Potenza, lo strappo di San Gerardo: la parata e la processione
La “frattura” tra clero e popolo e l’estetica del potere
“Il potere politico contemporaneo ha spesso assorbito forme tipiche del sacro (rituali, retorica, performatività). In questo scenario la Chiesa deve evitare di appiattirsi sulle logiche del mondo, opponendo all’autorità autoreferenziale il paradosso evangelico del servizio e della croce.” (Antonio Spadaro, L’Avvenire, 2025). È forse per questo che il clero potentino, vescovo in primis, ha praticamente ignorato l’arrivo della parata dei turchi sulla soglia della Cattedrale di San Gerardo? Forse. Direi soprattutto per sancire il primato della religione e della “sua” (del Vescovo) Chiesa su ogni altra forma di manifestazione “sacra”. In sostanza, sancire la prevalenza di un potere, quello ecclesiastico, sul potere politico. L’assenza del vescovo in quella circostanza è un messaggio chiaro: “la religione siamo noi, voi siete il folclore.”
La parata dei turchi in verità ha poco di sacro. È una rievocazione “storica” intrisa di elementi estranei alla stessa storia tramandata come leggenda. È prevalentemente folclore che conserva i tratti della ritualità appena toccata da elementi di sacralità. E come sappiamo sacro e religioso non sono sinonimi anzi, letteralmente “sacro” vuol dire “separato”. E questa separazione è alla base del messaggio non verbale del vescovo Carbonaro. Tuttavia, la Parata conserva alcuni dei linguaggi del sacro, quelli della dimensione estetica. Musica, arti plastiche e visuali, spettacolarizzazione, capaci di conservare quel briciolo di mistero che suscita ancora stupore, meraviglia e timore.
In parte la Parata conserva il valore del “rito”, un rito che rischia di diventare routine, ed è per questo che ogni anno si prova ad introdurre elementi nuovi che in qualche modo rischiano di trascinare l’evento sacrale-folcloristico in una dimensione ludico-turistica. Ad ogni modo, come tutte le feste patronali anche quella di San Gerardo conserva il fermento popolare dell’appartenenza a una Comunità, ma non necessariamente a una Chiesa. Tant’è che il popolo della Parata non è completamente sovrapponibile al popolo della processione religiosa. La processione, insieme al resto della liturgia, serve a suscitare un senso di timore e l’attrazione verso il divino. Qui lo sfarzo, la solennità non sono vanità, ma strumenti per comunicare l’onnipotenza, offrendo ai fedeli un’esperienza sensoriale tangibile e un forte senso di appartenenza collettiva alla religione cattolica.
La Parata, in qualche modo, tiene ai margini il clero, la Chiesa e la religione, ma mette al centro, attraverso i media, gli esponenti politici locali. Tra i quadri della sceneggiatura dovremmo considerarne uno che non è visibile nella sfilata, ma che usa i mezzi di comunicazione di massa per appropriarsi di quella forma di “sacralità” e per incassare benevolenza popolare.
Ma non basta, nel rito religioso del 30 maggio la politica si infila nel quadro dell’estetica della liturgia, trasformandola in estetica del potere politico. Sfilare in processione, essere in prima fila tra i banchi della cattedrale, è anche questo. Tuttavia qui sono la Chiesa, il clero, la religione e non la politica, al centro dell’avvenimento, come è giusto che sia. Ed è qui che monsignor Carbonaro ha provato a sancire e a marcare quella differenza tra sacro e religioso, tra folclore e fede, tra il potere politico e il potere clericale.
Forse è vero, il 29 maggio si è consumata una frattura tra una parte del popolo potentino e la Chiesa. Tuttavia è più probabile che il vescovo abbia voluto imporre il suo potere, imporre la sua estetica, sancire la prevalenza dei circuiti chiusi di dame a cavalieri, una sorta di “classismo religioso”, di un tradizionalismo liturgico distante dalla tradizione popolare. Entrando a pregare nella chiesa in cui fu assassinata Elisa Claps ha lanciato un messaggio non di pacificazione, ma di normalizzazione. D’altronde, Carbonaro è lui stesso esponente di un potere che va oltre il suo ruolo pastorale. Un potere che deve sancire la prevalenza, non il distacco, sugli altri poteri locali, economici e politici. La sua nomina in Basilicata, per essere compresa fino in fondo, ha bisogno di letture più approfondite e aperte a mondi ancora ai margini del visibile.
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