa attiva dei bacini idrominerari. Nella stessa normativa è prevista una quota del 20% destinata ai Comuni in cui si svolge la coltivazione delle acque minerali (Atella, Rionero, Melfi) La legge istitutiva del Parco del Vulture, LR n. 28/2017, all’art. 30, include tra le entrate del Parco anche tali royalties. Questo – secondo gli organizzatori dell’incontro – genera un evidente conflitto normativo: un finanziamento vincolato viene assorbito in un bilancio che lo considera, invece, una risorsa generale per la gestione ordinaria del Parco. Questa contraddizione produce tre criticità: 1. Incoerenza giuridica, perché una legge successiva interferisce con i vincoli di una normativa precedente. 2. Rischio di dispersione delle risorse, che potrebbero non essere più destinate esclusivamente alla tutela idromineraria. 3. Sovrapposizione di ruoli e competenze, poiché la stessa fonte finanziaria sarebbe utilizzata per finalità diverse e potenzialmente divergenti. La proposta, dunque, è di superare questa confusione attraverso la creazione di un Fondo di compensazione ambientale regionale, in cui far confluire le royalties e altre eventuali risorse (come contributi volontari o quote di responsabilità sociale delle imprese), destinandole in modo tracciabile e trasparente alla tutela del bacino, agli studi scientifici e agli interventi sulle sorgenti. È una proposta da valutare, ma la sua forza sta soprattutto nel fatto che rende evidente quanto la domanda “I fondi sono sufficienti?” sia, in realtà, da formulare meglio. Il problema non è la quantità dei fondi, ma la loro natura, la loro destinazione e la credibilità del sistema di utilizzo.

Trasparenza, politica e competenze

Lanciata anche la proposta di pubblicare annualmente un Rapporto economico-ambientale del Vulture, con dati chiari sulla destinazione delle royalties, sui progetti finanziati e sulle attività di tutela svolte nel territorio Si tratta di una proposta di grande valore democratico e partecipativo: in un territorio segnato da diffidenze storiche e da una sensibilità crescente verso il tema delle risorse idriche, la trasparenza è uno strumento essenziale per costruire una governance condivisa.

In sintesi Il quadro che emerge, dalla relazione e dal dibattito è di un Parco ricco di potenzialità, dotato di un patrimonio ambientale unico e di una forte vocazione allo sviluppo sostenibile, ma ancora privo degli strumenti fondamentali per poter funzionare. Ma non basta sapere se i fondi siano sufficienti, ma occorre comprendere quali fondi, con quale destinazione, con quali strumenti di gestione e con quale chiarezza normativa. La domanda sullo stato dell’Ente non può fermarsi alla fotografia attuale: è necessario intervenire sulle cause che generano immobilismo. Certo è che occorrono una politica di qualità e una gestione affidata a vere competenze. Concetto condiviso dal Commissario straordinario che a sua volta ha accolto gli stimoli emersi dal dibattito garantendo un impegno che consenta di creare almeno la basi fondamentali per fare finalmente decollare il Parco.