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Crisi idrica in Basilicata: dal silenzio alla “convegnite”

I convegni non cancellano anni di silenzi, scelte subite, limiti accettati con negoziazione ambigua e una crisi annunciata che oggi viene raccontata come improvvisa

Per due anni – anzi, per sette lunghi anni dal 2019 – in Basilicata la crisi idrica non esisteva. Si sapeva, certo. Tutti sapevano. Ma non si poteva dire.
Un tabù. Una parola proibita. Un fastidio da rimuovere, come la polvere sotto il tappeto degli invasi “tuttapposto”. Le limitazioni di invaso? Subite.
Negoziate? Mai realmente. Spiegate ai cittadini? Figuriamoci. Al massimo, qualche convegno riparatore, sporadico e tardivo, utile più a lavarsi la coscienza che a chiarire responsabilità e scelte. Poi il silenzio. Fino a quando l’acqua è finita davvero.

Oggi però il tabù è caduto. Lo certifica non solo la Puglia, ma addirittura l’Università delle Nazioni Unite col titolo “Bancarotta Idrica irreversibile.” Globale. E come spesso accade in Basilicata, si è passati da un estremo all’altro: dal mutismo assoluto alla convegnite acuta. Come e accaduto e accade per Stellantis, Smart Paper, aree inquinate da trenta anni e non bonificate. Omertà, affari, consulenze.

Dalla siccità ai convegni, senza soluzione di continuità Convegni ovunque. Tavoli. Workshop. Osservatori. Stati generali. La crisi idrica è diventata improvvisamente di moda. In prima fila, manco a dirlo, l’Università della Basilicata, che oggi sproloquia sulla crisi idrica in un covegno Cia, Cgil, Legambiente. L’Università arriva persino a provocare sul tema della ricarica delle sorgenti, con titoli degni di una rivista di sci alpino: sparare neve artificiale sulle piste per poi farla infiltrare e “ricaricare” le sorgenti a secco. Ci sono anche soggetti che pesano di realizzare piste sentetiche a Monte Carmine, ai lati del bosco di acciaio eolico.

Alcune domande semplici, quasi banali: su base di quale studio scientifico in letteratura? con quale progetto di fattibilità tecnica, economica e ambientale?  in quali contesti idrogeologici comparabili? Perché qui non siamo a Cortina, e nemmeno in Colorado, ne’ nella Groenlandia geopolitica.
Ranking, deroghe e amnesie selettive.

A proposito di Università: l’ultimo ranking globale Times of Higher Education (THE) non vede comparire l’Università della Basilicata. Ci saprebbero dire perché? E già che ci siamo, potrebbero anche spiegare: quale sia stato il loro ruolo nelle limitazioni di invaso imposte dal 2019;  perché oggi la Puglia, col Piano di Emergenza, propone di rimettere tutto in discussione; e perché il 90% delle dighe interessate ricade guarda caso in territorio lucano.
Un dettaglio non secondario: un docente UniBas, titolare di accordo con Eipli dal 2016, e firmatario dello studio di rivalutazione della piena idraulica che confermava la limitazione di invaso della diga della Camastra.

Allora le domande sono inevitabili: perché siamo andati in deroga a quel limite? e perché, se verranno fatti ulteriori lavori, si prevede di andare ancora in deroga invasando? Le deroghe valgono solo per l’acqua o anche per i ranking internazionali? Il Times The va in deroga all’Università della Basilicata? Se sì, potremmo farne a meno anche noi. Del resto parliamo di un ateneo in crisi strutturale da vent’anni, che ha perso il 50% degli iscritti, e lo sanno bene il 70% dei futuri ingegneri lucani, che scelgono di laurearsi altrove.

Le “sentinelle dell’acqua” e il déjà-vu lucano. Ora ci propongono le “sentinelle dell’acqua”: presidiare invasi, risorse, infrastrutture. Un’idea suggestiva, quasi poetica. Tra una settimana bianca e un progetto europeo sulla costa Jonica. Peccato che in Basilicata abbiamo già visto all’opera le “sentinelle del mare” sullo Jonio, con le loro buone pratiche finite dritte dritte nell’inchiesta “Mare Nostrum” della Dia di Taranto e Potenza.

Qui la convegnite è talmente avanzata da riuscire a costruire best practice sulle best practice, in un loop autoreferenziale che non produce né acqua né responsabilità. Meglio parlarne, certo. Ma non basta. Sia chiaro: è meglio parlarne oggi che continuare a fingere che fosse tutto sotto controllo.
Meglio questa bagarre che quei seminari al limite del negazionismo con claque comandata negli ordini professionali. Meglio la convegnite del mutismo del “tuttapposto”. Ma parlare non assolve. E i convegni non cancellano anni di silenzi, scelte subite,  limiti accettati con negoziazione ambigua e una crisi annunciata che oggi viene raccontata come improvvisa. La crisi idrica in Basilicata non è una calamità naturale. È una questione politica, tecnica e istituzionale. E finché resterà tradotta in slide, bagarre di tavoli, osservatori e sentinelle immaginarie, l’unica cosa che continuerà a scorrere abbondante non sarà l’acqua, ma la retorica di basso profilo. *Pietro Simonetti Cseres