Basilicata: ancora nessuna bonifica dei siti industriali. Una nuova terra dei fuochi?
Green Digital Hub, il paradosso di Tito: quando la narrazione supera la realtà: nessuna bonifica da 25 anni per l’area Sin
La bonifica della sito della ex Liquichimica di Tito è stata decisa con un decreto nel 2001. Sono trascorsi 25 anni, solo studi, consulenze e rinvii. Alla Liquichimica si sono aggiunti altri siti a partire dalla Daramic e solo da quattro giorni il Governo ha dovuto nominare il generale Giuseppe Vadalà come Commissario straordinario. L’Assessore all’ambiente della Regione ha applaudito, non capendo che siamo stati omologati alla “terra dei fuochi”. Intanto ritardi nella Valle del Basento e nulla per la bonifica della ex Pamafi di Maratea, dopo che sono scaduti i termini della diffida effettuata a dicembre dllo scorso ai commissari liquidatori, intato in Consiglio Regionale si accumulano le carte di mozioni e ordini del giorno Dai ritardi e dalle inadempienze vegono condizionati i progetti di riutilizzo dei siti.
C’è un filo rosso che attraversa quarant’anni di politiche pubbliche in Basilicata. Parte dalla ricostruzione dopo il terremoto del 1980 e dalla rinascita culturale con la creazione dell’Università, passa per la valorizzazione del patrimonio e arriva oggi alla retorica della transizione green e digitale. È un filo fatto di grandi promesse, linguaggi efficaci e risultati spesso più deboli delle aspettative.
Il caso del Green Digital Hub di Tito Scalo si inserisce perfettamente in questa traiettoria. Sulla carta, il progetto era ambizioso: 55 milioni di euro, una rete ampia di partner – dal Consiglio Nazionale delle Ricerche all’Università della Basilicata, cluster e imprese – e l’obiettivo di creare un polo avanzato per l’innovazione ambientale, il digitale e l’osservazione dei rischi naturali. Un’iniziativa perfettamente allineata con le priorità nazionali ed europee. Eppure, proprio questa perfezione formale solleva più di una domanda.
Il nodo centrale riguarda l’area su cui il progetto insiste: circa 56.000 metri quadrati nella zona industriale di Tito, ricadenti in un Sito di Interesse Nazionale e quindi soggetti a bonifica della falda. Un passaggio complesso, con tempi incerti e iter autorizzativi articolati, che non dipende direttamente dai soggetti proponenti. In altre parole, la realizzazione del progetto è legata a una condizione preliminare tutt’altro che scontata. E tuttavia, questa criticità è stata presentata come un punto di forza: la riqualificazione di un’area degradata. Risultato: finanziamento assegnato ma poi revocato poiché inattuabile.
E il quadro si complica ulteriormente se si guarda al contesto idrico. L’area industriale di Tito è inserita in un sistema ambientale delicato, con connessioni dirette tra il fiume Tora e il Basento. Durante la crisi idrica del 2024, proprio il Basento è stato utilizzato, in deroga emergenziale, per garantire l’approvvigionamento a circa 140 mila cittadini. Questo significa che lo stesso territorio oggetto di interventi di bonifica e rilancio è parte integrante del sistema idrico utilizzato in condizioni di emergenza.
Il risultato è un cortocircuito evidente: si progettano hub per il monitoraggio dei rischi e la resilienza ambientale mentre, nello stesso tempo, si finisce fagocitati a gestire criticità strutturali con soluzioni emergenziali. Non si tratta di mancanza di dati o competenze. Il problema è un’altalena tra conoscenza e velleità, nella difficoltà di trasformare enunciati di obiettivi in decisione e intervento.
Questo schema non è nuovo. L’Università della Basilicata nasce proprio come risposta al terremoto del 1980, con l’obiettivo di sostenere lo sviluppo del territorio. I Sassi di Matera sono diventati simbolo internazionale di rinascita culturale, culminata con Matera 2019. Ma i risultati concreti sono ancora oggetto di analisi. Oggi il Green Digital Hub rappresenta la nuova promessa di innovazione.
Tre stagioni diverse, ma una dinamica simile: forte capacità di costruire narrazioni, più debole capacità di produrre trasformazioni strutturali.
La stessa zona industriale di Tito racconta questa storia. Nata con le politiche di reindustrializzazione post-terremoto (Legge 219), come molte altre aree industriali della Basilicata, ha visto alternarsi esperienze produttive spesso incompiute o problematiche, come i casi della Liquichimica, della Firema e dell’area Daramic.
Oggi, a questa eredità si sovrappone una nuova economia fatta di progettazione e bandi. Un sistema fluido, forse autoreferenziale, che intercetta risorse ma fatica a tradurle in impatti reali. Il paradosso di Tito è tutto qui: un territorio simbolo di innovazione che resta fragile.
E mentre si prepara il prossimo bando, la domanda resta aperta: la Basilicata riuscirà a trasformare le sue narrazioni in risultati concreti?
Intanto circa cento capannoni, valore 200 milioni, rimangono inutilizzati e sono preda di furti e uso per deposito di rifiuti.
Apibas non ha concluso da anni la liquidazione dell’Asi di Potenza, niente Piano qualificazione degli agglomerati nè appalto dei servizi, si occupa di gas. Nessuna politica industriale e perdita di posti di lavoro. Solo alla Sttellatis meno 3500 posti di lavoro per uscite incentivate. A livello sindacale si vagheggia di una Vertenza Basilicata che dovrebbe aprire Bardi. *Pietro Simonetti CSERES


