Editoriale
|I piccoli paesi: da luoghi di sosta a luoghi da abitare
Un nuovo contributo al dibattito sullo spopolamento
Si stima che 94 bambini su 100 tra i 3 e i 10 anni non hanno modo di giocare in strada, solo 1 su 4 trova ospitalità nei cortili, e poco più di 1 su 3 ha la fortuna di avere un parco o un giardino vicino a casa dove poter giocare. E lo spazio fisico, l’aria e il verde a disposizione dei bambini possono avere anche un impatto e una corrispondenza sullo spazio mentale e creativo dei giovani. (Save the Children)
Questa condizione è tipica delle città. Sarebbe strano infatti se quei pochi bambini che vivono nei piccoli comuni delle aree interne e rurali non avessero spazi pubblici per giocare. Ci sono giardini spontanei, campagne a due passi dalla piazza, la piazza, il verde. Se questo è vero, uno dei posti migliori per crescere un bambino è il piccolo paese.
“La periferia è stata vista, spesso e unicamente, come luogo dell’assenza: di storia, di significato, di identità; o come luogo della perdita: di forme, di relazioni, di qualità. In molte descrizioni la periferia risulta una “linea d’ombra”, qualcosa che sta al di là, della ferrovia, del fiume, dell’autostrada ed è opposta al centro definito della città. Un po’ come una soffitta dove si è depositato, in modo confuso, ciò che la città ha man mano scartato; come un magazzino di progetti e di idee sparsi qua e là senza articolare un disegno, come un posto di frontiera tra città e campagna, senza radici ma nemmeno prospettive” (Di Biagi, 2006).
Anche questa condizione è tipica del concetto classico di periferia: parte di territorio situata ai margini di un centro urbano. I piccoli paesi, al contrario delle periferie urbane, sono spesso pieni di storia millenaria, di significati, di identità, di anima e bellezza, centri della valorizzazione ambientale e territoriale. E dunque, sarebbero un bel posto per vivere. Si può dire? Forse sì, si può ancora dire. Nonostante la falsa modernità e le illusioni del progresso, intorno e a ridosso dei paesi ci hanno piazzato il brutto: centrali e cavidotti, impianti eolici, discariche, industrie violente e inquinanti…
I piccoli Comuni sono più civitas, (cittadinanza, comunità di persone e corpo sociale) e meno urbs, (insieme di edifici e infrastrutture fisiche). Si può dire? Forse sì, si può ancora dire. Nonostante le scelte urbanistiche capaci di rendere periferia i borghi e centrali le periferie a valle dei borghi. Nonostante l’edilizia residenziale e convenzionata sviluppata ai margini della cintura antica. Nonostante il fenomeno individualista delle villette da Biancaneve e i sette nani.
I paesi delle aree interne, piccoli e fragili conservano ancora culture, linguaggi e senso dell’abitare. Quell’abitare che è “stare in un luogo fino a quando quel luogo continua a stare in noi”. E anche quando cambiamo residenza continuiamo ad abitare il luogo da cui proveniamo proprio perché il nostro paese è dentro di noi. Lo sanno bene le ragazze e i ragazzi che provano un senso di gioia appena rimettono piedi sul selciato che li ha visti nascere e crescere. E poi il magone della ripartenza.
Puoi abitare altrove, lontano dal tuo paese, ma in quell’altrove non fai altro che albergare. Lo scriveva Heidegger (1951): “Il camionista è a casa propria sull’autostrada, e tuttavia questa non è il luogo dove alloggia; l’operaia è a casa propria nella filanda, ma non ha lì la sua abitazione; l’ingegnere che dirige la centrale elettrica vi si trova come a casa propria, però non vi abita. Queste costruzioni albergano l’uomo. Egli le abita, e tuttavia non abita in esse.” Il paese abita in te e tu in esso. È questo il legame che, per evitare si trasformi in sterile chiusura identitaria, deve agire in una dimensione di scambio con gli altri luoghi, con gli altri legami, per fare territorio.
La competizione tra paesi vicini per attrarre gente ad albergare, a sostare, rasenta il ridicolo. Una sindrome economicista che considera il luogo, il paese, come un prodotto sul mercato. Al contrario bisognerebbe fare in modo che i paesi non siano luogo di sosta, esito di una scelta, ma luogo da abitare, esito di una decisione. In quanto prodotto sarebbe destinato all’obsolescenza da consumo, a diventare un ritrovo abbandonato.
Veniamo all’altra faccia della medaglia. I piccoli comuni rurali sono spesso classificati come periferie o aree ultraperiferiche nel contesto della pianificazione territoriale e delle politiche di coesione, in particolare secondo la Strategia nazionale per lo sviluppo delle aree interne. I piccoli paesi delle aree interne sono la “periferia” rispetto all’accesso ai servizi. Sono periferie in quanto distanza dalle opportunità: educative, lavorative, infrastrutturali. Insomma sono periferie diverse da quelle delle grandi città. Esprimono disagi e vivono marginalità differenti.
Dagli anni Novanta, una delle politiche messe in campo per contrastare questa condizione è stata la Strategia Nazionale delle Aree Interne (SNAI) mediante la quale si è tentato di individuare tutte le zone cosiddette periferiche, localizzate in prevalenza nel Sud, sulla base di misurazioni spazio-temporali della loro distanza dai centri di erogazione dei servizi essenziali. Ad oggi, in base ai dati disponibili, non sembra che la Strategia abbia prodotto risultati significativi. E questo per diverse ragioni, anche politiche. A prescindere dalle risorse disponibili, il nodo è nella capacità di programmazione, nella carenza di idee originali e innovative e nella sostanziale inadeguatezza degli apparati burocratici, centrali e locali, delegati a spendere le risorse.
Dobbiamo immaginare che un piccolo paese collocato in un’area ben fornita da servizi sociali, sanitari, culturali, scolastici e commerciali, inserito in una rete dignitosa di trasporto pubblico e di infrastrutture fisiche, digitali, sarebbe il luogo ideale in cui abitare. E’ una banalità? Lo sarebbe se tutte le politiche nazionali e locali si muovessero in questa direzione. Invece prevale da un lato l’”accanimento terapeutico” sui Comuni destinati a scomparire a prescindere, quelli che l’anima l’hanno persa definitivamente; dall’altro l’ansia di frenare il declino di quelli che ancora respirano con lo scopo di esistere, ma senza vivere, basta guardare allo spreco di risorse del Pnrr. Dalla parte opposta ci sono paesi che esprimono potenzialità enormi sui quali andrebbero concentrate maggiori risorse nel quadro di una visione di sviluppo e di futuro di territori fatti a sistema e capaci in qualche modo di tenere in vita anche i paesi ad alto rischio di scomparsa. E senza inseguire quella banalità, tutto questo non è possibile. In alcuni di quei luoghi si è preferito autorizzare impianti eolici speculativi a ridosso delle abitazioni anziché promuovere e finanziare l’obbligo di pannelli solari su tutte le case. E’ solo un esempio, per capirci.
Le grandi città oggi vivono enormi problemi destinati ad acuirsi: inaccessibilità agli alloggi, caro vita, sicurezza, congestionamento, traffico, stress, inquinamento, eccetera. In sintesi, le città sono diventate centri di competizione per risorse e spazi, creando un equilibrio precario tra le potenzialità di sviluppo e le fragilità sociali e ambientali. Pur offrendo maggiori opportunità lavorative e di servizi, i problemi sempre irrisolti incidono sulla qualità della vita dei cittadini. Nel frattempo le tecnologie digitali, l’IA in primis, stanno trasformando radicalmente il mondo del lavoro, della produzione, delle relazioni sociali, delle comunità professionali. Insomma, il mondo si muove in una direzione che rimetterà al centro il valore dell’abitare nei piccoli paesi: i luoghi salutari in cui vivere. Non assisteremo certo allo spopolamento delle grandi città, ma probabilmente assisteremo a qualche forma di esodo, di allontanamento. Le politiche per le aree interne dovrebbero considerare questa prospettiva e agire di conseguenza. Allo stato attuale, almeno in Basilicata, non notiamo sufficiente attenzione da parte dei decisori politici alla tutela della salute dei luoghi in cui vivere e abitare. Notiamo, al contrario, un’ansia industrialista di vecchio stampo che quei luoghi li danneggia e li ha danneggiati.
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