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La Basilicata nel futuro dell’intelligenza artificiale

Senza sogno si può morire nel sonno. L’impatto sull’industria lucana, sull’occupazione e sulle prospettive di sviluppo

Sappiamo che ad ogni rivoluzione industriale fino alla terza (seconda metà del XX secolo) sono seguite trasformazioni sociali ed economiche più o meno radicali, con sviluppi politici non marginali. Tutto nasce con l’invenzione della macchina rotativa a vapore. In Inghilterra nel periodo a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo, da una società prevalentemente agricola si passa ad una dominata dallo sviluppo delle industrie manifatturiere. Ben presto questa rivoluzione coinvolgerà il mondo intero e in particolare le società occidentali. Siamo di fronte a un salto di civiltà.

A partire dalla cosiddetta quarta rivoluzione industriale, che alcuni datano dall’inizio di questo secolo, ci siamo trovati di fronte a un’accelerazione mai sperimentata, prima d’ora, dello sviluppo tecnologico. Oggi facciamo i conti con l’intelligenza artificiale: una svolta epocale che sta radicalmente trasformando la vita di miliardi di persone e che non sappiamo con certezza in quale direzione spingerà l’umanità. Una svolta radicale attualmente più visibile nel mondo dell’economia, della produzione industriale, del lavoro, dell’informazione. E che, perciò, ha ed avrà effetti dirompenti non solo nella società, ma anche nella politica, nelle strutture di governo degli stati e nella tenuta dei regimi democratici. Intorno alle tecnologie super avanzate nascono nuovi Poteri in grado di orientare le scelte dei governi e di sorvegliare a scopi di profitto la vita delle persone. La politica su questi temi marca un ritardo spaventoso. E non si rende conto che esiste un problema di controllo democratico.

Nel libro “Prima che sia troppo tardi” di Nate Soares ed Eliezer Yudkowsky, pubblicato da Mondadori, gli autori spiegano come e perché gli sviluppi dell’IA rappresentino un pericolo per l’umanità. E spiegano anche come possiamo evitare questa minaccia.

“Le attuali IA non «pensano» veramente, simulano l’intelligenza, ma non la incarnano. I progressi in questo ambito di ricerca, però, sono continui e procedono con una rapidità spaventosa. Quasi tutte le aziende sviluppatrici sono già al lavoro per raggiungere il successivo stadio dell’evoluzione: le cosiddette «superintelligenze artificiali» (ASI), in grado di effettuare ragionamenti con una velocità sovrumana, di interagire con il mondo esterno e persino di riprodurre e migliorare se stesse. Chi ne caldeggia la realizzazione afferma che le ASI aiuteranno l’umanità a risolvere problemi che oggi appaiono insormontabili. Eppure, non tutti condividono questo ottimismo. Nel 2023 centinaia di esperti hanno firmato una lettera aperta per avvertire di come lo sviluppo di tali intelligenze rappresenti un serio rischio di estinzione per l’umanità.”

L’impatto su economia e industria

L’intelligenza artificiale sta trasformando l’industria, ottimizzando la produzione e aprendo nuove possibilità per l’innovazione. Che vuol dire? “Se, in passato, automazione industriale significava principalmente l’uso di macchinari per eseguire compiti ripetitivi, oggi con l’intelligenza artificiale si va ben oltre, offrendo soluzioni intelligenti che possono analizzare dati in tempo reale, apprendere dai processi e prendere decisioni autonome. Questo nuovo paradigma non solo aumenta l’efficienza e la produttività, ma apre anche nuove possibilità per l’innovazione e la personalizzazione dei prodotti.” L’ intelligenza artificiale nell’industria consente di sviluppare robot che sostituiscono gli esseri umani in settori sempre più ampi.  Si tratta di robot che apprendono e si adattano a nuove situazioni, rendendo la produzione più flessibile e reattiva. Insomma, la nuova tecnologica sta trasformando l’industria manufatturiera come mai prima d’ora. In questa prima fase i robot colmano il divario tra le capacità umane e la precisione delle macchine. Ma a breve sostituiranno completamente il lavoro umano nelle catene di produzione. Dovremmo fare come la Cina che, per salvaguardare i livelli occupazionali, immagina gestione graduale e guidata dell’innovazione. Ma non siamo la Cina.

L’uso di queste tecnologie richiede professionisti con esperienza nell’AI, nella data science e nel machine learning che però scarseggiano. Questa carenza rende difficile per le aziende utilizzare appieno l’AI senza investire nello sviluppo della forza lavoro​. L’adozione dell’AI, inoltre, richiede un ingente investimento iniziale in tecnologia e infrastruttura: un potenziale ostacolo, soprattutto per le aziende più piccole.

Insomma, lo scopo delle aziende sul medio-lungo è aumentare la produttività e ridurre i costi. Ma chi deve comprare i prodotti, se miliardi di persone saranno espulse dal mondo del lavoro? E’ un tema, che qui non affrontiamo. In parte lo abbiamo già discusso in altri articoli.

Quello che, invece, affrontiamo dopo aver fatto questa breve e parziale sintesi è l’impatto dell’IA sull’industria lucana, sull’evoluzione delle dinamiche occupazionali e sulle prospettive di sviluppo.

La Basilicata

Sull’impatto futuro delle tecnologie digitali sull’economia e sull’industria della Basilicata la politica sembra abitare in un altro pianeta. Anzi, non pare che il dibattito sull’economia locale abbia centralità fuori dalle continue vertenze aziendali e dalle continue emergenze occupazionali. L’inseguimento dell’emergenza toglie spazio alla costruzione di un pensiero strategico che guardi al futuro. La vicenda Stellantis è emblematica: le aziende dell’indotto sono in grave ritardo rispetto all’uso delle tecnologie e le tecnologie consentono alla Stellantis di fare a meno dell’indotto. Il vecchio indotto non potrà più rinascere e il “nuovo” forse non servirà più.  A breve, se gli azionisti decideranno di mantenere lo stabilimento a Melfi, grazie all’IA la fabbrica avrà bisogno di un terzo dell’attuale forza lavoro.  Nelle altre aziende manufatturiere, si veda il mobile imbottito, l’intelligenza artificiale sta rivoluzionando il settore trasformando radicalmente le fasi di progettazione, produzione, marketing e la natura stessa del prodotto finale (divani, poltrone, letti). L’impatto principale è evidente nel passaggio da processi manuali a sistemi “smart”. Anche qui, la conservazione dei posti di lavoro diventa complicata. Ed è un’altra emergenza.

Senza farla lunga, diciamo che il nostro sistema industriale manufatturiero è in ritardo su tutta la linea, un ritardo che si aggiunge agli altri aspetti di fragilità che lo caratterizzano e lo penalizzano da anni. Paradossalmente questo ritardo consente di attenuare l’emorragia occupazionale, ma con misure e accordi che funzionano da tampone. Anche le crisi apparentemente risolte, almeno in parte, si veda Smart paper, sono destinate ad acuirsi sul piano occupazionale per causa dell’applicazione delle nuove tecnologie di IA. Anche in questo caso gli azionisti saranno prima o poi costretti a ridurre drasticamente il personale impiegato.

Gli incentivi

Sono diverse le forme di sostegno alle imprese messe in campo dalla Regione Basilicata, dalle Camere di Commercio, da altri enti mediatori di finanziamenti nazionali ed europei. Si va dagli incentivi per la digitalizzazione e transizione green, ai contributi per l’innovazione e gli investimenti produttivi, incentivi per la formazione dei dipendenti su nuove tecnologie e digitalizzazione, eccetera. In sintesi le agevolazioni puntano a favorire la competitività delle pmi lucane attraverso l’adozione di nuove tecnologie, la sostenibilità ambientale e la formazione delle “risorse umane”. In questo quadro, apriamo e chiudiamo una parentesi: si consuma una contraddizione data dallo stimolo all’innovazione tecnologica, il che vuol dire meno lavoro umano più lavoro alle macchine, e la pretesa di salvaguardare l’occupazione. Una contraddizione solo in parte attenuata dalla scelta di investire sulla formazione dei lavoratori. Chiusa parentesi.

Purtroppo il quadro degli incentivi, delle agevolazioni, dei finanziamenti appare una semplice movimentazione di denaro e non una leva di sviluppo vera e propria. E questo perché, probabilmente, non esiste un vero tessuto industriale e artigianale in grado di fare sistema nel contesto di una politica regionale industriale e di sviluppo che non esiste. E non esiste proprio perché prevale l’illusione che il denaro pubblico elargito dalla Regione in qualità di passa carte delle misure decise a Roma e a Bruxelles, sia sufficiente per innescare processi di evoluzione aziendale, economica, occupazionale. Non a caso nel 2024 la manifattura e l’industria in senso stretto, hanno subito una flessione significativa del -5,65% e non a caso il Pil regionale è trainato dall’automotive e dall’industria estrattiva. Nel frattempo, l’automotive lancia segnali evidenti di crisi e l’industria estrattiva registra cali di produttività dovuti alle dinamiche di mercato internazionali. Tuttavia, l’equilibrio tra profitti e ferite sociali e ambientali al territorio rimane intatto.

Nella relazione programmatica e anche nel Piano strategico presentati da Vito Bardi nel suo primo mandato si sottolinea la necessità di investire sulle attività economiche endogene. Più attenzione alle piccole e medie aziende lucane. Questa prospettiva si è tradotta in una grossa quantità di denaro trasferita agli imprenditori in vista di una crescita della produttività, del fatturato, dell’occupazione, dell’innovazione tecnologica, della competitività, eccetera eccetera. Una strategia corretta, ma che non ha prodotto alcun risultato nelle performance dell’industria manufatturiera. Ora, le cause anche qui possono essere individuate nel Covid, nella guerra, nel costo dell’energia, nel deficit infrastrutturale, nella carenza di connessioni digitali, nella burocrazia, nell’instabilità del quadro internazionale, e chi più ne ha più ne metta. Tuttavia, c’è un’altra causa, anzi due: la mancanza di una visione complessiva che guardi alle potenzialità territoriali come a un insieme di fattori convergenti in una strada di sviluppo; la conseguente frammentazione nell’uso delle risorse. A queste due cause bisogna aggiungerne un’altra altrettanto importante: l’inadeguatezza complessiva della classe politica e dirigente che si sostanzia nell’approccio superficiale, a tratti naif, ai temi dello sviluppo e alle prospettive future della regione. Inseguire continuamente le emergenze, tamponandole quando va bene, non fa altro che crearne di nuove. E su questa dinamica si regge un blocco politico-imprenditoriale sempre uguale a se stesso.

Il ritardo che ci fa tardare

La Basilicata e molte altre aree del Mezzogiorno ancora oggi marcano un ritardo di sviluppo che non è più un ritardo rispetto alle vecchie categorie che davano la cifra del progresso, ma un ritardo rispetto alla velocità di avanzamento delle tecnologie e delle infrastrutture digitali. Un ritardo rispetto ai nuovi paradigmi che si affacciano sulla vita reale.  E non si tratta di un ritardo di qualche anno, ma, nella misura di quella velocità, parliamo di decenni. L’IA e la sua controversa e rapida evoluzione, rivolteranno il mondo come un calzino. E noi come immaginiamo la nostra regione in vista di questa ennesima “rivoluzione industriale” che sarà anche rivoluzione culturale, sociale, antropologica?

Siamo ancora a parlare di alta velocità ferroviaria, di ferrovie, di strade, di infrastrutture idriche, provando a superare quello che una volta era un ritardo. Stiamo lavorando per superare vecchi ritardi e questo ci mette in una posizione di netto svantaggio rispetto al recupero dei nuovi ritardi che nel frattempo e velocemente si sono imposti. E’ come quando facciamo debiti per tenere in piedi l’azienda e nel frattempo gli investimenti in macchinari realizzati con quel debito non sono più competitivi perché quei macchinari sono stati superati da altre tecnologie. Ci resta il debito e non abbiamo altre risorse per acquistare le tecnologie necessarie. L’esito è funesto. Tuttavia, l’imprenditore, chiusa l’azienda, può reinventarsi un lavoro, cambiare settore, cambiare ruolo, ricominciare. Ed è quello che la Basilicata dovrebbe fare. Ricominciare.

Per farlo, bisogna mettersi a pensare, onestamente, facendo ricorso alle proprie competenze, ai talenti creativi, alle risorse culturali. E qui bisognerebbe chiamare in causa l’Università, i centri di ricerca, i centri culturali, la politica e le sue priorità. Troppa gente mette le mani ovunque, anche chi è senza arte né parte. Tutti fanno, bene o male, e nessuno pensa con lo sguardo al futuro. Cambiamo prospettiva: a breve non ci saranno né fabbriche né operai, il lavoro salariato scomparirà, altri lavori stanno scomparendo e altri ancora scompariranno. L’energia prodotta, se sarà sufficiente, servirà i padroni delle superintelligenze artificiali. Persino l’acqua sarà a loro uso e consumo. Insomma, intanto che qualcuno prova a risolvere problemi e emergenze di oggi, qualcun altro dovrebbe pensare al futuro.

Ricominciare

In primo luogo dovremmo lavorare affinché ci siano massicci investimenti nella scuola, nell’università, nella cultura, nelle arti. E non si tratta solo di denaro che, tra l’altro, da queste parti spesso è speso, non investito. Parliamo di qualità dell’offerta e dell’accesso a quell’offerta. Dovremmo concentrare risorse sul turismo senza rincorrere le mode e i marketing preconfezionati, ma inventando forme originali e se possibile irripetibili di offerta. Evitando di disperdere denaro tra grottesche imitazioni e minuscoli eventi paesani sparsi ovunque senza capo né coda. L’agricoltura di qualità abbracciata alle innovazioni tecnologiche non invadenti dovrebbe tornare nella casella delle priorità dello sviluppo. In un mondo invaso dall’IA, ubriaco di tecnologie, l’artigianato puro può diventare un rifugio nobile e pulito del consumatore esigente, quello che ama l’autenticità senza mediazione digitale. E’ uno sviluppo prevedibile su cui potrebbero concentrarsi analisi e studi di esperti. L’acqua, assume un’importanza strategica sulla strada dello sviluppo. Bisogna evitare che finisca completamente nelle mani di speculatori pubblici e privati e renderla una risorsa identitaria dell’economia regionale. Il patrimonio naturalistico andrebbe trattato seriamente come un capitale messo a rendita economica, tutelandolo dall’assalto della speculazione edilizia e degli affari energetici. Piccole e medie imprese a vocazione territoriale e a scarso impatto ambientale e paesaggistico, tecnologicamente avanzate.

Dovremmo immaginare i settori cardine delle potenzialità di sviluppo come isole di un solo arcipelago. Isole connesse sia dall’uso delle tecnologie digitali sia da progetti integrati di espansione economica sostenibile. Un arcipelago che in qualche modo tiene insieme le isole con infrastrutture fisiche e immateriali degne di questo nome. E che a sua volta è aperto al mondo e a questo accessibile. Al netto dei vincoli esterni, molto si potrà fare.

Sono argomenti da sviluppare, da approfondire, degni di avere una priorità nella costruzione di un futuro alternativo all’illusione del petrolio, della grande industria, dell’energia, su cui si organizzano “think tank” finanziati da grosse società di consulenza a loro volta pagate dalle multinazionali. Al contrario bisognerebbe organizzare gruppi di esperti, laboratori di pensiero che ragionino sull’identità dello sviluppo in una Basilicata che rifiuta quell’illusione. Basta con la rincorsa a prospettive che non ci appartengono e che ci porteranno da nessuna parte. Avremo bisogno anche noi di energia per produrre, certo. Ma di quell’energia prodotta con l’educazione che si deve al patrimonio naturalistico e alle persone. Potremo essere il luogo ideale per chi non vorrà cedere alla disumanizzazione dell’economia, delle relazioni sociali, della vita. Non saremo fuori dal mondo, ma dovremo tenere fuori quella parte di mondo con cui sarebbe saggio non avere a che fare. Tenere fuori quel mondo con cui oggi, il potere locale fa continuamente affari e accordi nel quadro di un’idea vecchia e sbagliata di sviluppo e di futuro.

Utopia? Forse è eutopia. Certo è che un seme non ha coscienza di cosa diventerà. Eppure sarà una pianta. Siamo da decenni a bordo di una nave senza bussola, che si agita nel mare senza spostarsi, e che rischia di affondare. Non sarebbe male, a questo punto, farsi guidare da una prospettiva utopica e quindi avere una direzione da seguire a prescindere dalla praticabilità del percorso. Senza sogni moriremo nel sonno.

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