La Basilicata non è un set per narrazioni che promuovono il fascino della miseria
I recenti servizi televisivi sono l’ennesimo schiaffo in faccia a una terra raccontata come un idillio, mentre nelle piazze, nelle fabbriche e nei territori si consuma un dramma sociale e ambientale senza precedenti
Mentre le telecamere della Rai indugiano sui riflessi dorati del Vulture e su narrazioni da cartolina, la Basilicata reale – quella che non finisce nel montaggio edulcorato di Linea Verde – sta affondando nel silenzio complice delle istituzioni. I recenti servizi televisivi sono l’ennesimo schiaffo in faccia a una terra raccontata come un idillio, mentre nelle piazze, nelle fabbriche e nei territori si consuma un dramma sociale e ambientale senza precedenti.
Una “Super Quark” del nulla: La fantascienza dei numeri. A tratti, guardando i conduttori, sembra quasi di assistere a una saga di Super Quark ambientata su un pianeta immaginario: una improbabile narrazione didascalica della Basilicata che però non esiste. Si celebra con enfasi il lavoro per il recupero alimentare: 183 tonnellate di cibo recuperate dal 2014. Ma facciamo due conti, quelli che la Tv evita per non rompere l’incantesimo. In una città di 60.000 abitanti, recuperare 15 tonnellate l’anno significa raccogliere appena 250 grammi di cibo pro capite all’anno. Un pacco di pasta a testa ogni dodici mesi. Presentare questa “economia delle briciole” come la frontiera del progresso, mentre il potere d’acquisto delle famiglie lucane cola a picco, è pura fantascienza bucolica.
Il Vulture delle favole e l’agonia di Stellantis. È grottesco celebrare un Vulture bucolico mentre il suo cuore pulsante, lo stabilimento di Melfi, viene smantellato. Stellantis sta lasciando a casa la forza lavoro, con con 3500 uscite volontarie incentivate dall’inizio del 2024. Di questo, nel racconto di Linea Verde, non c’è traccia. Si preferisce vendere la fiaba della “regione slow”, ignorando che per migliaia di lavoratori la lentezza non è una scelta di filosofia zen, ma l’agonia di un futuro che scompare tra cassa integrazione e incertezza.
L’ipocrisia dei piedi scalzi: nel bosco incantato. A Sasso di Castalda va in scena il “bagni di bosco” a piedi scalzi e con abbracci ai faggi, in un’atmosfera hippie che ignora le trivelle all’orizzonte e il paradosso di un comune che vive di royalties. Sia ben chiaro meglio questi riti improbabili che quelle messe culturali nei cimiteri tenute da sedicenti paesologi. Ma intanto i conduttori ostentano bottiglie di acqua con logo Uliveto (proveniente da Pisa) proprio dove multinazionali estraggono l’oro blu lucano dal Vulture al Pollino, viene voglia di dare un consiglio: invece di baciare i faggi a favore di camera, andateci voi scalzi e in penitenza fino a Pompei. Se volete fare “turismo religioso”, fatelo seriamente, ammettendo che qui da noi il settore non tira, manco i pellegrini arrivano più, figuriamoci i turisti “esperienziali”. Ci vogliono poveri e scalzi per estetica, mentre ci rendono poveri per necessità economica.
Rocco Petrone e il “Ponte alla Luna”: un attrattore in difficoltà. In questo scenario si continua a usare l’ombra di Rocco Petrone per vendere biglietti di un “Ponte” in crisi. Petrone era l’incarnazione del lavoro e della tecnologia applicata della Nasa; celebrarlo oggi, mentre si smantella l’industria si umiliano la ricerca e l’innovazione e si trasforma la sua memoria in un brand per un ponte sospeso sul nulla, è un insulto. Perché i suoi familiari non sono mai tornati in Basilicata? Forse perché di questa retorica del “borgo incantato” che nasconde il deserto industriale non sapevano che farsene.
Tito e UniBas: il volo che ignora la mancata bonifica. Infine, il volo poetico sulla Torre di Satriano che sorvola Tito. Si parla di libri e cultura per non inquadrare i veleni di una zona industriale dove la Procura ha chiesto 14 rinvii a giudizio per il caso Daramic e dove per la Liquichimica è dovuto intervenire il commissario della “Terra dei Fuochi”. Sentire poi l’Università della Basilicata fare “mea culpa” ambientale suona come una beffa: quasi confessano i danni con la telecamera accesa per ottenere assoluzione di immagine del loro “Green Digital Hub”, fallito prima di nascere per la mancata bonifica del sito.
Basta. La Basilicata non è un set per narrazioni che promuovono fantascienza e fascino della miseria. È una terra che va a picco mentre chi dovrebbe difenderla preferisce baciare i faggi e ignorare i cancelli che si chiudono, il declino e la povertà. Chi inquadra solo i murales e volta le spalle ai lavoratori di Melfi non sta facendo servizio pubblico: sta firmando l’atto di resa di un intero popolo.
La promozione vive ed è efficace se prepara il futuro e abbandona marchette e l’amichettismo della cerchia di soggetti che gestiscono enti, carrozzoni e sigle di sottogoverno, che usano i fondi UE organizzando eventi di autopromozione di gruppi che da anni spolpano le risorse pubbliche senza ricadute per il territorio e lo sviluppo. Pietro Simonetti -Centro Studi e Ricerche Economiche e Sociali (Cseres)


