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Basilicata esaurita: adesso la paura è che finisca il petrolio
Francesco Cupparo, assessore regionale allo Sviluppo economico

La fine degli idrocarburi è lontana. Tuttavia la regione rischia di entrare sul tracciato di una pessima transizione: dalla marginalità all’esclusione, dalla servitù alla schiavitù, dalla povertà alla miseria

“Il calo di produzione di idrocarburi nel 2025 e di conseguenza del gettito delle royalties per la Regione e delle rimesse dirette ai Comuni, già ampiamente prevista ed oggi comunicata dall’Unmig, sia pure con i dati ufficiali relativi ai primi nove mesi (gennaio-settembre) 2025, ci impone di accelerare le scelte per rendere sempre più produttiva ed efficace la spesa derivante dalle royalties e quella per i progetti no-oil”. (…) “La proposta di destinare tutti i fondi no-oil non ancora impegnati a progetti “a regia regionale” resta, inoltre, l’opzione principale per gestire direttamente le risorse di cosiddetta compensazione ambientale e per poter rispondere alle richieste che ci arrivano da aziende e offrire opportunità occupazionali”. Così l’assessore Cupparo in una nota inviata alla stampa .

Su queste dichiarazioni un solo commento: tutti i fondi utilizzati da Regione e Comuni, ad oggi, non hanno prodotto alcun risultato in termini di sviluppo e occupazione. Sulle dichiarazioni di Cupparo sono intervenuti Roberto Cifarelli, Pd, e Vincenzo Esposito, Cgil i quali fanno un ragionamento condivisibile, ma retorico.

Parliamo dell’illusione o della delusione, a seconda dei punti di vista, che il petrolio sia destinato a soccombere a breve alle fonti rinnovabili. Questa illusione o delusione costringe i nostri politici ad agitarsi in vista del declino petrolifero e quindi della imminente scomparsa delle royalties.

Purtroppo, dal nostro punto di vista, non è così. Il calo della produzione nel 2025 è dovuto principalmente al naturale declino della produttività dei giacimenti esistenti. E quindi le compagnie è sui nuovi siti che puntano. Nuove trivellazioni. Perché? Semplicemente perché la domanda di petrolio cresce ed è destinata a crescere. Il petrolio continuerà a essere una fonte di energia significativa ancora per almeno altri 30 anni o addirittura oltre.

Nel 2024 la domanda mondiale di petrolio è aumentata di quasi 1 milione di barili al giorno rispetto al 2023, un incremento più basso di quello dell’anno precedente, ma solo per causa del raffreddamento dell’economia cinese.  Con Trump al potere negli Usa, sono stati modificati anche gli scenari dell’IEA (Agenzia Internazionale dell’Energia) sull’imminente “picco del petrolio”. In pratica, le previsioni dell’agenzia sulla fine degli idrocarburi sono state riviste e proiettate più avanti negli anni: “la domanda di Oil&Gas potrebbe continuare a crescere fino al 2050.”

Ricordiamo che la concessione Gorgoglione (Tempa Rossa) a Total in Basilicata, precedentemente prorogata fino al 2023, è stata rinnovata dalla Regione Basilicata nell’aprile 2024 per cinque anni (quindi fino al 2029), con la possibilità di estendere le attività estrattive per molti anni ancora, prevedendo, non a caso, anche l’apertura di nuovi pozzi: Gorgoglione 3 e 4.  Mentre l’attività di Eni in Val d’Agri è prorogata almeno fino al 2029. A quella data si dovrà rifare, è molto probabile, un accordo per un’ulteriore proroga. Anche Eni chiede nuovi pozzi .

Insomma, per mantenere gli attuali livelli di produzione dovranno essere scoperti e messi in produzione enormi quantità di petrolio e gas. Perché il petrolio rimane cruciale per il trasporto (veicoli aerei, marittimi e su strada) e come materia prima per l’industria petrolchimica (plastica, fertilizzanti, ecc.).  Almeno per i prossimi 20 anni, dicono alcuni esperti, per l’industria il petrolio sarà insostituibile. In sintesi, il petrolio non scomparirà a breve, ma forse, la sua centralità diminuirà progressivamente man mano che le alternative energetiche diventeranno più diffuse ed efficienti. Ma quando?

Certo è che le multinazionali del petrolio tireranno la corda fino a quando i profitti drenati nel mercato energetico attuale non saranno rimpiazzati dal nuovo sistema alternativo. La loro attenzione è concentrata sulla “transizione dei profitti” dagli idrocarburi alle energie alternative con l’occhio sempre attento alle speculazioni finanziarie.

In tutto questo dibattito e nel pieno di una competizione mondiale, la sensazione è che in Basilicata si ragioni senza una visione ampia delle questioni sul tappeto. Un vincolo a ciò che accadrà è dato dal modello dei consumi, specie in occidente e nei Paesi più ricchi e dal modello economico-sociale fondato sulle ragioni ideologiche del neoliberismo e della struttura neo capitalistica dei mercati.

Non ci sarà una vera transizione ecologica senza un rovesciamento delle logiche di dominio che ingabbiano il mondo. Senza il passaggio dal profitto alla condivisione, dalla competizione alla cooperazione, dagli interessi nazionali agli interessi del Pianeta; dagli attuali paradigmi del mercato e delle società di mercato all’umanizzazione dell’economia. Il dogma del lavoro, la divisione sociale delle ricchezze, le disuguaglianze, le povertà, i conflitti etnici, religiosi, economici, il ridimensionamento sostanziale delle democrazie, sono tragiche variabili che ostacoleranno qualunque transizione comunque la si chiami. Soprattutto se, nera o verde, la strada sarà sempre quella dell’accaparramento egoistico delle risorse e delle guerre utili allo scopo. Senza, ripeto, il superamento dell’attuale modello capitalistico di sviluppo fondato sull’ideologia neoliberista, tutto sarà più difficile o impossibile. È questo il nodo.

Dunque, intanto che aspettiamo le transizioni energetica ed ecologica, la Basilicata sembra destinata a soccombere all’inevitabile necessità di incrementare la produzione di energia fossile, “per il bene del Paese”. Nel processo di trasformazione verso la nuova prospettiva energetica ed ecologica è probabile che, nell’attesa, alcuni territori dovranno sacrificarsi. Tra questi vi è la Basilicata dove “le potenzialità produttive di petrolio, gas, sole e vento non sono ancora tutte sfruttate.” Se queste insistenze da parte di politici, governi, opinion leader, imprese locali e multinazionali, troveranno positivo riscontro nei prossimi anni tutte le chiacchiere intorno allo sviluppo di questa piccola regione se le porterà via una sola tempesta. E non sarà certo una Hydrogen Valley qualunque, o la devastazione causata dai parchi eolici selvaggi, a garantire una specie di sviluppo 4.0 della regione. Non saranno certo Eni e Total a preoccuparsi del futuro del territorio nel post-petrolio.

Piano strategico, Pnrr, ammesso che siano teoricamente destinati a funzionare dovranno fare i conti con una realtà che marcia in senso contrario. Basilicata, terra di produzione di petrolio e gas al servizio della Nazione, destinata a diventare, per la felicità di alcuni, terra “energetica nell’eden del green”. Chiacchiere. La Basilicata rischia di diventare terra di scarico degli scarti provenienti dallo sviluppo di altri territori nel Paese e all’estero.

Il mondo andrà lento, molto lento nel cammino verso la transizione energetica ed ecologica, figuriamoci in questa fragile e addormentata Basilicata. Se l’industria estrattiva continua con le emissioni inquinanti (perché tali sono) proseguirà a danneggiare la salute delle persone, l’economia dei luoghi e il patrimonio naturale. La stessa cosa vale per gli altri impianti impattanti e inquinanti. Se questo accadrà ancora nei prossimi 30 anni, senza che ci sia un intervento massiccio e radicale nel presente, il cerchio-bersaglio (l’obiettivo) di una crescita sostenibile e di uno sviluppo armonico, si sposterà sempre più avanti allontanandosi nel tempo. E sarà più difficile usare l’arco da quella distanza. E’ ora di parlare di meno e fare di più. Fare cosa?

Dare una svolta, anche con inversioni radicali, alle traiettorie future di sviluppo puntando seriamente e con una competente programmazione sugli asset principali del territorio, armonizzandoli in una visione complessiva: acqua, agricoltura, cultura, turismo, arte, piccola e media impresa a vocazione locale e ad alta tecnologia. L’energia e i suoi derivati trattiamoli come strumento non come fine o addirittura come fondamento dello sviluppo. Abbiamo dimostrato in questi anni molta incapacità nell’uso dello strumento energetico e scarsa consapevolezza di quanti danni abbia arrecato alla regione la rincorsa a inutili palliativi.

Intanto, assistiamo alle solite giaculatorie sulle royalties e sul loro utilizzo, sui progetti no-oil e sull’impatto occupazionale, sul rispetto degli accordi (quali?) da parte di Eni e Total, eccetera eccetera. Adesso, tardi, qualcuno comincia a chiedersi che fine faranno interi territori nel dopo petrolio. Tranquilli, bisognava pensarci prima. Tuttavia, la “catastrofe” post petrolio non è purtroppo imminente. E’ in atto da decenni, invece, il massacro delle potenzialità di sviluppo della Basilicata e la svendita del suo patrimonio. Se si continua di questo passo, con una classe politica e dirigente assolutamente inadeguata e disorientata, l’unica transizione che coinvolgerà da protagonista questa regione, lo ripetiamo, sarà la transizione dalla marginalità all’esclusione, dalla servitù alla schiavitù, dalla povertà alla miseria. E scusate se è poco.

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