Stellantis e indotto: la politica prova a svegliarsi, ma non si alza dal letto
Scusate la franchezza, ma la risoluzione unitaria in Consiglio regionale è una montagna di impegni che partorirà un topolino
La risoluzione su Stellantis e indotto approvata all’’unanimità dal Consiglio regionale è un buon segnale. Lo è da un lato perché su temi così delicati e strategici l’unità delle forze politiche è importante. Lo è dall’altro perché sancisce uno sforzo istituzionale necessario. Tuttavia, scusate la franchezza, credo che quella montagna di impegni partorirà un topolino. La risoluzione ha un valore politico apprezzabile, ma non potrà produrre effetti concreti sull’occupazione e sullo sviluppo. E’ la mia modesta opinione che qui provo a spiegare.
Prima di tutto la risoluzione è una pletora, piena zeppa di richieste e di impegni anche disarticolati tra loro sia nei tempi sia nelle modalità di attuazione. Non tiene in debito conto le dinamiche sul mercato globale del settore e ignora gli obiettivi delle “controparti”. Alcuni punti sembrano desideri, più che proposte. Il Consiglio regionale si è mosso come se avesse il potere di incidere su fattori esterni e su variabili legate a decisioni su cui neanche il governo nazionale può fare molto, anche se volesse.
Alla base del documento pare vi sia una carenza di analisi sull’evoluzione degli scenari geopolitici e geoeconomici che coinvolgono non solo l’automotive, ma l’intero sistema industriale europeo e mondiale. E vi è, inoltre, una carenza di analisi sulle responsabilità dei proprietari delle aziende dell’indotto che in questi lunghi anni si sono accomodati sulla bambagia dello stabilimento automobilistico di Melfi, con l’unico impegno di intascare profitti e denaro pubblico. Ma vi è anche l’assenza di un’analisi sull’attuale sistema delle imprese in Basilicata e delle modalità di funzionamento della politica e del potere economico. A molte delle cose scritte nel documento mancano le basi politiche e culturali su cui poggiarsi. E sarebbe interessante conoscere se nelle sedi di partecipazione i diversi partiti hanno preventivamente aperto un dibattito con i loro iscritti e militanti.
Il documento parla esclusivamente ai governi regionale, nazionale e alla UE, i quali sono chiamati, in diversa misura, a sostenere la filiera automotive. Nulla si scrive a proposito delle scelte assunte dalle multinazionali in questi anni, come se la crisi avesse origini solo politiche e come se gli azionisti, ossia i padroni, degli stabilimenti fossero vittime della UE, dei governi, del crudele destino. Siamo ridotti ad aiutare noi quelle “povere vittime” che nel frattempo hanno assorbito risorse pubbliche e intascato profitti, mentre si faceva pagare il prezzo della crisi ai lavoratori e alle loro famiglie. Ed è soltanto aiutando loro – questa è la logica del documento – che riusciremo a salvaguardare l’occupazione. In fondo è così: salvaguardare il lavoro è obiettivo delle istituzioni pubbliche e dei sindacati, non certo delle multinazionali. Queste hanno un solo scopo: il profitto, garantire il ristorno ad azionisti come BlackRock, The Vanguard , Exor e tutti gli altri. Per loro i lavoratori sono uno strumento da usare all’occorrenza al minor costo possibile fino a quando l’automazione non li spedirà tutti a casa. Insomma, nel documento non un accenno alle responsabilità delle aziende e agli impegni che queste dovrebbero assumere.
E qui noto una contraddizione che ricorre spesso nel dibattito e anche nella risoluzione. Si spinge verso l’automazione, l’innovazione digitale, pur sapendo che questa prospettiva si sposa con l’espulsione di gran parte del lavoro umano dalla produzione. Su questo ho già scritto come la penso: la priorità del futuro non è il lavoro salariato, ma la liberazione dal lavoro salariato.
E poi c’è una questione di tempi. Per mettere in cantiere tutto quanto scritto nel documento, semmai possibile, ci vorranno decenni. E qui un’altra contraddizione: si persegue un obiettivo basato sulle presunte condizioni del presente e dando per scontato che tutto resterà fermo, persino il governo Meloni, l’Europa com’è oggi e gli assetti mondiali attuali. Nel frattempo l’IA e il resto degli accadimenti porteranno il mondo e i sistemi produttivi in altre direzioni. L’obiettivo si sposterà continuamente e noi avremo esaurito le frecce per colpirlo.
Un altro dubbio lo solleva il richiamo a un “Patto per il rilancio industriale della Basilicata 2030”, insieme alle parti datoriali, sindacali, le amministrazioni regionali e locali e tutti i soggetti territoriali competenti. Questa è l regione dei patti che non hanno mai prodotto alcunché. E quel richiamo sa tanto di retorica.
Detto questo, ma ci sarebbero altre pulci da fare, il tema che qui sollevo riguarda il futuro non di Stellantis e dell’indotto, ma dell’economia e dello sviluppo della Basilicata. A parte le mie opinioni, è auspicabile che l’impegno del Consiglio regionale riesca almeno a frenare l’emorragia di lavoro e di diritti nel sistema delle imprese nell’area industriale di Melfi e non solo. Tuttavia, devo segnalare, sempre a mio modesto parere, una debolezza complessiva dell’approccio politico ai fatti dello sviluppo. Si è scelta la strada del petrolio, dell’energia e dell’industria di provenienza esogena e adesso questi sono i risultati. Bisogna provare a invertire questa rotta che non ha una bussola.
Senza una visione di sviluppo che tenga conto delle potenzialità e delle caratteristiche profonde della Basilicata il cammino sarà sempre più difficile. Siamo una regione che dovrebbe vestire abiti che nessuno cuce. Una regione costretta, invece, a indossare abiti che non le appartengono. Se ci si concentra su un polo industriale o sull’altro ricorrendo emergenze e contingenze, il futuro lo perderemo di vista. Doveroso l’impegno finalizzato a risolvere i problemi che nascono “oggi qui”, apprezzabile la volontà. Tuttavia questo non basta. Salvare un solo albero non significa garantire un futuro alla foresta. Occorre avere un’idea di “Basilicata nel futuro” e caratterizzare un modello di sviluppo che sia compatibile con la vita delle persone invece che con le tasche degli azionisti. Su questo la politica fa fatica a sviluppare un ragionamento che sia alternativo al pensiero economico che ci ha portati al disastro. Eppure, il documento approvato segna tragitti tipicamente neoliberisti rincorrendo un modello industriale sbagliato al quale nessuno contrappone un modello alternativo. In conclusione una domanda: ma chi l’ha scritto quel documento?
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