L’ingegneria dell’anima nel tempo dell’intelligenza artificiale
Questa “dittatura del liscio” si è trasferita anche sui vostri corpi, cari giovani, trattati come l’ultimo modello di smartphone: privi di pori, di rughe, di irregolarità
Ho passato settant’anni a calcolare carichi di rottura, a studiare le forze che tengono in piedi gli edifici e quelle che inevitabilmente tendono ad abbatterli. Per un ingegnere il mondo è una questione di statica ed equilibrio: nulla sta in piedi per caso. Eppure, arrivato a questa età, mentre osservo il mondo attraverso lo schermo di un computer, che sembra saperne più di me, mi rendo conto che la costruzione più fragile e complessa non è fatta di cemento armato o acciaio, ma di quella materia impalpabile, che ci ostiniamo a chiamare felicità.
Vitruvio nel suo De Architectura sosteneva che ogni opera ben fatta dovesse possedere tre qualità: firmitas (solidità), utilitas (utilità) e venustas (bellezza). Oggi, guardando al modo in cui rincorriamo il benessere nell’era digitale, mi chiedo se non abbiamo perso la prima: la nostra felicità appare sempre più come una tensostruttura precaria, tirata da cavi invisibili — notifiche, like, algoritmi predittivi — pronta a crollare al primo soffio di vento o alla prima caduta di connessione. Questa fragilità strutturale nasce da un errore di calcolo, che è prima di tutto linguistico. Ci siamo abituati a tradurre la parola latina felicitas, sovrapponendola mentalmente all’inglese happiness. Ma le parole sono archivi storici, non etichette interscambiabili. Happiness deriva da hap, “caso”, “fortuna”: è qualcosa che ci piove addosso come una vincita alla lotteria, una visione passiva e consumistica dell’emozione. I latini, costruttori di strade e acquedotti, avevano un’idea più solida: felix condivide la radice di fecundus (fecondo), dell’albero che porta frutto (arbor felix). La felicità latina è un processo di crescita, una pianta che va innaffiata e potata.
Oggi invece comprimiamo le emozioni in icone gialle e barattiamo la complessità del congiuntivo — il modo della simulazione e del progetto — con l’indicativo presente dei social network: “io sono qui”, “io mangio questo”. Abbiamo ucciso la sfumatura, trasformando l’ecosistema biologico dell’anima in un segnale binario: zero o 1, on o off.
Il sistema digitale vi spinge verso la rassicurante pancia della “curva di Gauss”, la distribuzione normale, dove tutto è mediato e prevedibile. L’algoritmo di Netflix o TikTok non vuole sconvolgervi, vuole normalizzarvi. Ma la vita vera non è lineare: procede per “transizioni di fase”, come l’acqua che a cento gradi diventa vapore. La felicità non è un aumento graduale di follower, ma un salto quantico, una risonanza violenta e pericolosa, che può spaccare le vostre certezze. Cercando di evitare ogni vibrazione per paura di soffrire, state smorzando il sistema: siete sicuri, ma siete spenti.
La felicità non è uno stato di riposo, ma uno stato di bassissima entropia strappato al caos con fatica: l’idea che debba essere “facile” è una bugia termodinamica.
In questa era di “algoretica” stiamo delegando la scelta della felicità a una black box (scatola nera). Le macchine elaborano miliardi di parametri, che nessun umano può controllare e ci dicono cosa guardare o chi amare, senza saper rispondere al “perché” in termini umani. È l’inferno del desiderio: esso ha bisogno di una differenza di pressione, di un vuoto, ma l’algoritmo riempie quel vuoto un millisecondo prima che si formi, uccidendo la ricerca nella culla. Viviamo in un mondo progettato per essere frictionless, senza attrito. Ma senza attrito non c’è moto: l’auto non curverebbe e noi non potremmo camminare. La soddisfazione richiede la resistenza del materiale, richiede di scalare la montagna e non di essere teletrasportati in cima in un istante. Questa “dittatura del liscio” si è trasferita anche sui vostri corpi, cari giovani, trattati come l’ultimo modello di smartphone: privi di pori, di rughe, di irregolarità. I filtri digitali cancellano la “mappa geologica” del vostro volto, fatta di cicatrici e sorrisi passati, trasformandola in una superficie di plastica, che respinge ogni presa profonda.
Siete caduti nel vecchio errore del dualismo cartesiano, parlando del corpo come di un’auto a noleggio da ammodernare o sostituire. Ma noi non “abbiamo” un corpo, noi siamo il nostro corpo. Viviamo in un regime di anestesia sensoriale parziale, usando solo vista e udito e perdendo il “feedback aptico”, il calore termico della pelle dell’altro. È quella che chiamo “perdita di pacchetti” (packet loss): ci mandiamo emoji di baci, ma soffriamo di una fame di pelle, che l’algoritmo non può codificare.
Non è solo lo spazio ad essersi contratto, ma anche il tempo. La tecnologia, dalla lavatrice al 5G, è nata per “risparmiare” tempo, ma ha finito per densificare le attività umane. In un’ora gestite cento interazioni superficiali invece di una profonda. Siete vittime del mito del multitasking, che tecnicamente non esiste: il cervello, come una CPU, esegue un trucco chiamato Context Switching, che ha un costo energetico enorme e lascia un “residuo di attenzione”, che vi impedisce di essere davvero concentrati.
Per entrare nello stato di flow (flusso), dove il tempo sparisce e la gioia emerge, occorre profondità, non l’ampiezza di chi sa un po’ di tutto, ma non capisce nulla davvero.
In fabbrica un tempo il nemico era il padrone, oggi avete interiorizzato il caporeparto. Siete “imprenditori di voi stessi” in una società della prestazione, che ha trasformato il “tu devi” nel ben più insidioso “tu puoi”. Questo auto-sfruttamento porta al burnout, l’infarto dell’anima, dove il materiale dice: “non posso più potere”. Abbiamo smaterializzato il lavoro trasformandolo in un ciclo infinito di contenuti effimeri, la fatica di Sisifo dell’era digitale.
La cura è l’ozio creativo: non la pigrizia, ma l’intersezione magica tra lavoro, studio e gioco, dove l’attività non ha il profitto come fine, ma la ricchezza interiore come effetto. Anche la nostra polis è in crisi. Voi giovani siete la generazione più connessa eppure la più sola della storia. La piazza fisica, luogo di eterogeneità, è stata sostituita dal corridoio di specchi dei social, dove l’algoritmo vi chiude in camere dell’eco con persone identiche a voi.
Abbiamo rimosso i “corpi intermedi”, agendo come un’auto senza ammortizzatori, dove ogni buca arriva diretta al telaio. Questa chiusura “immunitaria” verso l’altro ci rende paranoici e ci impedisce di essere felici, perché la felicità politica richiede invece la logica della communitas, del dono reciproco.
Abbiamo persino sbagliato il calcolo del sistema-Terra, trattandolo come aperto e infinito, mentre i sensori ci dicono che l’entropia sta tornando indietro. Dobbiamo imparare dalle piante: esse non hanno un cervello centrale (un Single Point of Failure), ma un’intelligenza distribuita e simbiotica. La vostra felicità dipende dalla salute del terreno in cui siete piantati. Per ritrovare l’equilibrio, occorre lo sguardo lungo della storia – i “big data” degli antichi – e il recupero del rito contro la routine meccanica. Il rito ferma il tempo, crea cornici dove la felicità può risplendere.
Concludo, ricordandovi che l’essere umano ha bisogno di un “fuori”, di una dimensione, che la matematica non spiega. Non fermatevi al piano terra del piacere immediato; cercate la beatitudine, quella pace profonda, che resiste anche nelle tempeste. Antonio Santoro, ingegnere Potenza


