La retorica del cambiamento: alternanza e alternativa non sono sinonimi
Come è possibile sconfiggere i responsabili della pericolosa decadenza politica, culturale, economica della regione? Provocazioni per un dibattito oltre il recinto
Molte delle condizioni attuali della Basilicata, nel bene e nel male, sono frutto di scelte passate. Scelte dei governi centrali, soprattutto dagli anni Sessanta in poi, insieme alle scelte delle amministrazioni locali dagli anni Settanta. La politica locale non è stata in grado di assumere decisioni e spesso ha dovuto subire gli interventi imposti dall’alto. Le popolazioni locali non hanno voluto, potuto o saputo decidere. Si poteva solo scegliere da un menù già dato nel quadro delle politiche di superamento del divario Sud-Nord attuate dagli anni Sessanta. Scelte che hanno purtroppo influenzato pesantemente tutte le opzioni di sviluppo nei decenni successivi e fino agli anni Novanta. Negli ultimi 30 anni il mondo è passato da una società analogica a un ecosistema completamente iperconnesso; l’avvento di Internet, la rivoluzione mobile, le guerre, la transizione ecologica e l’ascesa dell’Intelligenza Artificiale hanno ridefinito radicalmente l’economia, il lavoro e la vita quotidiana. Adesso nulla è più come prima.
Nella storia economica del Mezzogiorno e della Basilicata dal dopo guerra in poi incontriamo mafie, gruppi di affari, uso di denaro pubblico a fini privati e di consenso elettorale, truffe, pedatori di risorse del Nord e del Sud. In Basilicata, soprattutto dagli anni Novanta, intorno alle scelte e alle risorse di qualunque provenienza si è creato un Sistema di potere trasversale e autoreferenziale. Un sistema che nel corso del tempo ha raffinato le proprie strategie di dominio fino a diventare egemone. A tutto questo si aggiunge un peggioramento della qualità del personale politico.
L’approccio alle politiche di “sviluppo” non è mai sostanzialmente mutato. Al centro di quello che è accaduto e accade vi è la carenza assoluta di una cultura dello sviluppo nelle classi dirigenti a cui ha fatto da supporto l’assenza di una cultura del futuro. Mai, tranne qualche eccezione, gli insediamenti produttivi, specie della grande industria, hanno avuto legami con la realtà sociale ed economica preesistente dei territori. Ed è ciò che si continua a fare provando ad attrarre persino insediamenti legati all’industria bellica. Importante è qualche posto di lavoro maledetto e subito. Il futuro è concepito come fatalità in divenire.
L’ASINO DEL CAMBIAMENTO
Quello che si dovrebbe fare è costruire un’alternativa alle crisi in atto: ambientale, occupazionale, demografica, culturale, politica, sociale, morale. Non basta il tentativo di “dare risposte” o di fornire “soluzioni”. Occorre una vera alternativa. Evitando di ripetere gli errori del passato. E non si può costruire l’alternativa con gli stessi gruppi e persone; con gli stessi strumenti, approcci e politiche che alle crisi hanno fornito un notevole contributo. Quindi bisogna costruire un’alternativa anche a queste persone e a questi gruppi.
Proviamo a rispondere ad alcune domande. Date le condizioni in cui versa la Basilicata, perché non si avvertono segnali collettivi, popolari, di reazione? Come è possibile sconfiggere i responsabili della pericolosa decadenza politica, culturale, economica della regione? Come costruire una vera alternativa?
Qualcuno potrà rispondere che occorre aspettare, come è naturale che sia, il momento del voto per capire se ci sarà una reazione popolare. Tuttavia, il voto è uno strumento democratico sempre meno usato dai potenziali elettori. Bisogna aggiungere che le urne ci consegnano un dato limitato al presente e circoscritto al giudizio sull’amministrazione pro-tempore. E quindi si tratta di un gioco democratico per cui ti voto, ma se non soddisfi le aspettative di quella preferenza, la volta successiva non ti voto. Siamo al gioco dell’alternanza.
Ed è proprio qui che casca l’asino del famoso “cambiamento”. Nella struttura profonda delle scelte politiche nei settori più sensibili della vita dei cittadini – sanità, cultura, scuola, spopolamento, giovani, lavoro, welfare, economia – le differenze tra le coalizioni che si sono avvicendate al governo regionale bisogna cercarle con il lanternino. Anche perché i vincoli esterni sono uguali per tutti. Tuttavia, dobbiamo ammettere che anche la cultura politica che informa le scelte è sostanzialmente la stessa: liberista, industrialista, lavorista. Il personale politico e dirigente non muta: il potere è sempre nelle mani dei soliti gruppi in lotta o in alleanza tra loro a seconda delle convenienze.
L’influenza e il peso del potere trasversale agli schieramenti elettorali costituito da cerchie politiche-imprenditoriali-burocratico-istituzionali, cambia pelle ma è sempre lo stesso. Come abbiamo già scritto, si tratta di un apparato che sopravvive all’avvicendarsi delle amministrazioni pubbliche e che agisce come strumento di controllo su presidenti, sindaci, assessori, dirigenti, funzionari e su esponenti di altre istituzioni per garantire che alcune scelte politiche e amministrative vadano nella direzione di precisi interessi. Un apparato mobile che oscilla tra conflitti e alleanze nei retrobottega della politica. Un apparato che per comodità in altri articoli abbiamo chiamato “ragno”: un arcipelago di potentati piccoli e grandi che controllano risorse e persone.
ALTERNANZA E ALTERNATIVA NON SONO SINONIMI
Perché nulla cambia o cambia poco ogni volta che all’amministrazione regionale si avvicendano compagini elettorali di “colore” diverso? Forse perché il colore seppure nominalmente differente nasce spesso dalla medesima combinazione cromatica. A parte la battuta, prevale il “mito” dell’alternanza nel quadro di una scelta affidata agli elettori. Si badi bene: scelta, non decisione. Parliamo quindi di avvicendamento al governo ora dell’una ora dell’altra coalizione. Ed è questo il gioco democratico a cui partecipano le parti in competizione. Se, al contrario ragionassimo in termini di alternativa, a prevalere sarebbe la decisione. Vale a dire la creazione di opzioni nel quadro di un percorso appunto alternativo alla scelta tra cose già date. Al governo del Paese, per esempio, chiunque si alterni non può oltrepassare i confini del liberismo, al massimo può adottare scelte di campo che in qualche modo si richiamano a quella che un tempo fu la socialdemocrazia.
Nel nostro caso, la Basilicata, alle prossime elezioni regionali gli oppositori del centrodestra proveranno a vincere la sfida dell’avvicendamento nel contesto appunto del gioco dell’alternanza: al posto di Bardi, espressione di una coalizione, una donna o un uomo espressione di un’altra coalizione. Più banalmente e populisticamente potremmo dire che il gioco è “togliti tu che mi metto io”. La struttura fondamentale, però, rimane la stessa. E qual è la struttura fondamentale? Tutto l’armamentario politico, economico, istituzionale, imprenditoriale nelle mani del “ragno”.
Dunque, la Basilicata si salva se esiste un’alternativa al ragno, perché avvicendarsi nell’amministrazione non significa tout-court sconfiggere i predatori di risorse, le subculture mafiose, le “confraternite” di interessi. Qualcuno potrebbe dire: ma quelli ci saranno sempre! Certo, ci saranno sempre fin quando nessuno li contrasterà seriamente e fin quando molti penseranno che si tratti di un dato fisiologico.
CHE FARE? INDIZI PER UN DIBATTITO
Spesso sentiamo dire da più parti, anche da questo giornale, che Bardi non è capace, che quell’assessore è inadeguato, che le scelte della maggioranza sono sbagliate, che quel dirigente è incompetente o ammanicato con chissà quali gruppi di interessi, eccetera eccetera. Questo vuol dire che si attribuisce alle persone, ai leader delle coalizioni, un giudizio. Giudizio in questo caso negativo, ma che si ribalta in positivo nel caso venga espresso dai sostenitori della coalizione. Dunque un primo principio è che le persone contano. Chi dirige o governa è responsabile delle proprie scelte.
Il secondo principio, non per importanza, è che la cultura politica, l’area “ideologica” di appartenenza, informano le azioni e le scelte delle persone che dirigono e governano. Diamolo per buono, per comodità. Anche se non può sfuggirci il fatto che quella cultura e quell’appartenenza hanno un peso sempre più debole nell’influenzare azioni e scelte. I salti della quaglia e il civismo di facciata, molto frequenti, ce lo dimostrano. Tuttavia, ai fini del nostro ragionamento, il principio lo diamo per assodato.
A questo punto potremmo cavarcela dicendo che una vera alternativa si costruisce con una cultura politica fondata su un corpus di ideali e interpretata da persone all’altezza del compito di liberare la Basilicata dalle sue attuali condizioni. Ma non ce la caviamo se non proviamo a declinare questa ipotesi in contenuti.
Per cultura politica qui si intende l’insieme di ideali, valori, linguaggi, visione del mondo che contribuiscono a definire l’identità politica di un soggetto come parte di un contesto storicamente e territorialmente definito. Detta così è evidente che questo soggetto non esiste in Basilicata. Soprattutto perché non esiste uno spazio politicamente abitato da una visione comune a cui aderiscono persone e organizzazioni. Al massimo esiste un compromesso sui punti di vista da utilizzare all’occorrenza per prepararsi all’alternanza: il cosiddetto programma elettorale. La differenza tra visione e punti di vista è enorme. Per corpus di ideali intendiamo un sistema di riferimento etico, morale e di principi che guida le scelte e le azioni delle persone o di un gruppo.
La visione è l’ossatura su cui si costruisce una vera alternativa. E’ l’immagine futura della regione che vuoi costruire. In altri termini è la messa a fuoco di quell’immagine. E’ la bussola che ti guida. In termini più politici riguarda la capacità strategica di anticipare i cambiamenti, le tendenze e le sfide sul medio e lungo periodo. La visione va dichiarata e condivisa. E qui facciamo il solito esempio, anche per capirne l’importanza: Liberté, Égalité, Fraternité era una dichiarazione di visione dei rivoluzionari francesi opposta all’altra dichiarazione attribuita a Luigi XIV “L’État, c’est moi!” Le due dichiarazioni, seppure pronunciate a distanza di oltre un secolo l’una dall’altra, prefiguravano due concezioni opposte di Stato e di modello di società. E la dichiarazione di visione non va confusa con lo slogan della campagna elettorale.
Noi dovremmo chiedere a chiunque si presenti alle elezioni qual è la sua visione di Basilicata e come intende inseguire quella visione attraverso decisioni strategiche e praticabili. Qual è il suo sistema di valori, di ideali e di principi, a quale cultura politica fa riferimento. Se continuiamo a chiedere il rifacimento della strada, il posto di lavoro, gli incentivi alle imprese, nuovi lotti per gli insediamenti produttivi, una sanità migliore, eccetera eccetera, in sintesi di “risolvere i problemi della gente” tutti ci risponderanno di sì. Tuttavia, nessuno potrà garantirci davvero che quel sì si tradurrà in fatti concreti.
Ve lo potrà garantire soltanto chi avrà risposto alle prime domande: visione, cultura, strategie, valori. Vale a dire le persone degne di fiducia: che siano artisti, educatori, politici, docenti, studenti, giovani e vecchi, donne e uomini, operai, disoccupati, contadini, agricoltori, imprenditori, medici e allevatori… E se queste persone creano uno spazio di condivisione per contaminarsi e costruire un percorso comune verso l’alternativa a questa Basilicata, a questo sistema di potere, a questa politica condominiale e palliativa, allora la speranza diventa progetto. Avere in mente la foresta con le sue bellezze, le sue fragilità, le sue insidie, ci rassicura sul fatto che nessuna di quelle persone degne di fiducia abbia in mente quell’idea sbagliata che è causa di molti problemi. L’idea sbagliata è che bisogna prendersi cura di un solo albero, o di dieci o di cento, in base alle circostanze o alle emergenze o agli interessi, perdendo di vista l’intera foresta. E questo capita quando si ragiona soltanto per comparti, per bisogni specifici, per interessi corporativi, per necessità, per qui e ora. Va bene, ma si sappia che se è necessario e importante curare l’albero, è allo stesso tempo e allo stesso modo importante prendersi cura della foresta. L’albero non si salva da solo.
Se paragoniamo i quattro pilastri – visione, cultura, strategie, valori – a un terreno da coltivare, scopriamo subito qualcosa di banale. Se non prepari il terreno con tutte le procedure e la fatica del caso è inutile piantare o seminare. Eppure, chi ha governato e governa la regione, spesso si è comportato come chi semina fuori stagione e su terreni inadatti. Se costruisci una casa senza aver prima creato le fondamenta, la casa crolla. Eppure, chi ha governato e governa la regione, spesso ha adottato provvedimenti che poggiavano sul nulla. Con l’illusione, per fare un esempio, che si potessero inserire nel mondo del lavoro persone povere e fragili in un territorio altrettanto povero e fragile (Copes, Tirocini formativi, Cittadinanza solidale, tanto per ricordare alcuni provvedimenti fallimentari). Oppure, come nel passato, l’illusione che l’industria pesante e anche inquinante potesse creare sviluppo in territori che nulla avevano a che fare con quella prospettiva strategica. Mancavano le fondamenta. Senza parlare della politica degli incentivi fuori da ogni visione di territorio e di sviluppo. A cui dobbiamo aggiungere un’altra questione posta ai margini delle politiche: la scarsità di capitale di fiducia, argomento importante nel quadro della ricapitalizzazione sociale dei territori.
Nel quadro di una visione capace di inseguire un’identità territoriale dello sviluppo sarebbe corretto evitare le contraddizioni. Solo per fare qualche esempio, non si può parlare di turismo sostenibile, di agricoltura di qualità, di artigianato, di ambiente, storia e paesaggi e nello stesso tempo favorire insediamenti di pale eoliche a ridosso di un centro storico o dentro un’area di interesse archeologico. E’ tutta roba che nel migliore dei casi fa somma zero. Non si può rivendicare l’innovazione tecnologica nelle aziende e nello stesso tempo pretendere il mantenimento dei livelli occupazionali. Non si può pretendere la tutela dell’ambiente e della salute dei cittadini e nel contempo applaudire ai posti di lavoro creati, magari con soldi pubblici, da un’azienda che inquina. Non si può parlare di crescita economica senza avere un’idea di sviluppo. Non si può parlare di sviluppo delle aree interne e di sanità, senza dare importanza alla viabilità e ai trasporti nelle aree montane e alle infrastrutture di collegamento tra i piccoli Comuni. Non si può parlare di pace e accogliere con tutti gli onori l’insediamento di un’industria bellica che venderà armi e dispositivi sul mercato delle guerre.
CONCLUSIONE DEL MOMENTO
Detto questo, torniamo all’argomento principale. L’alternativa si fa costruendo una visione e inseguendola. Tutto il resto è fatica per l’alternanza. A questo punto ci sarebbe la domanda cruciale, ammesso che qualcuno colga gli spunti di riflessione in questo lungo articolo: come si fa l’alternativa? Parliamone, se ne parli.
Possiamo solo aggiungere in conclusione che l’alternativa, nelle condizioni attuali della Basilicata, è impossibile senza che i cittadini ne abbiano consapevolezza. Devono essere loro a volerla. Devono essere loro a comprendere che il gioco dell’alternanza non è più sufficiente. Una possibile avanguardia per l’alternativa, costituita da persone che abbiamo definito “degne di fiducia” ha questa priorità: persuadere i cittadini, condividere con loro una visione e un percorso. Ma prima bisogna creare l’avanguardia. Ci sono sindaci che tra mille difficoltà lavorano giorno e notte per il bene della propria comunità, ci sono sindacalisti o ex sindacalisti guidati da principi e ideali e sottratti alle logiche di potere, ci sono intellettuali, docenti, artisti, ambientalisti, esponenti politici e del mondo associativo non corporativo, imprenditori che avvertono il dovere di costruire un percorso di rinascita della regione. Insomma, un’avanguardia di innovatori che rompa con la “routine dell’alternanza.” Un movimento di società civile che si ponga obiettivi di lungo termine e che guardi soprattutto ai bambini, alle bambine, ai giovani e alle loro condizioni future in questa terra. Non basta cambiare qualche musicista e scegliere tra spartiti già dati. Bisognerebbe creare una nuova orchestra che scriva musiche originali con musicisti d’avanguardia. Fuor di metafora, alla base di tutto ci deve essere il rifiuto di scegliere tra la brace, la padella e il forno, e la forte volontà di creare opzioni alternative. Sembra un’utopia e forse lo è. Soprattutto se ci guardiamo intorno. Tuttavia, si può provare almeno a discuterne.
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