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Umberto Bossi: chi era davvero “l’uomo di Pontida”
Umberto Bossi

Un avvelenatore di pozzi rimane tale anche da morto

Mani Pulite azzerava la Prima Repubblica e sulle sue ceneri danzava Umberto Bossi e la Lega Nord. La crisi di sistema faceva intravedere il baratro dinanzi al Paese con la sfida del superamento della classe politica nata nel dopoguerra e dell’ingresso nell’Euro.

In questo scenario si innescò l’ipotesi che il Nord operoso si potesse salvare solo abbandonando, come si fa con una inutile zavorra, il Sud parassita e fancazzista. Bossi e Maroni giravano per le osterie del Nord a propagandare il verbo rafforzando la narrazione della pubblicistica antimeridionale che dura da 170 anni.

Una pubblicistica che ha determinato quello che Carlo Levi chiamò il complesso di inferiorità dei meridionali. D’altronde per giustificare l’unità d’Italia la retorica dello straniero che occupava il Lombardo-Veneto non poteva funzionare con il Re Borbone e quindi la dinastia fu dipinta come la peggiore del pianeta. Poi ci fu la rivolta contadina nota come brigantaggio e il Lombroso teorizzò che fossero per nascita e aspetto portati a delinquere. Poi la mafia e la camorra, con cui il neo stato italiano strinse patti per conquistare il Regno Duosiciliano e alla fine tutte le negatività del Bel Paese furono attribuita ai terroni. Su questo fertile terreno si innescò la narrazione di Bossi.

Se permettete non mi associo al commiato bipartisan nei confronti del Senatur. Di tutto aveva bisogno in quel momento il Paese tranne che di un avvelenatore dei pozzi che rimestasse nei sentimenti più putridi degli italiani nordici.

Forse, come ha detto Formigli a Piazzapulita del 19 marzo Bossi era un antifascista. Forse qualcun altro, come Aldo Cazzulloo Beppe Sebergnini, lo ricorderà a capo di una Lega Nord “popolare, radicata, di produttori, artigiani, piccoli imprenditori, di quelli che mandano avanti il Paese

Se devo pensare alle riforme proposte da Bossi mi vengono in mente la lira del Nord e quella del Sud, il mito della Padania, la secessione dei padano-veneti, oltre alla riforma dello Stato ispirata ai principi nazisti di etnonazionalismo. Ricordo poi la gestione di Milano del sindaco secessionista Formentini e della ‘sciura’ Augusta, fatta su base strapaesana, il ‘tanko’, trattore trasformato dai leghisti veneti in carro armato con cui assaltarono piazza San Marco a Venezia per fare la Repubblica Veneta, e le bandiere italiane bruciate sulle strade.

Ricordo la pretesa di sostituire la ‘centralista’ religione cattolica con quella celtico padana con tanto di rito dell’ampolla contenente le acque del Dio Po e trasportata dal Moncenisio alla laguna veneta, e quella di sostituire miss Italia con miss Padania.

Nei raduni di Pontida e nei congressi federali si urlava ‘ammazza un terrone risparmia un milione’, ‘Forza Etna’, ‘Roma ladrona’. Se penso alla eredità leghista di quegli anni mi viene in mente la Banca Padana, subito fallita, l’affare Tanzania o quello c.d. The Family, in cui l’allegra famiglia Bossi confondeva con Belsito risorse pubbliche e private. Ricordo che nel 2009 il ‘trota’, Renzo Bossi, assieme a Roberto Cota, quello delle mutande verde Padania, e al padre condivideva su Facebook il manifesto con lo slogan “legittimo torturare i clandestini”. E poi maître à penser come Borghezio e Calderoli e la presidente della Camera Pivetti. È questo il centrismo riformista e l’antifascismo di Bossi da cui lo Stato avanza ancora 49 milioni?

Gli umori antimeridionali, razzisti e xenofobi, testimoniate dalle trasmissioni di Gad Lerner di quegli anni, Milano Italia e Profondo Nord, si nutrivano delle sparate di Bossi e della Lega.

Nei bar di Milano c’era la mappa d’Italia divisa in due dal Canale d’Africa, dove i coccodrilli mangiavano i terroni che tentavano di attraversarlo. Negli uffici della Regione Lombardia di Formigoni dietro la scrivania di alcuni dirigenti c’era la cartina solo dell’Italia del Nord.

A tutto ciò il mondo intellettuale della sinistra e no, non ha opposto alcuna resistenza. Anzi. D’Alema con Bossi fece il patto delle sardine affermando che la Lega Nord fosse una costola della sinistra (e però! Poi ci si lamenta se la sinistra non prende voti). Inseguendo la Lega si sono persi 40 anni di visione sui reali problemi e sul futuro del Paese: 20 a discutere di secessione e 20 di autonomia differenziata con dei razzisti xenofobi. Nel mentre il mondo cambiava.

Da quell’humus culturale, nonostante la continua vulgata di certa mala stampa, non è uscito il buongoverno del Nord. Ne sanno qualcosa al MPS, dove hanno dovuto ingoiare il boccone amaro di Antonveneta, e tutti gli italiani con la questione delle Banche Venete. Poi la corruzione per il MOSE e la storiaccia della Pedemontana. Per non parlare degli infiniti scandali della Sanità Lombarda.

Parce sepulto ma, con tutto il rispetto che si deve ai morti, non parteciperò al peana delle vedove inconsolabili. Un avvelenatore di pozzi rimane tale anche da morto.

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