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La riforma della magistratura e i giochi di potere

Per una lettura politicamente scorretta e provocatoria del dibattito sul referendum

Provo a dare una lettura politicamente scorretta, provocatoria e pure alternativa al dibattito di queste settimane sul voto referendario riguardo alla cosiddetta riforma Nordio della magistratura. Questo referendum è un ring. Un’arena nella quale si scontrano poteri. Il potere giudiziario, il potere esecutivo e quello legislativo? No. I poteri che si scontrano sono interni a quelli previsti dalla Costituzione.

Lo scontro è tra il potere dei magistrati, il potere dei politici e delle alte sfere della burocrazia e dei poteri economici. I cittadini, comuni mortali, c’entrano nulla. E c’entrano nulla perché la “riforma” nulla ha a che vedere con il funzionamento della macchina giudiziaria perché non è una riforma del sistema giudiziario nel suo complesso, ma ripeto una riformina della magistratura. Ecco perché il referendum non è altro che un teatrino che riserva ai cittadini un ruolo di comparsa. Una comparsa utile a legittimare uno “sfondo democratico” a uno scontro tra poteri. Per capirci, i sudditi devono scegliere tra le ragioni (interessi) di un re e quelle di un altro re. I sudditi sono chiamati a confermare se il potere dei politici debba prevalere su quello dei magistrati e viceversa. Seppure, essi, i cittadini sono spesso vittima sia dell’uno che dell’altro potere.

La separazione delle carriere, due Csm, il sorteggio, e via dicendo servono per cambiare i rapporti di forza tra i due poteri. Tutto qui. I magistrati disonesti o inadeguati o corrotti o asserviti a poteri politici ed economici saranno sempre lì con la loro sacra indipendenza che in sostanza vuol dire “libertà di fare quello che gli pare”.

Saranno sempre lì a coprirsi a vicenda, a danneggiare il cittadino impotente specie quando questo non ha le risorse per difendersi degnamente. Il rapporto tra cittadini e tribunali sarà sempre lo stesso: arroganza contro impotenza, lungaggini contro diritti, logoramento della vita di chi finisce, parte offesa o imputato, nel tritacarne del sistema. Saranno sempre lì a decidere chi sono i figli, chi i figliastri e chi i figli di ignoti. I magistrati fannulloni continueranno a fare i fannulloni, e quelli che lavorano seriamente continueranno ad essere ostacolati dai fannulloni.

I politici disonesti, incapaci, corrotti e asserviti a poteri economici saranno sempre lì con la loro pretesa di “eletti dal popolo”. Rappresentanti eletti (nominati) che si ergono a tutori della democrazia il che significa fare quello che gli pare. E quindi mettere il bavaglio ai giornali ancora liberi e mettere al guinzaglio la magistratura.

I poteri economici e le grandi imprese, anche a partecipazione statale, saranno sempre lì a vincere le cause anche per reati gravi, grazie agli eserciti di avvocati pagati oro e all’inadeguatezza dei magistrati, grazie al garantismo di comodo. Saranno sempre lì a inquinare, a licenziare, a contare morti sul lavoro, a trasferire denaro nei paradisi fiscali.

E qualcun crede che separando le carriere tutto questo cambierà? No. Qualcuno crede che opponendosi alla separazione delle carriere qualcosa cambierà? No. Qualcosa potrà cambiare soltanto se i principi costituzionali, tutti, saranno pienamente o completamente applicati nella realtà della vita sociale, economica e politica del Paese.

E dunque fin quando non ci saranno magistrati indipendenti, la magistratura non sarà mai indipendente. Fin quando non ci saranno magistrati capaci di applicare la legge con imparzialità, la legge non sarà mai uguale per tutti. Fin quando ci saranno innocenti perseguitati e incarcerati e colpevoli in libera circolazione, non saremo mai in un Paese civile. Il garantismo e il giustizialismo sono due categorie devianti. Né l’una né l’altra ci aiutano a comprendere la portata dello scontro. I cittadini dovrebbero pretendere una giustizia senza aggettivi: dovrebbero pretendere il rispetto della Costituzione da tutti coloro che agiscono all’interno dei poteri costituzionali.

In conclusione, andiamo pure a votare, ma con la consapevolezza che un si o un no, cambieranno la facciata dell’edificio e magari i rapporti di forza tra gli inquilini. Eppure, quell’edificio ha bisogno di una profonda ristrutturazione interna e di una seria revisione delle fondamenta. Senza riforme coraggiose, che mettano al centro i cittadini, e con una Costituzione continuamente maltrattata, questo non sarà possibile. Dunque il voto di marzo sia la scintilla per una svolta democratica vera che parta dai luoghi del pensiero, del lavoro, dell’arte, della partecipazione civile. Che parta da una spinta popolare condizionata esclusivamente dalla necessità di ricostruire un Paese in grave declino, avviluppato in un vortice di decadenza.