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L’abrogazione del reato di abuso d’ufficio e l’effetto Palamara

Il richiamo dell’Europa: l’Italia dovrà ora adeguarsi entro 24 mesi, reintroducendo una tutela penale per l’abuso d’ufficio

La finalità dell’articolo 323 codice penale era quella di tutelare il buon andamento e l’imparzialità della Pubblica Amministrazione. La norma puniva i pubblici ufficiali che, violando la legge, procuravano intenzionalmente a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale o arrecavano un danno ingiusto a terzi.

Il ministro Nordio ha proposto il disegno di legge che ha portato all’abrogazione del reato di abuso d’ufficio e alla modifica dell’art.346-bis c.p., traffico di influenze illecite, sancite dalla Legge n. 114 del 9 agosto 2024 (pubblicata in G.U. n. 187 del 10 agosto 2024). In precedenza, il Gup del Tribunale di Perugia, competente per i reati coinvolgenti i magistrati romani, aveva emesso nei confronti di Luca Palamara una sentenza di condanna a un anno di reclusione (pena patteggiata e sospesa) per i reati di abuso d’ufficio e traffico di influenze illecite.

La riforma Nordio, come detto, non si è limitata ad abrogare l’abuso d’ufficio, ha anche fortemente depotenziato il reato di traffico di influenze illecite, rendendolo punibile solo se finalizzato a far commettere un reato specifico (come la corruzione) e in presenza di un passaggio effettivo di denaro o altra utilità economica. L’abrogazione dell’abuso d’ufficio ha creato un “vuoto di tutela”, lasciando impuniti comportamenti in cui un pubblico ufficiale favorisce deliberatamente se stesso o terzi, a meno che la condotta non sfoci in corruzione o concussione.

Sfruttando questo nuovo scenario, la difesa di Palamara ha sostenuto che i fatti oggetto di patteggiamento — “pressioni” e “accordi politici” sulle nomine direttive di magistrati— non configurino più reato. Si è verificata, di fatto, una abolitio criminis che permette di sostenere che ciò che ha fatto Palamara oggi non è più previsto dalla legge come reato”.

Coerentemente con il nuovo quadro normativo, il 15 aprile 2026 il gip del Tribunale di Perugia, in funzione di giudice dell’esecuzione, ha dovuto revocare la condanna di Palamara. L’ex magistrato si appresterebbe ora a chiedere la revisione della sanzione disciplinare della radiazione, sostenendo che sia sproporzionata poiché basata su presupposti penali ormai decaduti.

Si tratta, all’evidenza, di una scelta legislativa politicamente trasversale e, per molti versi, dissennata. La gravità di questa riforma non è attenuata dal fatto che sia stata sostenuta anche da politici e sindaci di sinistra; la cancellazione del reato è stata giustificata con la cosiddetta “paura della firma”.
Invero, sostenere l’eliminazione di un reato per il timore di firmare è un paradosso logico. Seguendo questa linea: i medici dovrebbero smettere di firmare cartelle cliniche; gli avvocati di firmare atti giudiziari; gli imprenditori di firmare titoli di credito; gli insegnanti di firmare il registro di classe.
Vogliamo recuperare un minimo di decoro?  Persino il professore e avvocato Franco Coppi, storico legale di Berlusconi e certamente non sospettabile di pregiudizio ideologico, ha aspramente criticato l’abrogazione dell’abuso d’ufficio.

Il richiamo dell’Europa. La realtà è emersa con forza con la Direttiva UE Anticorruzione (marzo 2026): il Parlamento Europeo ha approvato norme per standardizzare il contrasto alla corruzione, obbligando gli Stati a punire l’esercizio illecito di funzioni pubbliche, figura che si sovrappone quasi totalmente all’abuso d’ufficio cancellato in Italia.

L’obbligo di adeguamento. L’Italia dovrà ora adeguarsi entro 24 mesi, reintroducendo una tutela penale per tali condotte. Una “bella figura” — per non dire una vergogna — per il Ministro Nordio e per tutti i sostenitori di questa sciagurata riforma di destra, di centro e di sinistra. Alla luce degli effetti prodotti e del richiamo europeo, i fautori di tale riforma provano imbarazzo? Assolutamente no. Provino almeno ad arrossire! *Leonardo Pinto, avvocato