Logo
L’Europa e il nuovo Patto di stabilità: il paradosso

Il problema nasce quando la contabilità incontra la realtà

Un patto implica un accorto che tutte le parti possono realisticamente rispettare e che sia negoziato secondo principi di buonafede. Se una delle parti sa già, fin dal momento della firma, che l’altra non potrà realisticamente rispettarlo per ragioni strutturali indipendenti dalla propria volontà siamo in presenza dello scopo di mettere sotto ricatto l’altra.

È esattamente ciò che sta accadendo oggi in Europa con il nuovo Patto di stabilità

Sulla carta il principio appare ragionevole: i Paesi con debito elevato devono ridurre progressivamente il rapporto debito/PIL fino a convergere verso il 60%. Contabilità prudente, disciplina fiscale, responsabilità intergenerazionale. Tutto apparentemente ineccepibile.

Il problema nasce quando la contabilità incontra la realtà.

Dall’introduzione dell’euro a oggi, il rapporto debito/PIL è passato in Francia da 59,7% a 115,6%, in Spagna da 62,3% a oltre 100%, in Italia da 113,7% a 138%. Nello stesso periodo gran parte dei Paesi del centro e dell’Est Europa è rimasta stabilmente sotto il 70%.

Non stiamo parlando di governi irresponsabili contrapposti a governi virtuosi (la spesa pubblica pro capite di Germania e Olanda è di circa 27.000 euro anno pro capite. In Francia 24.000, in Italia 16.000 e Spagna 14.000).

Stiamo parlando di economie che operano dentro una stessa moneta ma dentro geografie economiche profondamente diverse.

Da una parte il cuore amministrativo, logistico e finanziario europeo concentrato nell’area compresa tra Parigi, Bruxelles, Amsterdam, Francoforte, Lussemburgo e Amburgo. Dall’altra economie periferiche costrette a competere partendo da minore centralità, minore attrazione di headquarters, minore densità infrastrutturale, minore accumulazione fiscale.

In economia questi vantaggi si autoalimentano: cluster, economie di agglomerazione, headquarters effect, spillover fiscali. In parole semplici: chi è al centro continua ad accumulare centralità. Chi è in periferia deve investire molto di più per non arretrare.

Come se non bastasse, l’allargamento ad Est ha prodotto un secondo effetto: ha rafforzato un’area industriale concorrente dell’Europa occidentale, integrata soprattutto nelle filiere tedesche, con costi del lavoro significativamente inferiori, fiscalità più aggressiva e crescente peso politico nei processi decisionali europei.

In sostanza, mentre Berlino ha costruito negli anni una vera piattaforma economica integrata con i propri satelliti centro-orientali, le grandi economie dell’Europa occidentale — Roma, Parigi, Madrid in primis — continuano a perdere centralità e, a causa delle regole comuni, non riescono a riequilibrare con investimenti strutturali la loro perdita di centralità. In aggiunta l’Europa concentrata sul fronte orientale sta scomparendo dall’area di interesse dell’Europa Occidentale: il Mediterraneo.

Ed è qui che il Patto diventa paradossale

L’Unione pretende disciplina fiscale da economie strutturalmente svantaggiate senza offrire ciò che esiste in qualsiasi federazione matura: trasferimenti automatici, bilancio federale significativo, debito comune permanente, politiche di riequilibrio territoriale, vera cooperazione rafforzata.

In assenza di questi strumenti il riequilibrio viene affidato quasi esclusivamente a migrazione interna, compressione salariale e austerità.

Secondo le attuali regole, assumendo un mondo privo di guerre, pandemie, crisi energetiche, recessioni o nuove emergenze strategiche, l’Italia avrebbe bisogno di circa 76 anni per riportare il rapporto debito/PIL verso i parametri europei. La Francia di oltre 65 anni. La Spagna di 40.

Ridicolo, semplicemente ridicolo. Impossibile da rispettare e quindi?

Arrivano procedure di infrazione, pressione dei mercati, spread, downgrade, condizionalità, fino al ricorso agli strumenti “di salvataggio” come il Meccanismo europeo di stabilità: il ricatto istituzionalizzato di chi deve chiedere aiuto dopo essere stato messo strutturalmente nella condizione di non poter rispettare il patto.

In questo modo gli squilibri aumentano e quando questo accade nella storia le democrazie diventano regimi che sostengono con la forza le disuguaglianze. E questo con il riarmo tedesco non può non destare angoscia e preoccupazione.

Cosa accadrà quando l’Unione dovrà assorbire la ricostruzione di Ucraina, con centinaia di miliardi di investimenti pubblici, infrastrutture da ricostruire, industria da rilocalizzare, sicurezza da garantire?

Chi può seriamente pensare che questo non sposterà ancora di più il baricentro politico, finanziario e industriale dell’Unione verso Est, aumentando ulteriormente la pressione competitiva e fiscale sulle economie dell’Europa occidentale?

La leadership europea non prova un minimo di imbarazzo nel continuare a proporre patti che una parte rilevante e fondante dell’Unione sa già di non poter realisticamente rispettare?

E soprattutto: perché Italia, Francia e Spagna continuano a firmarli senza fare fronte comune? Forse perché la grandeur francese la fa sentire simile alla Germania, invece che messa peggio dell’Italia. O forse perché i suoi centri decisionali, Parigi e Strasburgo, partecipano al bottino del centro europeo dimenticando che il resto della Francia, la gran parte, è periferia.

Il Patto, nella ipotesi migliore, rappresenta la miopia della leadership UE. In quella peggiore la malafede di alcuni e la dabbenaggine di altri.

Dabbenaggine alimentata da un mainstream altrettanto indecente delle leadership che infantilmente attribuisce le cause del declino all’Orban di turno o al diritto di veto e alla lentezza decisionale ma mai alla qualità delle decisioni prese.

©Riproduzione riservata