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Europa di qua e di là: dalle elezioni in Ungheria alla riunione dei “volenterosi”

Se si vuole bene all’Europa, bisognerebbe eliminare la propaganda consolatoria e guardare in faccia i dati, riconoscere le divergenze, misurare la distanza tra geografia, istituzioni e coscienze politiche. E quindi chiedersi: quale Europa vogliamo, e con chi?

Non si è ancora spento l’infantile entusiasmo per la sconfitta di Orban che arriva la doccia fredda dall’Ungheria dove vince un altro ‘tiepido’ europeista. Ma siamo sicuri che le minacce alla UE vengano da sovranisti e destre o che ci sia dell’altro e un malessere più profondo che mina la coesione della UE?

Se prendiamo i titoli delle principali testate italiane sull’ultima riunione dei volenterosi troviamo: La Stampa “Parigi, vertice su Hormuz: l’Europa prova a muoversi unita”; Il Sole 24 Ore “Hormuz, iniziativa europea per la sicurezza dello Stretto”; Corriere della Sera “Vertice di Parigi, l’Europa cerca una linea comune sul Medio Oriente”; Avvenire: “Hormuz, l’Europa si affaccia sulla crisi”.

In realtà si tratta di una iniziativa di Starmer e Macron su cui non esiste neanche un numero certo di partecipanti. A seconda delle fonti si va da 35 a 50. Incerti sono anche il perimetro politico dell’iniziativa, i suoi contenuti effettivi e il suo significato strategico. Ma il punto più singolare è un altro: perché un’iniziativa franco-britannica, alla quale si sono aggiunti Meloni e Merz, viene raccontata come “iniziativa europea”?

A questo punto bisognerebbe intendersi su cosa sia l’Europa. Esiste un’Europa geografica, con confini convenzionali ma relativamente definiti. Ed esiste un’Europa politica, che però non coincide né con la geografia né con la retorica giornalistica. Se per Europa si intende l’Unione europea, allora si parla di 27 Stati, tra i quali non c’è il Regno Unito. E allora l’iniziativa di Starmer e Macron, più che rafforzare l’Unione, sembra mostrarne l’irrilevanza politica.

Se invece si voleva parlare davvero a nome dell’Europa, il baricentro dell’iniziativa avrebbe dovuto essere la Commissione europea con una voce riconoscibile e un mandato politico condiviso e l’iniziativa far capo a Ursula von der Leyen o Kaja Kallas e non a una sommatoria di leader nazionali, ciascuno portatore dei propri interessi e delle proprie ambizioni.

Ma il punto decisivo è ancora più profondo. Di là dalle formule retoriche, esiste davvero un’Europa che condivida principi, valori e sensibilità politica sui grandi temi del nostro tempo?

A questa domanda risponde in modo molto istruttivo l’Iniziativa dei cittadini europei intitolata “Richiesta di sospensione totale dell’accordo di associazione UE-Israele”, aperta il 25 novembre 2025 e in chiusura il 13 gennaio 2027. L’obiettivo minimo è un milione di firme. Oggi le firme raccolte hanno già superato quota 1,13 milioni e continuano a crescere. Ma ciò che conta non è solo il totale: è la distribuzione .

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Il cluster dell’Europa Occidentale supera già il 200% dell’obiettivo. In particolare Belgio (221,88%), Francia (752,94%), Irlanda (306,30%), Italia (481,59%), Paesi Bassi (206,57%) e Spagna (330,52%). Quello della Europa del Nord supera il 100% con Danimarca (192,26%), Finlandia (195,52%), Svezia (145,96%) a cui si aggiungono Polonia (125,92%) e Portogallo (116,08%) mentre tutti gli altri sono sotto al 100%.

Tra questi altri c’è un piccolo gruppo, Germania (76,55%), Grecia (77,84%), Slovenia (70,41%) e   Lussemburgo (50,78%), sopra il 50% e il resto d’Europa, cioè Europa Centrale e dell’Est con percentuali imbarazzanti che a mala pena raggiungono il 10%. Insomma dal + 700% della Francia a nemmeno l’8% dell’Ungheria.

Queste non sono sfumature statistiche. È la rappresentazione di una frattura profonda nel modo di percepire una questione che investe direttamente valori, diritti, politica estera e idea stessa di civiltà. La domanda non è se l’Europa debba “muoversi unita”, formula rassicurante ma vuota. La domanda è se questa unità esiste davvero e se sia possibile.

Continuare a evocare l’Europa come se fosse un soggetto politico e morale compatto significa nascondere sotto il tappeto contraddizioni enormi, aggravate anche da scelte compiute in passato, a partire dall’allargamento rapidissimo a Est, avvenuto anche grazie alla spinta di Romano Prodi, che ha mutato in profondità gli equilibri interni rendendo la Germania il punto centrale della UE.

Cosa abbia significato lo dimostra la vicenda Greca e la forza a sostegno della ‘punizione’ del governo Tsipras voluta dalla Germania che si fece forte nell’Eurogruppo dell’appoggio incondizionato dei paesi dell’Est. Sarebbe utile la lettura del libro Adulti nella stanza, di Yanis Varoufakis, per rendersi conto del clima e delle modalità di esecuzione della ‘punizione’.

Lo so che evocare la vicenda greca, come l’attacco al parlamentarismo prodotto dalla lettera di Mario Draghi al governo Berlusconi nel 2011, suscita irritazione negli entusiastici fautori della UE a trazione tedesca o franco-tedesca ma di quelle storture occorrerebbe tenerne conto prima di lanciare il cuore oltre l’ostacolo con il MES, l’esercito comune e altre improvvide accelerazioni.

Se si vuole bene all’Europa, bisognerebbe eliminare la propaganda consolatoria e guardare in faccia i dati, riconoscere le divergenze, misurare la distanza tra geografia, istituzioni e coscienze politiche. E quindi chiedersi: quale Europa vogliamo, e con chi?

I dati della raccolta firme mostrano una distanza siderale tra la vecchia e cara Europa Occidentale e il fronte tedesco e dell’Est Europeo che da almeno 20 anni domina la politica UE con evidenti disastri. Non è così? Dal mio punto di vista sono dati su cui un ceto intellettuale e politico decente dovrebbe interrogarsi.

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