Referendum giustizia. La Basilicata ha molto da imparare
Il voto per difendere la Costituzione, l’avviso di sfratto a Vito Bardi e la speranza del riscatto civile
Non c’è dubbio che in Basilicata l’affluenza alle urne di 230.593 (53,26%) cittadini rappresenti una larga mobilitazione popolare, a prescindere dalle preferenze espresse. Elettori di tutti gli schieramenti politici e culturali hanno espresso un voto contrario o favorevole alla riforma. Insomma, si tratterebbe dell’emersione di un’energia civile che finora sembrava nascosta. Ha prevalso il No, con 136.997 preferenze, sul Sì che ha raccolto 91.205 consensi. Se in Italia il dato da molti è letto come una fragorosa sconfitta di Meloni e del sul governo, in Basilicata potremmo dire, usiamo il condizionale, che la maggioranza dei lucani ha bocciato l’amministrazione di Vito Bardi. Eppure, se azzardiamo a pantografare i flussi di voto nazionali a quelli regionali, in misura proporzionale, scopriamo che sia il Sì sia il No sono l’esito di un voto trasversale. “Parte degli elettori di centrodestra ha votato contrariamente alle indicazioni di partito, in misura maggiore quelli di Forza Italia e della Lega. In linea generale tra i partiti di maggioranza gli elettori che hanno scelto di schierarsi per il No sono più numerosi di quelli del centrosinistra che si sono schierati per il Sì. Secondo l’analisi di Swg per La7, gli elettori del Pd hanno seguito l’indicazione di voto per il 75 per cento, mentre solo il cinque per cento ha preferito appoggiare la riforma Nordio. Il resto si è astenuto. Il M5s vede una quota maggiore di astenuti rispetto al Pd, pari al 28 per cento, mentre anche in questo caso la quota di elettori che ha votato contro il partito a favore della riforma è pari al cinque per cento. Pochi dubbi, invece in casa Avs, con l’86 per cento che ha seguito le indicazioni dei leader e solo un 2 per cento che ha voluto esprimersi a favore della riforma Nordio. Per quanto riguarda Azione e Italia Viva, secondo la ricognizione di Swg, il 44 per cento di questo elettorato si è schierato per il No, il 19 per cento per il Sì e il 37 per cento si è astenuto.”
In qualche misura questi dati hanno riguardato anche la Basilicata. Dunque, si tratta di un voto caratterizzato, come spesso capita, anche da una dimensione trasversale seppure limitata a bassi numeri. In diversi comuni amministrati dal centrodestra ha prevalso il No.
Detto questo, il voto lucano appare in parte influenzato dalla contingenza politica che ha riguardato le critiche severe all’amministrazione di centrodestra guidata da Vito Bardi. Dalla crisi idrica alle polemiche sul bonus gas, dall’indignazione, giusta o sbagliata, per i cosiddetti mini vitalizi alle condizioni del servizio sanitario, fino alle crisi che hanno caratterizzato il sistema industriale con conseguenze sull’occupazione e sul reddito delle famiglie. Con questo voto i cittadini avrebbero assestato un duro colpo alla già fragile tenuta del governo regionale. Un avviso di sfratto?
Certo si è trattato anche di un voto di opinione. Un’opinione costruita in larga parte sulla campagna referendaria dei partiti e della Cgil più che sulle ragioni dei Comitati. Il che vuol dire che è prevalso un voto di appartenenza che ha messo al centro la difesa della Costituzione e la paura di una deriva autoritaria. Il merito della riforma è stato in parte offuscato dalla contrapposizione politica e partitica da ambo le parti. Su questo pare convergano molte opinioni sia dei sostenitori del Sì che del No. Nelle sedi di partito, nelle piazze e dentro ai palazzi di giustizia e sui social si è respirato un clima da derby calcistico. Alcuni magistrati avrebbero fatto meglio ad evitare feste con bollicine in modalità flashmob.
Tuttavia, chiusa la partita, anche i leader politici che hanno invitato a votare No sanno che una riforma della giustizia è necessaria. Ci hanno provato anche loro a farla, tra l’altro simile a quella proposta da Nordio. E’ necessaria anche perché quella bocciata dal referendum tutto era fuorché una riforma della giustizia e del suo funzionamento.
La vera alternativa
Alcuni lettori affezionati ci chiedono se il voto lucano possa rappresentare per la Basilicata un segnale di riscossa e di speranza. Proviamo a dire la nostra. Se guardiamo alla partecipazione al voto non possiamo negare l’esistenza di un risveglio civile in gran parte mobilitato intorno alla difesa della Costituzione e in misura minore intorno alla necessità di lanciare un segnale politico al governo regionale. Si è ridotta la quota di astensioni rispetto alle elezioni regionali e non sappiamo se questa riduzione resisterà fino alle prossime elezioni.
Se guardiamo all’esito del voto è evidente che la maggioranza dell’opinione pubblica è stata orientata dal campo di centrosinistra e della Cgil. Ed è evidente che il modello clientelare ha fallito. Quindi si è trattato di un voto libero da ambigui condizionamenti. Attenzione però, il clientelismo funziona nelle elezioni amministrative e politiche nella dimensione locale. Possiamo quindi aderire all’ipotesi che questo referendum potrebbe rappresentare la premessa di condizioni future relative alle prossime elezioni politiche e regionali. Su questo però occorre un supplemento di riflessione.
E’ accaduto alle elezioni comunali nel Capoluogo di regione. Una parte consistente dei movimenti civici, associativi e del campo di centrosinistra hanno votato contro il centrodestra, ma senza ottenere alcun cambiamento nelle dinamiche di gestione dell’amministrazione pubblica. Soprattutto le organizzazioni di società civile hanno subito una forte delusione dopo aver creduto nel cambiamento. Lo stesso si dica riguardo alle elezioni regionali del 2019 e del 2024, la maggioranza dei lucani ha votato Bardi che prometteva il cambiamento. Delusi anche loro. E questo accade ed è accaduto per una sola ragione: non basta sconfiggere l’avversario politico per liberare una città o una regione dalla mala amministrazione o dalla mala politica. E dunque lo specchietto per le allodole è sempre pronto ad ingannare gli elettori. Si dirà ancora una volta che l’obiettivo è costruire l’alternativa al centrodestra o, se volete, l’alternativa a Vito Bardi. Alle prossime elezioni la verità la dirà soltanto chi parlerà di alternativa al Sistema Basilicata. Ed è questo il punto. E’ la verità che i lucani non capiscono o non vogliono capire. Ed è la verità che esponenti politici e sindacali fanno finta di non conoscere specie quando ripetono fino alla noia di campo largo, di centrosinistra unito contro le destre eccetera eccetera.
La Basilicata non ha bisogno di un’alternativa a Vito Bardi e alla sua maggioranza, così come non aveva bisogno dell’alternativa a Pittella e prima ancora a De Filippo e indietro nel tempo fino a Bubbico. Fumo negli occhi. Vecchi schemi elettorali spoliticizzati da decenni. La Basilicata ha bisogno di un’alternativa al Sistema, non a Bardi e a chiunque altro. Sarebbe come voler fare l’acqua dal ghiaccio. Chiunque abbia governato negli ultimi decenni lo ha fatto nel quadro di un sistema di potere uguale a se stesso.
Gruppi “trasversali”, ai quali della sinistra e della destra e delle loro differenze culturali e politiche non interessa una cippa, saranno nuovamente all’opera. In questi gruppi non ci sono solo i cosiddetti politici, ma imprenditori sempre con le mani nella mangiatoia ed esponenti delle istituzioni che dovrebbero tutelare i cittadini dal malaffare, editori, “manager” buoni per tutte le stagioni. E dunque, al di là dell’apparenza, ci troveremo in alternativa il Sistema uguale a se stesso. Qualcuno cambierà di posto a tavola, ma a quella tavola i commensali saranno sempre gli stessi, i cucinieri e i camerieri anche. Qualcuno, se sconfitto nella “competizione” elettorale dovrà accontentarsi di un piatto più magro, ma mai sarà escluso dalla tavolata. Perché nella pentola del sistema c’è bisogno di tutti gli ingredienti e di tutti i poteri rafforzati o ridimensionati che siano.
Dal referendum la speranza di innescare un vero cambiamento
E allora? Bisogna imparare dal referendum almeno due lezioni: quando si tratta di difendere ideali, in questo caso i principi costituzionali, non c’è clientelismo che tenga; quando si tratta di esprimere un voto che pesa davvero sulle decisioni, la partecipazione popolare cresce.
E dobbiamo impararlo perché l’esperienza ci mostra il contrario. E cioè che il voto dei cittadini, soprattutto nelle competizioni locali conta un fico secco. Tra salti della quaglia, egoismi e inganni quello di destra te lo trovi a sinistra e viceversa. Perché? Perché è il Sistema trasversale di potere che governa la politica, l’economia, la cultura, non il centrodestra o il centrosinistra.
E dunque riformuliamo la domanda: il voto lucano al referendum può rappresentare per la Basilicata un segnale di riscossa e di speranza? Sì, se si rimettono in campo gli ideali, se si restituisce valore al voto e se l’obiettivo è la liberazione dal sistema di potere trasversale.
E questo potrà accadere se si scommetterà su donne e uomini nuovi capaci di agire nel quadro di un campo “rivoluzionario” con lo scopo di rovesciare il sistema di potere lucano uguale a se stesso. Un campo alternativo alla politica palliativa, paternalistica, clientelare e spesso guidata dall’incultura del malaffare. Alternativo al sistema di dominio che tiene bloccata la regione da decenni. Donne e uomini che in forma associativa o individuale da anni combattono battaglie, spesso osteggiate, per la giustizia sociale, per la cultura, per la verità, per i diritti per la pace e per le libertà e contro la cultura della mafiosità. Donne e uomini spinti da logiche politiche e culturali opposte alle logiche del Sistema. Tutori dell’interesse generale e dei beni comuni e che ripudiano il malaffare. Donne e uomini che troviamo nel mondo associativo sottratto alle pratiche clientelari. Ma anche nelle organizzazioni sindacali e di partito dove spesso perdono le giuste battaglie per causa delle consuete logiche di potere.
Questi mondi dovrebbero convergere ma non è facile. Bisogna mettersi in gioco, come persone e come gruppi, senza la pretesa di primeggiare. Condividere una missione e darsi una rappresentanza politica e cioè ambire ad acquisire una rappresentatività formale e sostanziale. Non è facile, ma è l’unica speranza che abbiamo per mettere in pratica le due lezioni del referendum. E’ l’unica speranza. Mettere insieme il meglio della cultura, della politica, del sindacalismo e dell’associazionismo civico. Se questo non accadrà l’entusiasmo dell’esperienza referendaria, come già accaduto in altre situazioni simili, si rivelerà un fuoco di paglia. Ma attenzione, senza una cultura politica e senza una mobilitazione delle competenze non c’è alternativa che tenga.
E allora, la domanda oggi non è come fare per mettere insieme la Basilicata migliore. Oggi la domanda è: c’è qualcuno che vuole farlo?
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