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Basilicata, il petrolio degli altri

La distorsione di un sistema che impoverisce il territorio estrattivo

Il greggio estratto, ormai è noto, non viene raffinato in Basilicata. Viene inviato tramite oleodotto alla raffineria ENI di Taranto. Da lì, una volta raffinato, entra nel mercato internazionale. In sintesi, “l’oro nero” viene venduto principalmente sul mercato europeo, specialmente in Germania. Il primo dato interessante è, dunque, che il petrolio estratto non rimane in Basilicata, in compenso la regione subisce l’impatto ambientale e il rischio sanitario e l’impoverimento economico e sociale. Perciò il valore aggiunto del processo industriale di trasformazione viene generato altrove. Niente valore aggiunto, ma molti danni.

A fronte di una enorme estrazione, la Regione Basilicata riceve royalties (circa 64 milioni di euro nel primo semestre 2025, previsti a fine anno 120 milioni in totale), ma il territorio ottiene scarsi benefici in termini di sviluppo locale e occupazione, oltre a subire impatti ambientali e sanitari.

Il petrolio estratto in Basilicata, in particolare nella Val d’Agri (il più grande giacimento onshore d’Europa) e nell’area di Tempa Rossa, viene gestito principalmente da compagnie quali EniShell e Total.  L’estrazione è prevalentemente in mano a ENI (che detiene circa il 60% in Val d’Agri) e Shell. In complesso parliamo di oltre il 70-80% del greggio nazionale.

Da un lato è vero che a beneficiare del valore aggiunto e dei profitti non sono i lucani, ma altri. Dall’altro lato è anche vero che in quasi 40 anni la Basilicata ha ricevuto miliardi di royalties destinati per oltre l’80% a spese correnti: università, bonus, sanità, cantieri forestali, trasporto pubblico eccetera. Investimenti per lo sviluppo vicini allo zero. Senza parlare dell’andazzo nei Comuni dell’area delle concessioni Val d’Agri e Gorgoglione: royalties sprecate in spese senza resa nel quadro di un circuito economico locale “patologico”.

Dal 2008 al 2024, secondo i dati UNMIG, alla Regione sono stati erogati complessivamente oltre 1,89 miliardi. Ai Comuni dell’area estrattiva sono andati circa 316 milioni, di cui 193 milioni al solo Comune di Viggiano.

Nel frattempo nessuno di questi Comuni ha registrato variazioni positive degli indicatori socio-economici e demografici: tutti caratterizzati da un declino demografico verticale. Sempre più spopolati e sempre più poveri.

Al danno la beffa sul Pil. L’attività estrattiva incide sul Prodotto interno lordo regionale, pompandolo artificialmente. Un effetto statistico distorsivo che in tutti questi anni ha classificato la Basilicata in Europa come regione “in transizione” anziché “meno sviluppata”. E questo ha determinato una riduzione degli aiuti UE sui Fondi di Coesione.

La comoda dipendenza dal petrolio e il desiderio di riscattarsi da quella dipendenza ormai rappresentano una sorta di dissonanza cognitiva della politica regionale. Come uscirne?

Dare una svolta, anche con inversioni radicali, alle traiettorie future di sviluppo puntando seriamente e con una competente programmazione sugli asset principali del territorio, armonizzandoli in una visione complessiva: acqua, agricoltura, cultura, turismo, arte, piccola e media impresa a vocazione locale e ad alta tecnologia. L’energia e i suoi derivati trattiamoli come strumento non come fine o addirittura come fondamento dello sviluppo. Abbiamo dimostrato in questi anni molta incapacità nell’uso dello strumento energetico e scarsa consapevolezza di quanti danni abbia arrecato alla regione la rincorsa a inutili palliativi.

Intanto, assistiamo alle solite giaculatorie sulle royalties e sul loro utilizzo, sui progetti no-oil e sull’impatto occupazionale, sul rispetto degli accordi (quali?) da parte di Eni e Total, eccetera eccetera. Adesso, tardi, qualcuno comincia a chiedersi che fine faranno interi territori nel dopo petrolio. Tranquilli, bisognava pensarci prima. Tuttavia, la “catastrofe” post petrolio non è purtroppo imminente. E’ in atto da decenni, invece, il massacro delle potenzialità di sviluppo della Basilicata e la svendita del suo patrimonio. Se si continua di questo passo, con una classe politica e dirigente assolutamente inadeguata e disorientata, l’unica transizione che coinvolgerà da protagonista questa regione, lo ripetiamo, sarà la transizione dalla marginalità all’esclusione, dalla servitù alla schiavitù, dalla povertà alla miseria. E scusate se è poco.