Daniela Santanché, il Pd e il Marchese del Grillo
Lo scandalo dell’adesione del Partito Democratico all’operazione di difesa della Casta
La decisione del Senato di bloccare il processo per diffamazione nei confronti della ministra Daniela Santanchè, in relazione alle dichiarazioni pronunciate in Aula contro il suo ex socio Giuseppe Zeno, segna un ulteriore punto di non ritorno nella crisi di credibilità delle istituzioni parlamentari. Ma soprattutto certifica la definitiva rinuncia del Partito Democratico a qualsiasi pretesa di superiorità etica rispetto alla destra di governo a cui somiglia sempre più.
Il fatto
Il 5 luglio 2023 Santanchè, rispondendo alle richieste di dimissioni per il caso Visibilia, ha rivolto a Zeno, suo ex socio, accuse personali e allusive, dipingendolo come un soggetto dedito a manovre oscure e tentativi di pressione. Un privato cittadino, privo di qualunque ruolo istituzionale, chiamato in causa in Aula non per un confronto politico, ma per una difesa personale condotta attraverso l’attacco verso di lui.
La successiva querela per diffamazione avrebbe dovuto essere valutata in un processo da un tribunale. Invece è stata fermata prima ancora di iniziare, grazie al voto della Giunta per le autorizzazioni, che l’ha negata. Fin qui, la responsabilità politica della destra, insieme a quella dei renziani, era scontata. Lo scandalo vero è l’adesione del Partito Democratico a questa operazione di difesa della Casta.
La pezza è peggio del buco
A giustificare il voto è stato il capogruppo PD al Senato, Francesco Boccia, invocando l’articolo 68 della Seconda parte della Costituzione sulla insindacabilità delle opinioni espresse in aula dai parlamentari. Una difesa che, più che un’interpretazione costituzionale, appare come un espediente per legittimare l’impunità.
L’articolo 68 non è un lasciapassare per qualunque affermazione pronunciata in Parlamento. Non lo è mai stato. Se lo fosse, non esisterebbe la Giunta per le autorizzazioni chiamata a valutare caso per caso il nesso tra dichiarazioni e funzione parlamentare. Sostenere il contrario significa accettare l’idea che il Parlamento sia uno spazio sottratto alla giurisdizione e che così diventa più Fattoria degli animali, dove alcuni sono più uguali degli altri, che Parlamento di una democrazia compiuta e matura.
Il Partito Democratico ha scelto la tesi che un parlamentare è più uguale degli altri e può accusare un privato cittadino senza che quest’ultimo abbia la possibilità di difendere la propria onorabilità. Non perché innocente o colpevole, ma perché il cittadino semplice non conta nulla. È questa la vera gerarchia che emerge: non tra destra e sinistra, ma tra chi detiene potere istituzionale e chi no.
La Costituzione dice ben altro
Le garanzie previste nella prima parte della Costituzione all’articolo 3, sulla uguaglianza tra i cittadini, scompaiono. Questa viene sospesa quando entra in gioco la tutela della classe politica. Il PD, che da anni si presenta come custode dei valori costituzionali, ha accettato una logica da Marchese del Grillo.
Il messaggio che ne deriva è devastante: esiste una casta trasversale che, di là delle appartenenze formali, si ricompatta quando è chiamata a rispondere delle proprie parole. Un messaggio che alimenta l’antipolitica non per ignoranza delle regole, ma per osservazione del loro uso distorto.
Il Partito Democratico non può più rifugiarsi nella retorica del “studiate la Costituzione” rivolta ai cittadini. La Costituzione è scritta in italiano, non in un latinorum interpretabile solo da azzeccagarbugli di partito e dice chiaramente che le garanzie parlamentari servono a proteggere la funzione, non a umiliare i diritti dei singoli.
Penso che molti costituzionalisti possano condividere la tesi che l’articolo 3, come prima parte della Costituzione, sia alla base di ogni principio interpretativo anche della seconda parte e quindi nella valutazione del caso Santanchè l’articolo 3 avrebbe dovuto prevalere. Difendere l’indifendibile in nome di una lettura opportunistica della Carta significa svuotarla.
Ma c’è di più.
Bloccare il processo per diffamazione non è stato un atto neutro. È stato un intervento politicamente funzionale alla difesa della ministra. Non la si è aiutata a dimostrare la propria ragione nel processo ma a evitare il processo. Questo non è garantismo. È protezione di Casta in cui il PD, oltre che con le congiure di Palazzo, è maestro. Una scelta politicamente inopportuna e imbarazzante di cui dovrebbe vergognarsi e chiedere scusa. Non si può attaccare e chiedere le dimissioni della Santanché di giorno, a favore di telecamere, e proteggerla al chiuso delle riunioni di Giunta quando serve, magari contando sulla distrazione dei media.
Se questa è l’idea di alternativa alla destra di governo, allora il problema non è Meloni, ma l’assenza di un’opposizione che si senta vincolata da standard più alti di quelli dei propri avversari. Qui non siamo davanti a un errore tattico, ma a una scelta identitaria. Ancora una volta il PD condivide con questa destra aspetti dirimenti per l’identità di sinistra e dell’alternativa: la pretesa di criminalizzare il dissenso verso Netanyahu, il sostegno alla Commissione Von de Leyen, al riarmo, la posizione bellicista verso la Russia con una postura non coerente con l’articolo 11 della Costituzione, e sempre più agisce da sponda invece che da antagonista del governo Meloni.
Il Partito Democratico ha deciso da che parte stare, quella della destra. I cittadini hanno diritto a una alternativa vera alla destra. Tutto il resto è noia.
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