Potenza, l’arcivescovo Davide Carbonaro tra dame e cavalieri
Dal caso don Franco Corbo, il sacerdote mandato in esilio, alla consegna del silenzio sulla vicenda di Elisa Claps
“Nessuno intende disconoscere l’impegno a favore degli immigrati, dei popoli dei Paesi in via di sviluppo, come dell’azione assai meritevole per favorire le adozioni dei bambini, ma questa volta la “provocazione” di don Franco Corbo con la realizzazione di un incomprensibile e “carnevalesco” presepe ha superato ogni limite di comprensione sino a diventare una pesante ed inspiegabile offesa ai valori cristiani.”
Queste parole appartengono al dirigente di un partito politico che nel simbolo aveva la croce di Cristo e la parola “libertas”. Sono parole pronunciate nel dicembre 2016 dall’allora segretario regionale Dc-Libertas. Nel Natale di quell’anno, don Franco Corbo parroco della chiesa, e dell’omonima parrocchia, intitolata ai santi Anna e Gioacchino “l’avrebbe fatta grossa.” Nel presepe della chiesa la Madonna indossa il velo islamico. Apriti cielo! “Un Presepe che stravolge la storia, la tradizione e calpesta i principi più cari ai cristiani. Farebbe bene il parroco, di cui si sono occupati tutti i mass media non solo nazionali, a chiedere scusa all’intera comunità cattolica e ad ammettere di aver esagerato, manifestando sentito e cristiano pentimento.”
Don Franco sarà costretto a spiegare: «Mentre il Papa ha fatto un dettagliato elenco delle cose da fare per dare una svolta di pace nel mondo – dice – la nostra comunità ha voluto sintetizzare col presepe un suo punto di vista che poi è giunto a molti come una provocazione. Il muro che stiamo costruendo come società occidentale va contro ogni buon principio di fratellanza. Il bambino sacro e la sua famiglia, nel nostro presepe, sono rimasti di qua del muro che abbiamo costruito nel presepe, come simbolo e in rappresentanza dei 65 costruiti nel mondo tesi a impedire la migrazione. Questa volta abbiamo lasciato la grotta del bambinello e della sacra Famiglia vuota di proposito – aggiunge il parroco -significa che se all’epoca della nascita di Gesù ci fosse stato il muro che oggi stiamo costruendo per impedire la migrazione, il cristianesimo e tutti i buoni principi di Dio, da noi non sarebbero arrivati, ma sarebbero rimasti nella Palestina e in Africa.” Parole che, osservando quanto sta accadendo nel mondo, sono attualissime.
UN PRETE SCOMODO?
Ma questa non è l’unica “sgarbatezza” commessa da don Franco. Si è speso molto per i bambini dell’Africa, soprattutto per gli orfani, ha promosso le adozioni a distanza, ha creato servizi in Congo, in Burundi, coinvolgendo nelle iniziative i fedeli della comunità della sua parrocchia. Ha avuto sempre lo sguardo rivolto ai più umili, ai più poveri, e per essi raccoglieva viveri e indumenti. Originale l’iniziativa dell’affitto degli abiti da sposa a chi non poteva permettersi di comprarli e anche per promuovere la cultura del risparmio e contro lo spreco dei consumi. Da questa iniziativa degli abiti da sposa in affitto è nata una gara di solidarietà tra le fedeli della parrocchia. E che dire del quaderno in cui don Franco annotava offerte di lavoro, soprattutto di badanti, e le incrociava con le esigenze delle famiglie del quartiere. E’ stato tra i primi a comprendere il rischio diseducativo nell’uso dei cellulari. All’oratorio, specie nei giorni dedicati ai laboratori per giovani e adolescenti niente telefonino. E dunque i laboratori di sartoria, di uncinetto, di canto, di giochi. L’oratorio come spazio di strategie educative, di formazione alla vita e di sensibilizzazione sui temi della pace, dell’ambiente, delle guerre e di prevenzione delle dipendenze e del bullismo. La storia delle sue opere di bene sarebbe lunga.
Don Franco a Sant’Anna non era soltanto “un pastore di anime”, ma un “animatore del vangelo”, un educatore prudente e garbato. Nella sua comunità ha lasciato un segno profondo e, mandato in esilio suo malgrado, ha lasciato anche un vuoto enorme. Quasi 60 anni di impegno sacerdotale nel quartiere non si dimenticano facilmente. Lo spiega bene la comunità dei fedeli nella lettera al vescovo Carbonaro: …abbiamo appreso della Sua decisione di voler effettuare un cambiamento radicale alla vita della nostra comunità. Non le nascondiamo che, pur trattandosi di due situazioni diverse, l’allontanamento contemporaneo di don Franco e don Marcello ci addolora profondamente. Per quanto riguarda don Marcello, non possiamo che esprimere la nostra sofferenza, anche se è arrivato nella nostra parrocchia da soli quattro anni. Come, invece, Lei certamente sa, don Franco Corbo è il sacerdote che da sessant’anni ha camminato insieme a noi, facendo crescere una comunità viva e accogliente, nella quale tante persone hanno potuto sperimentare la bellezza del Vangelo che si fa vita e che si traduce in impegno per gli ultimi…Qui la lettera integrale
Sì, perché il nuovo arcivescovo metropolita di Potenza-Muro Lucano-Marsico Nuovo e presidente della Conferenza Episcopale della Basilicata, ha deciso, il 13 ottobre scorso che, a 85 anni, don Franco dovesse trasferirsi nella parrocchia di Santa Maria del Carmine di Avigliano, con un incarico di collaboratore. Un provvedimento tanto improvviso quanto inspiegabile. Ci si aspetterebbe – scrivono i parrocchiani in un comunicato– che venga mandato in pensione, che trascorra il tempo che gli resta nella parrocchia che lo ha accolto quand’era poco più che ragazzo, con la famiglia e gli affetti di cui si è circondato.” E aggiungono: Ma perché? Perché non lasciargli svolgere l’incarico di collaboratore del nuovo parroco tra le mura di Sant’Anna e Gioacchino? Perché allontanarlo da tutto ciò a cui ha dedicato una vita intera, dai suoi luoghi del cuore, dalla sua famiglia? La sua presenza sarebbe così scomoda, ingombrante, ostacolante? Nei confronti di chi? In tutta franchezza, questo sembra più un esilio, che un ritorno a casa. L’immeritata conclusione di un percorso che dovrebbe essere di esempio a molti, dentro e fuori la Chiesa.”
La coincidenza
Il vescovo, nello stesso tempo, decide anche il trasferimento di don Marcello Cozzi all’Arcidiocesi di Napoli, ufficialmente su richiesta dello stesso sacerdote. Ma in pochi ci credono. La coincidenza non rasserena gli animi di chi ha avuto la fortuna di frequentare da laico e da cristiano sia don Franco sia don Marcello. La storia di don Marcello Cozzi è nota a tutti: un prete in prima linea nella lotta per la legalità, contro i poteri occulti e mafiosi, e per l’aiuto alle famiglie vittime di estorsioni e usura. Un sacerdote che ha avuto un ruolo importante nella ricerca della verità sul caso Elisa Claps.
Don Franco e don Marcello
Ebbene, noi abbiamo il legittimo dubbio: davvero è una coincidenza? Un dubbio che soltanto il vescovo Davide Carbonaro potrà sciogliere. Le domande delle migliaia di fedeli della parrocchia di Sant’Anna e San Gioacchino, sono sincere. Le stesse domande serpeggiano tra migliaia di cittadini e fedeli potentini. Perché? Il vescovo sciolga il dubbio, lasciando che don Franco abbia un ruolo di collaboratore del nuovo parroco di Sant’Anna e San Gioacchino. In ogni caso, conceda al vecchio parroco di restare nella sua Comunità.
MA CHI E’ DAVIDE CARBONARO?
Nasce a Rosolini, in provincia di Siracusa, nella diocesi di Noto, il 1° gennaio 1967. All’età di 11 anni si trasferisce con la famiglia a Roma. Dopo essere entrato nell’ordine dei Chierici regolari della Madre di Dio, ha conseguito la licenza in teologia biblica alla Pontificia Università Gregoriana di Roma. È ordinato presbitero il 3 ottobre 1992 nella chiesa di Santa Maria in Portico in Campitelli a Roma. Il 2 febbraio 2024 viene nominato arcivescovo metropolita di Potenza-Muro Lucano-Marsico Nuovo; succede a Salvatore Ligorio, dimessosi per raggiunti limiti d’età. Il 4 maggio seguente riceve l’ordinazione episcopale, nella basilica di San Giovanni in Laterano, dal cardinale Angelo De Donatis, vicario generale del papa per la diocesi di Roma. Cardinale poi rimosso, pare per aver difeso padre Rupnik, espulso dai gesuiti per molestie sessuali, e per la scarsa sintonia con Bergoglio. Il 18 maggio prende possesso dell’arcidiocesi. Il 10 giugno 2024 è eletto presidente della Conferenza episcopale della Basilicata. Sin qui il percorso di Davide Carbonaro da presbitero ad arcivescovo. Ma c’è un altro percorso che, a nostro avviso, con l’animazione del Vangelo, ha poco a che fare. Forse, ha molto a che fare con ambienti alto borghesi, post aristocratici e della “nobiltà” che animano quei circuiti chiusi degli ordini cavallereschi.
Dame e cavalieri: dall’Ordine Militare di Santa Brigida all’Ordine Equestre del Santo Sepolcro
Davide Carbonaro il 4 maggio 2024, a pochi mesi dall’insediamento in qualità di arcivescovo di Potenza, viene ordinato Cavaliere Ufficiale dell’Ordine Militare del Santissimo Salvatore di Santa Brigida. Il 7 febbraio 2025 Carbonaro diventa Gran Priorie dello stesso Ordine. La cerimonia si svolge nel salone dell’Arcidiocesi di Potenza. Leggiamo sul sito dell’Ordine: “Il Principe Gran Maestro, Conte Federico Abbate de Castello Orleans, impossibilitato a recarsi a Potenza per motivi di salute, ha fatto pervenire al neo Gran Priore una scultura in miniatura dello stemma araldico dell’Ordine, quale segno di amicizia e legame tra l’ordine brigidino e l’ordine della Madre di Dio (ordine di appartenenza di Monsignor Carbonaro e al quale il Gran Maestro e la consorte sono affiliati). Il Luogotenente Generale, Cavaliere di Collare Biagio Abbate, accompagnato dal Cancelliere, Cavaliere di Gran Croce Pierluigi Scarpa e dal Cerimoniere, Grande Ufficiale Gerardo Palmese ha avuto l’onore di consegnare la nomina priorale all’Arcivescovo al quale ha rivolto parole di stima e fraterna vicinanza, soffermandosi sul legame tra l’Ordine Militare di Santa Brigida e il capoluogo della Basilicata: “è una grande emozione essere qui a Potenza, in quanto il fondatore dell’Ordine Militare di Santa Brigida (fondato nel 1859 con l’approvazione di Sua Maestà Francesco II di Borbone e avente come Gran Priore il Cardinale Cosenza), Conte Vincenzo Abbate de Castello era di Pignola”. Il colloquio si è poi incentrato sul programma dell’Ordine e il desiderio di monsignor Carbonaro di svolgere la cerimonia di insediamento quale Gran Priore presso la parrocchia di Santa Brigida a Napoli alla presenza dei cavalieri e delle dame. 
Tra le personalità che aderirono o hanno aderito alla secolare Istituzione, troviamo Alti Patroni e Generali Gran Maestri Onorari tra i quali il generale Carlos Manuel Arana Osorio, defunto ex presidente del Guatemala, dittatore, torturatore, terrorista di stato e mandante degli squadroni della morte contro gli oppositori. Anastasio Somoza Debayle, defunto ex presidente del Nicaragua, feroce dittatore. Tra i capi di Stato il generale Francisco Franco, dittatore spagnolo. Mohmmad Reza Palhavi Aryamer, defunto ex scià di Persia. Hailè Selassiè ex imperatore di Etiopia. Il principe Ranieri III, principe sovrano di Monaco e tanti altri. Non siamo noi a dirlo, lo scrive il sito ufficiale dell’Ordine.
Dunque don Franco Corbo viene criticato per il presepe con la Madonna che indossa il burga, mentre tra gli illustri onorari dell’Ordine di Santa Brigida troviamo il musulmano sciita Reza Palhavi, oltre a feroci dittatori.Ed è certo che questi e altri nomi non li troviamo tra coloro che don Franco considera martiri. Don Franco si è battuto molto per il dialogo ecumenico ed interreligioso e perciò egli considerava martiri, tra gli altri, Martin Luther King, don Lorenzo Milani, Oscar Romero, Giorgio Lapira, Paolo Borsellino, Giovanni Falcone, Mahatma Gandhi, Kateri Takakwitha. Evidente: l’ex parroco di Sant’Anna si è sempre speso per costruire ponti non muri.
Investiture nell’Ordine del Santo Sepolcro: la sorella del prete in “catene”
Il 21 giugno 2025 Davide Carbonaro riceve l’investitura di Cavaliere dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme , celebrata nella Cattedrale di San Gerardo e Santa Maria Assunta in Potenza. Si tratta di un’istituzione pontificia con sede a Roma che sostiene il Patriarcato latino di Gerusalemme e i cattolici in Terra Santa. È un ordine cavalleresco che si propone di promuovere la pace, la giustizia e lo sviluppo in Terra Santa, attraverso la collaborazione con le istituzioni locali e il sostegno economico a progetti di welfare, cultura e istruzione. Come si entra nell’ordine equestre del Santo Sepolcro? In Italia attualmente vi sono 7 luogotenenze con oltre 6 mila tra cavalieri e dame. L’adesione all’ordine avviene solo per cooptazione e riguarda esclusivamente persone di fede cattolica (laici o consacrati) di buona condotta che si siano distinti al servizio della chiesa o dell’ordine. A cooptare Carbonaro probabilmente è stato l’amico Cardinale Angelo De Donatis anch’egli Cavaliere dell’Ordine sin dal 1989. Anche il presidente della Regione, Vito Bardi, è Cavaliere del Santo Sepolcro.

Tra le persone che avrebbero ricevuto l’investitura insieme a Davide Carbonaro troviamo il nome della sorella di un parroco potentino. E quindi? Niente. Ci sembra di capire, però, che nella sesta puntata intitolata “In religioso silenzio” del podcast di Pablo Trincia dedicato al caso Elisa Claps, una delle voci, seppure modificata, appartenga al parroco fratello della donna che è diventata Cavaliere dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme il 21 giugno. Chi l’ha cooptata? Nel podcast quella voce afferma: “se mi lasciano la catena in questa vicenda piangeranno in tanti” … “tutti sapevano cosa succedeva in quel sottotetto”.
Evidentemente le catene non sono state lasciate. E allora: chi tiene in mano le catene? Ormai siamo persuasi che a spezzarle non sarà l’arcivescovo Carbonaro. E questo perché a distanza di due anni dalla sua nomina la targa dedicata a don Mimì in bella vista nella chiesa dove fu uccisa e sepolta Elisa Claps, è ancor lì. Anzi, nel corso della processione in onore del Patrono della Città di Potenza, San Gerardo, il 30 maggio scorso arriva il primo segnale : monsignor Carbonaro e il cardinale Angelo De Donatis, entrano in quella chiesa della Trinità, per qualche minuto, non sappiamo quale sia stato il gesto religioso compiuto all’interno. A pochi metri dal portone su un muro che si affaccia all’esterno della chiesa c’è una targa toponomastica intitolata alla povera ragazza: Largo Elisa Claps. Ma su quella targa si sarebbero distratti gli sguardi. Insomma, il vescovo e il cardinale si sono fermati a pregare o a visitare o a contemplare il luogo in cui c’è un’altra targa, quella che ricorda il discusso parroco don Mimì Sabia. Eppure, l’unica cosa che la famiglia Claps ha chiesto al nuovo vescovo, appena nominato, è stata la rimozione della targa dedicata a una delle figure più misteriose e controverse del caso della povera Elisa. Davide Carbonaro sulla vicenda Claps avrebbe un solo obiettivo: lasciare che cali il silenzio per sempre. E noi ripetiamo: anche se le bocche resteranno chiuse, le domande saranno sempre aperte.
Il vescovo venuto per “normalizzare”
In una nota inviata il 22 aprile scorso ai presbiteri e diaconi, Carbonaro raccomanda, tra l’altro, che nel periodo di campagna elettorale, i sacerdoti devono mantenere un atteggiamento di equidistanza, promuovendo la formazione delle coscienze alla luce del Vangelo e della dottrina sociale della Chiesa. Perciò bisogna vietare dichiarazioni pubbliche di sostegno o opposizione a candidati o partiti e non utilizzare le omelie o altri momenti liturgici per influenzare le scelte elettorali dei fedeli. Giusto. Probabilmente monsignor Carbonaro ha in mente la campagna elettorale per le regionali del 2024, quando alcuni vescovi si sono schierati direttamente o indirettamente a sostegno dell’allora neonato movimento politico Basilicata Casa Comune. In tal caso la nota arriva in ritardo. Ma è giustificabile, Carbonaro era stato nominato da appena due mesi prima delle elezioni regionali svolte il 21 e 22 aprile. Ma il dubbio che le elezioni regionali del 2024 c’entrino poco con la nota del 22 aprile 2025 è legittimo. Abbiamo la sensazione che quando il vescovo scrive di “politica e partiti” si riferisca ad ogni presa di posizione su temi sociali e culturali di estrema importanza per la vita dei cattolici in quanto cittadini. Tra le righe, anche alla luce dei fatti accaduti, capiamo che i presbiteri e diaconi non debbano occuparsi di emigrazione, o di mafia, o di corruzione, o di poteri pubblici. Insomma, è la nostra modesta opinione, “bisogna occuparsi soltanto di processioni.” Vietato avere punti di vista?
Tant’è che sempre nella stessa nota, il vescovo è categorico anche sull’utilizzo degli spazi ecclesiali e delle strutture di proprietà della chiesa: “La concessione di spazi parrocchiali o di altre strutture ecclesiali a partiti politici o movimenti legati a campagne elettorali deve essere attentamente valutata”. Perciò, “eventuali eccezioni possono essere concesse dal vescovo solo se l’evento ha carattere informativo e di formazione delle coscienze, senza finalità propagandistiche e solo se vi è un’autorizzazione esplicita del vescovo e venga garantito lo stesso spazio di espressione a tutte le posizioni politiche compatibili con i valori cristiani.” Ora, quali siano le posizioni politiche compatibili con i valori cristiani a questo punto diventa un mistero. Anche il generale Vannacci ha idee che in qualche modo sono compatibili con i valori cristiani e tuttavia predica la remigrazione. E dunque, una qualunque Associazione cattolica che si occupa di immigrati e che predica la fratellanza tra i popoli, il dialogo tra le religioni e la cultura dell’accoglienza, se osteggia le posizioni di Vannacci, fa politica? Vannacci lo ha dichiarato: “Una delle caratteristiche che ci unisce è la cristianità. I crocifissi fanno parte della nostra vita e sono un segno identitario della nostra Europa.” Già, siamo tutti cristiani.
Popolo e nobiltà
Ed ecco che ritorna la vicenda di don Franco Corbo e per certi aspetti di don Marcello Cozzi. Perché privare la città di Potenza e la Basilicata di due figure così importanti? Un vescovo cavaliere e gran priore di Ordini Militari e Cavallereschi non ci rassicura. Non ci rassicura in questa regione avvolta da tanti misteri e “vittima” di poteri opachi. “La Basilicata ha bisogno di una Chiesa viva, animata da spirito critico, non chiusa nelle liturgie e nella tradizione”, ci dicono alcuni fedeli della parrocchia di Sant’Anna. Chissà.
Certo è che, per quanto ci riguarda, dame e cavalieri hanno nulla a che fare con la realtà della vita dei cassintegrati, disoccupati, licenziati, famiglie povere, lavoratori sfruttati, immigrati schiavizzati e rifiutati. Nulla a che fare con un popolo inquinato dalle multinazionali e coinvolto in una diffusa cultura della mafiosità. E’ la nostra modesta e magari mediocre opinione che però ha basi nell’osservazione critica dei fatti.
Un vescovo che manda in “esilio” un prete, contro la volontà dei fedeli, non ci mette tranquilli. Un vescovo che lancia segnali di indifferenza sulla vicenda di Elisa Claps ha già spiegato il suo mandato: “che prevalga il silenzio”. Una normalizzazione che rischia di funzionare da “copertura” involontaria ai mali vecchi e nuovi di questa città e di questa regione.
L’estetica degli ordini cavallereschi si basa su una fusione tra simbolismo religioso, rigore militare e identità nobiliare, manifestandosi attraverso divise, insegne e araldica distintive. Ancora oggi, l’abbigliamento e le insegne sono una sintesi tra l’obbedienza religiosa e la maestosità della “nobiltà combattente.” E tutto questo marca un distacco profondo con la vita delle persone comuni. Un mondo a parte. La parte a cui pare appartenga Carbonaro.
Ci sono state indagini che hanno evidenziato tentativi di infiltrazione da parte di esponenti mafiosi in ordini cavallereschi prestigiosi, tipo l’Ordine del Santo Sepolcro, utilizzati come paravento per ottenere prestigio sociale, contatti altolocati e legittimazione in ambienti insospettabili. L’adesione a tali ordini da parte di soggetti vicini agli ambienti mafiosi di solito serve a creare una falsa immagine pubblica di persone affiliate a organizzazioni criminali. A fronte di tentativi di strumentalizzazione, esiste una forte opposizione della Chiesa e di associazioni come “Libera” che promuovono una “religione civile” e contro il culto mafioso.
Ecco, vuoi vedere che anche l’associazione Libera rientra tra i gruppi che usano gli spazi parrocchiali e le strutture ecclesiali per fare politica e per creare divisioni all’interno della comunità cristiana? Anche don Franco Corbo e don Marcello Cozzi erano divisivi? Se sì, allora facciamo un’altra domanda: esistono due Chiese nell’arcidiocesi di Carbonaro, quella del popolo e quella della nobiltà combattente? Quella degli altolocati e quella dei piani di sotto? E’ possibile, ognuno può testimoniare il Vangelo come crede. Tuttavia, la sensazione è che ad avere un ruolo divisivo sia proprio sua eminenza monsignor Davide Carbonaro. Ieri, 13 marzo, nella chiesa di Sant’Anna a Potenza, gremita da centinaia di fedeli, la celebrazione dei sessanta anni di sacerdozio di don Franco. Un momento solenne di grande impatto emotivo. Un abbraccio collettivo al prete costruttore di ponti, al sacerdote che predicava “per una Chiesa purificata e credibile”. Ebbene, Carbonaro ha perso l’occasione per dimostrare di essere in ascolto delle istanze dei fedeli. Avrebbe potuto annunciare il rientro di don Franco nella sua comunità. Non lo ha fatto.
Alcune foto della celebrazione del sessantesimo di sacerdozio di don Franco 

don Franco Corbo
Il momento della comunione, la foto simbolica: coda di fedeli per don Franco 
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