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Venosa, la paura e la responsabilità di chi conosce la storia

L’appello di Cittadini per la Pace – Vulture Alto Bradano

Riceviamo e pubblichiamo il comunicato stampa dei Cittadini per la Pace – Vulture Alto Bradano

Prendiamo la parola su quanto accaduto in questi giorni a Venosa perché crediamo che il silenzio, in certi momenti, sia una forma di complicità. E questo è uno di quei momenti.

Un gruppo di persone di fede musulmana si è riunito in uno spazio cittadino per celebrare la fine del Ramadan. Un atto di fede, di raccoglimento, di comunità. Qualcuno (rappresentanti di Futuro Nazionale di Venosa) ha deciso di trasformare quella scena in un allarme, di usarla come innesco per una narrativa di invasione e sostituzione, di far circolare parole che trattano esseri umani come una minaccia collettiva da respingere. I vannacciani hanno scritto: “La nostra civiltà viene smontata allo stesso modo. Mattone dopo mattone. Senza rumore. Senza resistenza. Senza orgoglio.Non è “integrazione. Non è “convivenza”. È sostituzione lenta. È occupazione culturale.”

Quello che ne è seguito — nei commenti, nei post, nelle condivisioni — è qualcosa che non possiamo lasciare senza risposta. Non lo diciamo da una posizione astratta. Il nostro gruppo nasce dall’impegno concreto per la pace, dalla vicinanza alle vittime dei conflitti, dalla conoscenza diretta di cosa produce nel mondo reale la politica dell’odio verso l’altro. Chi ha manifestato contro il genocidio a Gaza, chi ha portato in piazza una bandiera della pace in questa terra, sa meglio di chiunque dove conduce la logica della disumanizzazione quando viene lasciata crescere senza resistenza. Non è una questione di ideologia. È una questione di memoria e di responsabilità.

La tecnica che stiamo osservando è antica e collaudata. Si prende il disorientamento genuino di una comunità — reale, comprensibile, non da deridere — e lo si trasforma in paura organizzata. Si individua un bersaglio visibile. Si costruisce una narrazione di perdita e di invasione. Si offre come soluzione l’appartenenza a un gruppo che promette protezione. Questo schema ha attraversato la storia europea producendo, ogni volta che ha trovato terreno fertile e assenza di resistenza, conseguenze che nessuno di noi vorrebbe vedere ripetute. Non lo diciamo per drammatizzare. Lo diciamo perché è la verità documentata, studiata, insegnata nelle scuole — e perché quella verità oggi torna a essere necessaria non come lezione del passato ma come strumento di lettura del presente.

Ciò che ci preoccupa, in particolare, è il rischio che questa narrazione contamini le istituzioni locali. Le istituzioni democratiche non sono strutture neutrali: sono il luogo in cui una comunità traduce i propri valori in regole di convivenza, il presidio della Costituzione nel territorio. Quando il linguaggio dell’odio trova spazio in quelle sedi — o quando chi le abita sceglie il silenzio invece di arginarlo — si produce un cortocircuito che non riguarda solo la politica quotidiana. Riguarda la tenuta democratica del tessuto civile. Il silenzio istituzionale di fronte alla propaganda dell’odio non è prudenza: è assenza. E l’assenza, in questi frangenti, ha un costo.

Vogliamo dire con altrettanta chiarezza che le persone di fede musulmana che vivono in questo territorio — che lavorano, che crescono famiglie, che praticano la loro fede con rispetto e con dignità — non sono un problema da gestire. Sono parte della comunità. Meritano la stessa tutela, lo stesso rispetto, la stessa dignità che ciascuno di noi rivendica per sé. Ridurle a una minaccia non è un’opinione legittima nel pluralismo democratico: è una violazione della dignità umana, prima ancora che una distorsione dei fatti.

Questa terra — il Vulture, l’Alto Bradano, Venosa con la sua storia millenaria di civiltà stratificate — ha sempre saputo che la sua forza non veniva dalla chiusura ma dalla capacità di attraversare il cambiamento senza perdere se stessa. È questo che vogliamo difendere. Non una retorica consolatoria, ma una realtà concreta e verificabile: che la convivenza è possibile, che richiede impegno e consapevolezza, e che chi lavora per costruirla merita sostegno, non indifferenza.

Lanciamo un appello a tutte le forze civili, culturali e istituzionali di questo territorio: non lasciate che questa narrazione si radichi. Non perché non si possa discutere di integrazione, di regole, di convivenza — si può e si deve, con serietà e con rispetto. Ma perché il modo in cui se ne sta discutendo in questi giorni non è un contributo a quella conversazione. È un tentativo di chiuderla, sostituendola con la paura e con l’odio.
Noi continuiamo a lavorare per la pace. Qui, in questa terra, come ovunque nel mondo dove la dignità umana viene calpestata. E crediamo che questo territorio abbia le risorse civili e culturali per rispondere a questo momento con la lucidità e il coraggio che merita.