Israele-Gaza: chiesta la rimozione di Francesca Albanese
Una vergognosa ritorsione nei confronti di chi ha denunciato Francia, Germania e Italia per commercio di armi con Netanyahu
Francamente non capisco la richiesta annunciata sui media di Francia, Germania e, a quanto pare, dell’Italia di chiedere all’ ONU la rimozione di Francesca Albanese dall’incarico di Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati.
Non la capisco sul piano comunicativo perché sembra una ritorsione politica per aver denunciato tutti e tre i paesi di commercio in armi con Israele. Accusa pesante perché nel momento in cui Netanyahu, già ricercato con mandato di cattura della CPI (Corte Penale Internazionale) per crimini di guerra, e Israele fosse condannata dalla CIG (Corte Internazionale di Giustizia) per genocidio e fosse provato il traffico in armi Francia, Germania e Italia sarebbero condannati come complici in genocidio. E almeno per Germania e Italia sarebbe un terribile bis dopo il genocidio di ebrei e rom e le leggi razziali tedesche del 1935 e italiane del 1938.
Una richiesta che aggrava il diffuso sentimento di doppiopesismo che molti cittadini sentono nei confronti dei propri governanti europei e che non può che rafforzare i sentimenti di solidarietà verso il popolo palestinese. I Pasdaran dichiarati organizzazione terrorista, non dall’ONU ma dalla UE, venti piani di sanzioni a Mosca e zero a Israele: alle coscienze libere tutto ciò pare inaccettabile, specialmente se gli stessi governi si ergono a giudici morali del Mondo.
Ancora di più non la capisco sul piano fattuale. Tutti ricorderete la scena dei banchi dell’ONU che si vuotano appena Netanyahu inizia a parlare: il Sud del Mondo che si ribella alla prepotenza dell’Occidente. Questo significa che dietro la richiesta c’è una presunzione mal posta, un bias cognitivo che sorprende perché basta sapere le regole ONU e che siamo minoranza sempre più odiata per poterla spuntare.
Vediamo da vicino queste regole
I Relatori Speciali, come Albanese, non sono diplomatici né funzionari di carriera. Sono esperti indipendenti nominati dal Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU per monitorare singoli Paesi o temi specifici (tortura, libertà di espressione, territori occupati, ecc.).
Del consiglio fanno parte 47 paesi: 13 per l’Africa, 13 per l’Asia, 6 per l’Est Europa, 8 per l’America del Sud e Caraibica, e 7 per l’Europa dell’Ovest. I paesi dell’Est e dell’Ovest Europa sono 13: Albania, Bulgaria, Repubblica Ceca, Estonia, Macedonia del Nord, Slovenia, Francia, Islanda, Italia, Olanda, Spagna, Svizzera, Regno Unito. Serrando i ranghi non credo che anche in questo gruppo votino a favore della revoca del mandato all’Albanese più di 6-7 membri. Dai residui 34 difficilmente si raccoglierebbero più di due tre voti. Ed ecco mi torna in mente l’immagine della platea dei rappresentanti all’ONU con solo alcuni paesi occidentali ad ascoltare il discorso di Netanyahu mentre tutti gli altri si allontanano disgustati.
Tornando alle regole quando un mandato di rappresentanza si libera – per scadenza o dimissioni – si apre una procedura pubblica di candidatura. Un gruppo consultivo interno al Consiglio esamina i profili e propone una short list. La decisione finale spetta al Presidente del Consiglio, con l’avallo dei 47 Stati membri. Non è un’elezione popolare né un voto dell’Assemblea generale. È una procedura tecnico – politica interna al Consiglio. Il mandato dura in genere tre anni, rinnovabile una sola volta. Nessun relatore può restare in carica oltre sei anni complessivi. In ogni caso per Francesca Albanese è stata appena rinnovata per il secondo triennio nel 2025 e scadrà in via definitiva nel 2028.
Si può “destituire” un relatore?
Sì, ma non per semplice dissenso politico. I relatori sono vincolati a un Codice di condotta che impone indipendenza, imparzialità e integrità. Una rimozione anticipata può avvenire solo in caso di violazioni formali di queste regole. Non esiste una soglia automatica di voti come in un parlamento. Serve una decisione del Consiglio basata su motivazioni procedurali, non su pressioni politiche. Ed è un evento rarissimo. Il Consiglio può anche decidere di chiudere o modificare il mandato stesso, attraverso una risoluzione votata dai suoi 47 membri. In quel caso non viene “cacciata” la persona, ma viene ridefinito il meccanismo.
In sintesi: I Relatori Speciali non dipendono dai governi che criticano. E guai se fosse così. Significherebbe vanificare il senso stesso del Consiglio dei diritti umani, perché ogni Stato che venisse criticato potrebbe chiedere la rimozione del relatore. Non vengono eletti dall’Assemblea generale. Non possono essere rimossi per semplice irritazione diplomatica. Ma il loro rinnovo dipende inevitabilmente dagli equilibri politici del Consiglio.
Quindi?
Quindi non si capisce il senso di quella che appare come una puerile ritorsione politica alle accuse di complicità con i crimini commesso dal governo italiano. E, peggio ancora, non si capisce il senso di una azione dei governi occidentali sempre più incomprensibile e che cerca di occultare le proprie nefandezze reprimendo il dissenso mentre il disgusto popolare monta verso di loro, e nello stesso tempo si erge a giudice nei confronti di dittature e autocrazie senza averne più la supremazia morale. Oppure c’è una permanenza di riflessi post-coloniali che li fa pensare che ancora il Mondo sia al proprio servizio. In ogni caso un ceto politico e una classe dirigente sempre più imbarazzante nella UE e specialmente nei suoi paesi guida: Francia, Germania e Italia.
Se l’obiettivo era riaffermare l’autorevolezza europea, l’effetto rischia di essere opposto: rafforzare nel Sud Globale la percezione di un doppio standard applicato ai diritti umani. E quando la credibilità morale si incrina, non la si recupera chiedendo la rimozione di un relatore scomodo. Soprattutto se per giustificare la richiesta di rimozione di Albanese di sono alterate le sue dichiarazioni.
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