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Il Comune di Potenza, il dissesto e la benda sugli occhi del futuro
Via Pretoria a Potenza (Foto di repertorio)

Di questo passo la città non sarà mai una Città e tanto meno un Capoluogo degno di incarnare il proprio ruolo

“Con l’assegnazione di 9,8 milioni di euro al Comune di Potenza, la Regione Basilicata completa l’erogazione del contributo straordinario previsto dall’articolo 20 della Legge Regionale 31 maggio 2022, n. 9, raggiungendo così i 40 milioni complessivi destinati al capoluogo. Inoltre, attraverso un nuovo accordo, verranno erogati ulteriori 5 milioni all’anno per un triennio.” E’ un comunicato stampa della Regione del luglio 2025. Sono in tutto 55 milioni.

La Regione non ha ancora versato i 5 milioni dell’ultimo accordo e così l’amministrazione comunale piange miseria e taglia i servizi. Eccone alcuni: “626.600 euro in meno al trasporto pubblico urbano, 360.000 euro sottratti all’assistenza per gli alunni diversamente abili, 190.000 euro in meno per la bonifica delle discariche, 145.000 euro tagliati al trasporto scolastico e 75.000 euro alle mense scolastiche.”

L’assessore al Bilancio del Comune di Potenza, Roberto Falotico, ha presentato in Consiglio la manovra di programmazione triennale 2026-2028 e ha precisato i risultati ottenuti con il riequilibrio post dissesto finanziario: “un disavanzo ridotto da 85 milioni del 2021 ai 60 del 2025”. Il piano di rientro, che durerà fino al 2043, pesa come un macigno sul bilancio comunale e sugli spazi di manovra dell’amministrazione.

“Mancano 4,8 milioni di euro – ha detto il sindaco Vincenzo Telesca – che abbiamo dovuto recuperare tagliando e incidendo su tutti i servizi. Si tratta esattamente della cifra, circa 5 milioni di euro, che avevamo chiesto alla Regione per sostenere le spese di Potenza come capoluogo”. Maldestro tentativo di addossare alla Regione la responsabilità dei tagli.

Il dissesto finanziario fu dichiarato nel 2014 quando sindaco era Dario De Luca il quale si dimetterà pochi mesi dopo.  Certo non fu De Luca a causarlo. Ora, va bene tutto. Non va bene però che i cittadini lucani debbano continuamente mettere mano al portafogli per tappare i buchi della città Capoluogo. E non va bene che i cittadini debbano ancora subire tagli inconcepibili.

La giaculatoria per cui la città è costretta a fornire servizi a migliaia di persone che si recano ogni giorno nel Capoluogo e che per questo va sostenuta finanziariamente non può reggere ancora a lungo. Le questioni sono altre e andrebbero affrontate soprattutto dai cittadini oltre che dai partiti ormai evanescenti. Non si può amministrare una città dando priorità al mantenimento del consenso di chi l’amministra e alle richieste dei gruppi di interesse che hanno contribuito alle elezioni di chi amministra. E’ almeno dai tempi di Tanino Fierro che funziona così.

La riduzione del disavanzo, da 85 milioni del 2021 ai 60 del 2025, è contestuale al sostegno finanziario della Regione. E non sembra essere un risultato netto della gestione amministrativa in questi ultimi anni. E dunque i problemi sono sempre gli stessi: l’inadeguatezza degli eletti e la pretesa che amministrare significhi accordare prebende e agevolazioni ai fortunati protempore. Per essere più chiari, per alcuni amministrare significa soddisfare gli appetiti di comitati d’affari annidati dentro e fuori i palazzi. Nel frattempo la città perde residenti: negli ultimi 20 anni ne ha persi 6mila, e dal 2017 il calo è verticale. L’economia locale non brilla per performance, è drammaticamente dipendente dagli investimenti pubblici e registra una forte fragilità del tessuto occupazionale.

Non sappiamo se il Piano di rientro dal dissesto funzionerà fino al 2043, abbiamo qualche dubbio, considerato l’andazzo. Fatto sta che la città non potrà essere mantenuta per lungo tempo dal sacrificio dei cittadini più fragili e dal portafoglio della Regione, ossia dei lucani.

La città non può essere amministrata con un approccio provincialistico. Oltre la mancanza di visione e di tensione al futuro, siamo in presenza, non da oggi, di arretratezza culturale e intellettuale che sembra caratterizzare la politica locale.

Certo, il contesto non aiuta. C’è, tra la gente, una certa resistenza al cambiamento e alle idee nuove. La comunità cittadina mediamente preferisce mantenere abitudini piccolo-borghesi o convenzionali. E in ambito artistico, fatta qualche eccezione, assistiamo a una smisurata celebrazione di eventi e produzioni locali di scarso rilievo e presentati come fatti di straordinaria levatura. Sono alcune delle cifre che caratterizzano la città e che in qualche modo fanno il paio con il “provincialismo amministrativo”. La società locale è lo specchio di chi amministra e viceversa.

Di questo passo Potenza non sarà mai una Città e tanto meno un Capoluogo degno di incarnare il proprio ruolo. Non sarà mai lo chef-lieu, il “capo” del territorio, ma rischia di diventare il “nemico” del territorio. Qualcuno, residente in uno qualsiasi dei paesi lucani, potrebbe anche dire “chissenefrega di Potenza, non è un problema nostro”. E potrebbe avere ragione.

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