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Stellantis, Melfi: “Ti conviene davvero scendere in fabbrica a lavorare?”

2 dicembre 2025 | 17:37
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Stellantis, Melfi: “Ti conviene davvero scendere in fabbrica a lavorare?”

Il dialogo tra due colleghi, uno lavora, l’altro resta sempre a casa in Cassa integrazione. “Tra noi differenze minime di salario, da 1600 euro a 1400”. Ecco come la “rotazione”, voluta da Stellantis e firmata dai sindacati, ha fallito, alimentando collera e guerra tra poveri

Due facce della stessa medaglia, pezzi della stessa catena di ingiustizie. Due operai Stellantis dialogano, tra loro. Il primo si apre e afferma: “Questa settimana devo lavorare per 5 giorni, sarà dura, ma il capo punta molto su di me e su una squadra che è quasi sempre la stessa, con poche variazioni, si fida di noi”. Il secondo invece non ha remore nell’ammettere che gli conviene pure che le cose vadano in questo modo, e che quindi lo chiamino poco o niente, come accaduto nell’ultimo anno e mezzo. “Non mi chiamano e non vado, di certo non posso farmene una malattia, il mio numero lo conoscono, se vogliono vado, diversamente me ne sto a casa, ci risparmio pure in carburante”. Il collega che va sempre a lavorare poi aggiunge: “Guardando a ottobre scorso ho fatto 10 giornate lavorative, non sarà tantissimo però sono stato piuttosto impegnato rispetto ad altri colleghi”. Poi controlla ciò che gli è stato accreditato sul conto a ottobre e ammette: “Come stipendio ho preso 1.600 euro, immagino invece che chi non lavora prende molto meno”. Senza che neanche finisca di pronunciare la frase, irrompe il lavoratore (che non lavora) a voce alta: “Scusa, ma che vai a lavorare a fare, devi rimetterci carburante o i soldi per prendere il pullman, dov’è il guadagno, ti conviene davvero?”. A quel punto mostra la sua app, sul cellulare, con il salario di ottobre. “Guarda, senza lavorare ho guadagnato quasi 1400 euro, non è che ci sia tutta questa differenza, tu invece sottraici il fastidio di svegliarti alle 4 mezza la mattina, e ciò che ti costa scendere in fabbrica e vedi che i tuoi 1600 sono pochi, quindi che scendi a fare?”.

A quel punto l’operaio che va in fabbrica quasi sempre nella settimana in cui tocca alla sua aquadra, diventa buio in volto. Si sente evidentemente poco valorizzato ma prova comunque a reagire e a darsi unaspiegazione. “Se non scendo chiamano altri, mi sentirei comunque inutile, scartato, vado con diligenza a lavorare, non mi pesa”.

Da questo dialogo tra colleghi, in sintesi, emerge tutta l’incapacità di Stellantis a programmare quella che doveva essere la Cassa integrazione a rotazione, ovvero l’alternarsi sulla linea tra operai, trattati tutti alla pari, o quasi. Che la rotazione non funzioni, invece, è chiaro da molto tempo, e ci è stato segnalato più volte. Eppure, “la Cassa integrazione a rotazione” voluta da Stellantis è ciò che hanno firmato “anche” i sindacati di categoria negli ultimi contratti nazionali con l’azienda. E forse vigilare perché tutti lavorino quasi allo stesso modo, senza operai di serie a e serie b, sarebbe cosa saggia e giusta. A meno di non voler alimentare guerre tra poveri, ingiustizie, dissonanze cognitive, senso di sfruttamento, sentimenti di collera e furberie. E questo proprio in una fase in cui, a due passi dalla fabbrica madre, all’Indotto, tanti operai vorrebbero lavorare, sono in presidio permananente (Pmc e Tiberina) ma per loro al momento non sembrano esserci certezze future, tutt’altro. Per non parlare di tutte le maestranze della Logistica e delle ditte esterne, sempre nell’area di San Nicola di Melfi, che sono state già licenziate, mandate a casa. E ora devono ripensare il loro futuro.