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Denuncia violenza domestica e resta senza lavoro
Foto di repertorio

La donna faceva la guardia particolare giurata, da oltre un anno vive senza reddito e con una bambina a carico

Faceva la guardia particolare giurata, da oltre un anno vive senza reddito e con una bambina a carico. E’ il 20 maggio 2025 quando Luisa (nome di fantasia) residente in un paese della Val d’Agri decide di denunciare il compagno per violenza domestica. Lo fa perché avverte il timore che può accadere qualcosa di grave. Lui finisce, prima, per una settimana ai domiciliari, poi obbligato a indossare il braccialetto elettronico. Una convivenza che dura dal 2018, nel corso della quale, nel 2020, nasce una bambina.

Per causa della denuncia, come è giusto che sia e come prevede la legge, viene disposto immediatamente il ritiro cautelare dell’arma di servizio e successivamente, con decreto prefettizio, viene disposto il divieto di detenzione.

Nello stesso giorno della denuncia e del ritiro cautelare dell’arma, l’azienda da cui è assunta, un noto Gruppo che si occupa di sicurezza, sospende la donna dal lavoro e dalla retribuzione: “Lei dal giorno 20 maggio 2025 non è più in possesso del decreto e/o della licenza e/o del libretto di porto d’armi di Guardia Particolare Giurata a lei intestati; essendo questi documenti indispensabili per l’esercizio delle sue mansioni ci vediamo costretti, come previsto dall’articolo 120 del vigente CCNL per gli istituti di Vigilanza Privata, a sospenderla dall’attività lavorativa e dalla retribuzione…trascorso  un periodo di 180 giorni di calendario senza che lei sia rientrata in possesso dei documenti di cui sopra, potremo procedere alla risoluzione del rapporto di lavoro senza preavviso.”

Il 26 febbraio 2026 viene notificata a Luisa la decisione del divieto di detenzione armi. Nel decreto prefettizio leggiamo, oltre alla disposizione del divieto: b) fermo restando la validità del decreto di nomina a guardia particolare giurata, revoca la licenza di porto d’armi…

Trascorsi abbondantemente i 180 giorni stabiliti dall’azienda di vigilanza privata, ad oggi la donna non ha ricevuto alcuna comunicazione di risoluzione del rapporto di lavoro. E’ stata lei stessa ad inviare due e-mail all’azienda nel febbraio 2026. Chiede di essere integrata in servizi non armati, : “…la scrivente fa presente, qualora fosse possibile di essere integrata nel sevizio non armato, essendo ancora in possesso del decreto di guardia non armata, come si evince nel decreto che si allega in copia emesso dalla prefettura di Potenza. Poiché l’unica fonte di reddito era il lavoro che espletavo come guardia giurata e dal mese di maggio non percepisco nessun mantenimento da parte del mio ex compagno per la minore. Ad oggi mi stanno sostenendo esclusivamente in tutto i miei genitori…” Con l’altra e-mail chiede di essere licenziata: “La sottoscritta … dipendente presso la Vostra società dal 2018 con qualifica di guardia particolare giurata matricola omissis, espone quanto segue. Dal mese di maggio sono stata sospesa dal servizio in quanto vittima di violenza, situazione che ha comportato la sospensione /mancato rinnovo del porto d’armi da parte della Prefettura competente. Ad oggi, la Prefettura non provvede al rilascio del porto d’armi, requisito indispensabile per lo svolgimento della mia mansione. Tale condizione rende di fatto impossibile la prosecuzione del rapporto di lavoro. Con la presente, pertanto, chiedo formalmente e con urgenza l’emissione della lettera di licenziamento, al fine di poter regolarizzare la mia posizione amministrativa e previdenziale. Resto in attesa di un cortese e sollecito riscontro e porgo distinti saluti.” Nessuna risposta.

Successivamente, in data 2 aprile 2026 il giudice della sezione civile del Tribunale di Potenza pone a carico del compagno della donna un contributo di mantenimento per la figlia di 250 euro mensili. Luisa ha appena ricevuto tale somma nel mese di aprile. Ma non è detto che la riceva anche dal mese di maggio in poi. Perché? Perché il compagno, di recente, si sarebbe reso protagonista di un episodio che avrebbe configurato un reato e perciò licenziato dall’azienda per cui lavorava.

A prescindere dall’eventuale e comunque incerto contributo, Luisa ci tiene a chiarire: “Non so se quel contributo lo prenderò, certamente con una bambina a carico non potrò vivere con quella miseria. Ho bisogno di lavorare.”

Cos’è successo fino ad oggi? Nulla. La donna continua a mantenere lo status di lavoratrice sospesa e senza retribuzione. Nel frattempo Luisa continua a sopravvivere con una bambina a carico in assenza di qualunque prospettiva lavorativa. Si è rivolta a un sindacato senza ottenere riscontri e in questi giorni ha sottoposto la questione ad un altro sindacato nella speranza che qualcuno prenda in carico la vicenda.