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Perché l’Unione Europea fa così tanta fatica a esprimere una visione comune?
Foto d'archivio

Una babele di lingue, culture, sistemi fiscali, modelli sociali e storie nazionali spesso segnate da secoli di conflitti

Ogni volta che l’Europa si trova davanti a una crisi sistemica — finanziaria, energetica, industriale, migratoria o geopolitica — torna la stessa domanda: perché l’Unione Europea fatica così tanto a esprimere una visione comune?

Perché davanti alla guerra, ai dazi, alla competizione tecnologica globale, al debito pubblico, all’energia o alla difesa comune, l’Europa appare spesso lenta, divisa, esitante?

La risposta più frequente richiama la complessità istituzionale: troppi governi, troppi veti, troppi interessi nazionali. Ma il vero problema europeo è più profondo. Ed è quasi assente nel dibattito pubblico.

L’Europa ha costruito una moneta comune, un mercato comune e vincoli fiscali comuni senza costruire una geografia economica comune.

È questa la contraddizione originaria. Negli ultimi venticinque anni il dibattito economico europeo si è concentrato quasi esclusivamente su competitività, produttività, innovazione, contenimento del debito, disciplina di bilancio, transizione energetica, mercato dei capitali.

Da Mario Draghi a Enrico Letta, passando per organismi internazionali e think tank, le parole chiave sono sempre le stesse: investimenti, ricerca, capitale umano, integrazione finanziaria, semplificazione normativa. Tragicamente sono sempre le stesse.

Mai chiedersi: dove si accumulano, fisicamente, il capitale, le infrastrutture, la logistica, la finanza, la ricerca, le funzioni direzionali e il potere fiscale europeo?

Perché l’economia non si distribuisce nel vuoto. Ha una geografia. E quella europea, oggi, è fortemente squilibrata. Il cuore politico, amministrativo, finanziario e logistico dell’Unione è concentrato in un quadrante relativamente ristretto compreso tra Parigi, Bruxelles, Amsterdam, Francoforte, Lussemburgo e Amburgo.

In questa area si concentrano:

  • le principali istituzioni europee;
  • gran parte delle agenzie comunitarie;
  • i maggiori hub finanziari;
  • i principali aeroporti intercontinentali;
  • il corridoio logistico dominante;
  • una quota decisiva delle funzioni direzionali ad alto valore aggiunto.

Quando istituzioni, capitale, università, infrastrutture e imprese si concentrano nello stesso territorio, non si genera soltanto efficienza. Si genera accumulazione cumulativa che gli economisti chiamano path dependency. Chi è centrale attrae altro capitale, altra innovazione, altro lavoro qualificato, altro gettito fiscale. Chi è periferico, al contrario, deve sostenere costi maggiori per restare competitivo.

Il risultato è che dentro la stessa area monetaria alcuni territori accumulano vantaggi competitivi strutturali, mentre altri sono costretti a inseguire. Questo spiega molte delle fratture politiche europee.

Spiega perché i Paesi del Nord vedono il rigore fiscale come una disciplina naturale, mentre le economie mediterranee lo percepiscono spesso come un vincolo asimmetrico. Spiega perché i Paesi dell’Est, beneficiari di un enorme trasferimento di investimenti e capacità produttiva dopo l’allargamento, hanno interessi geopolitici e industriali differenti da quelli dell’Europa occidentale.

Spiega, soprattutto, perché l’Europa fatica a parlare con una sola voce, perché non esiste una vera convergenza geografica.

Esiste una convergenza monetaria. Esiste una convergenza regolatoria. Ma non esiste ancora una convergenza nella distribuzione del potere economico. E qui emerge la grande omissione della politica europea contemporanea.

L’Unione discute di debito comune, difesa comune, mercato unico dei capitali, transizione energetica, autonomia strategica. Ma non discute mai di redistribuzione della centralità. Non discute di come riequilibrare la localizzazione delle funzioni amministrative. Non discute di nuovi corridoi logistici. Non discute di un secondo baricentro euro-mediterraneo. Non discute di come trasformare le periferie geografiche in piattaforme produttive. Senza questa discussione, ogni richiesta di “più Europa” rischia di apparire, per molti territori, come la richiesta di rafforzare gli squilibri.

Una moneta può unificare i prezzi. Un trattato può unificare le regole. Un mercato può unificare gli scambi. Ma solo una strategia territoriale può unificare davvero una comunità economica. Fino a quando l’Europa continuerà a chiedere convergenza fiscale senza proporre convergenza geografica, continuerà a produrre la stessa contraddizione: un centro onnivoro e una periferia debilitata.

L’Italia, proprio a causa delle profonde divergenze tra Nord e Sud, ha sfiorato la secessione pur essendo “una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue e di cor”. L’Europa, invece, è una babele di lingue, culture, sistemi fiscali, modelli sociali e storie nazionali spesso segnate da secoli di conflitti. Abbandonando ogni retorica infantile, la UE potrà sopravvivere a queste divergenze territoriali?

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