Gli onesti impiegati pubblici e il conflitto con la coscienza
Se avessero un po’ di coraggio la Basilicata sarebbe una regione migliore
In maggioranza dipendenti pubblici: all’Inps, all’Agenzia delle entrate, alle Poste, a Scuola, al Municipio, alla Regione e così via. Insomma ci siamo capiti. Spesso sono persone oneste, gente perbene. Hanno vinto un concorso regolare. Fanno il loro lavoro fino all’ultimo minuto, tornano a casa puntuali per il pranzo o per la cena, allevano figli abituati a una famiglia presente. La spesa al supermercato con cautela. Orari sempre quelli, vacanze come si può, domeniche sacre e indivisibili.
Sono gli onesti impiegati della pubblica amministrazione, uomini e donne. Non fanno carriera, preferiscono rimanere al loro posto fino alla pensione. Si nascondono nei momenti difficili, quando la circostanza richiederebbe una presa di posizione. Ma sono onesti e oneste. Mai un’assenza per malattia che non sia vera. Mai un permesso senza motivo. Puntuali al timbro d’ingresso e anche a quello d’uscita. Difficilmente abbandonano la scrivania per andare al bagno o per bere un caffè. Anzi se un collega li invita a prendere aria loro s’imbarazzano. L’orario di lavoro è sacro. Senza fare tante storie si lasciano scavalcare dai colleghi fannulloni, quelli protetti da qualche santo in paradiso, assunti senza concorso o raccomandati con concorso. “E’ così che funziona.”
Pensano che sia meglio farsi i fatti propri, ma hanno la coscienza che morde. Perciò alla prima occasione, con ritegno e nell’intimità, criticano. Criticano i colleghi e le colleghe nullafacenti, quelli che prendono il caffè nel corridoio e ci passano quasi la mezz’ora. Si indignano in privato per quel collega che in quattro e quattr’otto da geometra che era è diventato ingegnere. “Si è comprato la laurea per fare carriera.” Criticano gli esponenti politici, i direttori, i loro capi ufficio, le istituzioni, ma con molto riserbo. Provano forte simpatia nei confronti di quelli che denunciano apertamente le malefatte, le ingiustizie, gli abusi. Ma non lo fanno sapere. Qualche volta si espongono, e quella volta non dormono la notte. “Chissà il capo che cosa penserà di me”. “Speriamo che nessuno abbia letto quel mio commento su Facebook”.
Sono incazzati dentro. Con se stessi e con il resto del mondo. Però resistono. Lo fanno per la prole. Sperano per i loro ragazzi una vita da capi, da direttori o da manager. Proiettano il loro futuro, scaduto, sulla speranza dei figli. Per la verità molti di questi ragazzi si laureano, non qui ma altrove, anche con bei voti. Ragazze e ragazzi seri, indisponibili a compromessi ambigui, con una forte carica di dignità. Tant’è che cercano spazi di futuro in terre lontane. In casa dei genitori si può tornare per i cavatelli col sugo che “come li fa la mamma non li fa nessuno”. Si torna per abbracciare la famiglia che ha fatto tanti sacrifici. Poi si riparte.
Gli impiegati e le impiegate onesti, vivono come sul filo dell’equilibrista. E non “è tutto un equilibrio sopra la follia”, ma un equilibrismo tra l’essere e il dover essere. Non cadono quasi mai, ma neanche arrivano alla meta che non hanno. Sono sospesi, per tutta la vita, tra la coscienza che chiede di esplodere e la pancia che trattiene ogni azzardo. Sembrano degli ignavi, ma sono soltanto spaventati e spaventate. Se avessero un po’ di coraggio la Basilicata sarebbe una regione migliore.
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