Storia della compromissione della salute in Val d’Agri
Alla luce di 30 anni di storia, in Val d’Agri, occorre mettere la prevenzione al primo posto, non dopo gli studi ma a fianco degli studi, perché senza prevenzione peggiora la salute, specie dei più fragili, e aumenta la sfiducia, un problema per la pubblica amministrazione ma anche per gli operatori della sanità pubblica
Ciò che accade ed è accaduto nella Val d’Agri (Basilicata) è una metafora viva, interessante nella sua drammaticità. I tempi della vicenda sono inquietanti ma vanno brevemente ricordati.
Le prime ricerche e prospezioni petrolifere risalgono agli inizi del ’900, il centro raffinazione Oli (COVA), a confine tra i comuni di Viggiano e Grumento Nova, iniziava le attività nel 1996. L’impianto effettua un primo trattamento degli idrocarburi estratti che sono poi inviati alla raffineria di Taranto attraverso l’oleodotto Viggiano-Taranto, attivo dal 2001.
Tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta riprendono in Val d’Agri le attività esplorative sistematiche per la ricerca di idrocarburi. I pozzi Costa Molina 1 (1981) e Monte Alpi 1 (1984) confermano il potenziale petrolifero dell’area, portando alla scoperta del grande giacimento tra il 1987 e il 1991, a seconda delle ricostruzioni considerate. Nei primi anni Novanta iniziano le perforazioni decisive e la preparazione dello sfruttamento industriale: nel 1996 entra in funzione il Centro Olio Monte Alpi e nel 2001 il COVA, destinato a diventare il principale impianto petrolifero onshore italiano.
Dagli stessi anni i cittadini hanno manifestato costantemente preoccupazione per l’ambiente e la salute, ma i dati erano scarsi.
Per avere dati di mortalità e ospedalizzazione a scala più bassa della provincia di Potenza o della ASL, hanno dovuto attendere il 2015 (15 anni dopo!), allorché uno studio descrittivo dell’Istituto Superiore di Sanità analizzava mortalità (2003-2010) e ospedalizzazioni (2005-2010) nell’insieme di 20 comuni della Val d’Agri, inclusi Viggiano e Grumento Nova, confrontandoli con la media regionale. Emersero numerose criticità di salute: per uomini e donne si osservavano aumenti di mortalità per tumore dello stomaco, infarto del miocardio e malattie respiratorie e digestive. Negli uomini emergevano inoltre eccessi per mortalità generale, leucemia linfoide, diabete insulinodipendente, cardiopatie ischemiche e malattie respiratorie croniche; nelle donne risultavano aumentate le malattie respiratorie acute. Anche le ospedalizzazioni mostravano un quadro critico: in entrambi i sessi risultavano più frequenti ricoveri per tutte le cause, malattie ischemiche del cuore, patologie respiratorie — soprattutto acute — e nefriti. Negli uomini si registravano inoltre eccessi per tumori dello stomaco e della vescica, malattie cardiovascolari, epatiche e dell’apparato urinario.
Nel 2015 lo studio Labianca, condotto sulla mortalità in tre periodi dal 1981 al 2013, aveva documentato un eccesso di mortalità per tutte le cause naturali in donne e uomini, in particolare nel periodo 2006-2013, e tra i maschi anche un trend crescente per patologie tumorali.
Nel 2017 uscirono i risultati dello studio precedentemente affidato dai Comuni di Viggiano e Grumento Nova all’IFC-CNR per fare una valutazione dell’impatto del COVA, al quale parteciparono 3 istituti del CNR — IFC, ISAC e ISE — insieme all’Università di Bari e al Dipartimento di epidemiologia del Servizio sanitario regionale del Lazio.
Un primo studio descrittivo su mortalità e ricoveri ospedalieri nei comuni di Viggiano e Grumento Nova. Per il periodo 2000-2013 nei due comuni emergevano eccessi di rischio per le malattie del sistema circolatorio, i tumori dello stomaco e del polmone nelle donne.
A Viggiano risultavano in eccesso la mortalità generale e per malattie cardiovascolari, mentre a Grumento Nova emergevano aumenti analoghi ma meno marcati. Il tumore del polmone mostrava un eccesso nelle donne di Viggiano, mentre il tumore dello stomaco risultava aumentato a Grumento Nova. Il confronto con i dati dei 20 comuni già studiati dall’ISS, mostrava eccessi a Viggiano per mortalità generale e malattie ischemiche del cuore, soprattutto tra le donne; a Grumento Nova un aumento di minore forza della mortalità complessiva.
Lo studio di coorte residenziale (su 6.795 residenti seguiti nel periodo 2000-2014), pubblicato nel 2018 su E&P, mostrava un aumento del rischio di mortalità all’aumentare dell’esposizione a inquinamento dell’aria (stimato da modello di diffusione delle emissioni del COVA), per malattie del sistema circolatorio, più marcato tra le donne. Dai risultati delle ospedalizzazioni emergeva un aumentato rischio per malattie respiratorie e tra le donne per malattie del sistema circolatorio e patologie respiratorie. I tumori non erano stati considerati a causa della durata della latenza rispetto alla durata del follow up. Gli autori raccomandavano la definizione e implementazione di un sistema di sorveglianza per tutta la popolazione residente basato su indicatori di inquinamento ambientale e di esiti sulla salute riconosciuti correlati sulla base della letteratura scientifica e dei risultati conseguiti.
Nel 2017 la Regione Basilicata attivava il programma di studio EPIBAS che avrebbe dovuto portare avanti numerose iniziative, solo in piccola parte raggiunte negli anni successivi, tanto che già nel 2019 le associazioni e osservatori locali chiedevano pubblicamente “che fine avesse fatto” EPIBAS e lamentavano la scarsa disponibilità dei risultati completi.
Seguono anni di silenzio, almeno sul piano epidemiologico, poi tra il 2022 e il 2023 la Regione annunciava il progetto LucAS, con avvio operativo progressivo nel 2024: 6 anni dalla pubblicazione dello studio di coorte!
LucAS nasce come grande programma regionale pluriennale “Ambiente-Salute-Società”, finanziato con circa 25 milioni di euro nell’ambito degli accordi aggiuntivi con compagnie petrolifere operanti in Basilicata. Il progetto riguarda diverse aree a forte pressione ambientale, tra cui la Val d’Agri, Tempa Rossa, Tito Scalo e Val Basento.
Adesso, maggio 2026, a oltre 10 anni dalla serie di studi geografici e a 8 anni dal completamento degli studi in Val d’Agri, arriva un rapporto esteso sulle aree a rischio della Basilicata, dal titolo “Epidemiologia geografica LucAS. Prima fase. Quesiti di ricerca” a cura di Annibale Biggeri e collaboratori, al momento sull’archivio della rivista Epidemiologia e Prevenzione, in attesa di pubblicazione.
Nel rapporto si legge: “La mortalità 2013-2023 mostra particolari gradienti interni alla regione lucana evidenziando come sia più appropriato parlare delle Basilicate e non della Basilicata. Prendere atto di questa complessità implica dover sempre collocare la valutazione del profilo di salute di un’area particolare nelle dinamiche di lungo raggio che sono strutturali in questa regione. In conclusione, come ricordato ai fini della definizione dei quesiti di ricerca, si evidenziano come aree meritevoli di particolare attenzione l’area della Val d’Agri e di Tempa Rossa, e l’area di Melfi”.
A proposito della Val d’Agri, considerata come un insieme di 15 comuni, dati dai 20 degli studi precedenti meno 5 della Val di Sauro (che pure ha un suo interesse e una sua dignità di conoscenza), gli autori affermano: ”idati di mortalità più recenti mostrano una situazione compromessa: sono in eccesso la mortalità per tutte le cause (entrambi i sessi SMR=108, 105;110 per 34 casi attribuibili annui, un decesso in più ogni 11 giorni), tumori maligni (SMR=113, 107;119 per 12 casi attribuibili anno, un decesso in più al mese) e malattie circolatorie (SMR= 111, 107;116 per 18 casi annui, un decesso in più ogni 20 giorni). Nei maschi troviamo anche in eccesso la mortalità per malattie respiratorie (SMR=112, 99;126).
Dopo aver lavorato per 5 anni in Val d’Agri e pubblicato 7 tra articoli e interventi sulle ricerche svolte, collaborando con le amministrazioni locali e con le associazioni e comitati di cittadini, sento il dovere di fare qualche breve considerazione:
- I risultati relativi al periodo 2013-2023 confermano e aggravano il quadro emerso un decennio addietro su dati 2000-2013;
- lo studio recente, che fornisce un atlante del rischio di mortalità, è di rilievo, qualità e utilità; si tratta di uno studio con disegno ecologico su dati aggregati su base comunale, con risultati riferiti a aggregati di molteplici comuni, 15 nel caso della Val d’Agri, in grado quindi di descrivere lo stato di salute medio negli stessi ambiti rispetto a quello regionale, che tuttavia non può essere applicato ai singoli comuni, che potrebbero essere più o meno impattati. Questo fenomeno era già stato posto da noi in evidenza quando confrontammo i dati di Viggiano e Grumento Nova non solo con la media regionale ma anche dei 20 comuni della val d’Agri;
- Nelle conclusioni dello studio di coorte, consegnato nel 2017, avevamo suggerito una sorveglianza almeno per comune e possibilmente su ambiti sub-comunali (esempio sezioni di censimento), non solo per superiorità del disegno analitico di coorte rispetto a quello ecologico, ma perché erano emerse sub-aree più impattate dagli inquinanti e con addensamenti di decessi e ricoveri;
- Dopo un decennio di assenza di valutazioni epidemiologiche adeguate, il rapporto LucAS in pubblicazione e le attività in corso sono senz’altro positive ma ciò non può comunque recuperare i ritardi acquisiti in precedenza;
- Quando gli studi descrittivi evidenziano anomalie solitamente si prosegue con studi con disegno più evoluto, ma questo richiede altro tempo e, in contesti già impattati, non si può attendere altro tempo per fare prevenzione (primaria e secondaria), pena allungare la striscia di danni;
- I tempi lunghi delle decisioni preventive giocano contro la salute delle persone: i decessi prematuri o le malattie acquisite a causa di fattori di rischio evitabili ma non evitati non sono reversibili: In 14 anni ci sono 5110 giorni e 1 decesso in più ogni 11 giorni significa 464 morti in eccesso, che sarebbero stati, almeno in gran parte, evitabili;
- I tempi lunghi per fare studi giocano contro la credibilità della prevenzione basata sulle prove;
- La metodologia e gli strumenti dell’epidemiologia ambientale offrono soluzioni per affrontare le situazioni ad alto rischio ambientale per la salute, in modo diverso da quello classico del prima si studia e poi si interviene, forse!
- Anche le Valutazioni di Impatto sanitario (VIS) se dovessero essere riproposte dovrebbero essere messe in condizione di valutare nuovi scenari realistici di miglioramento.
Alla luce di 30 anni di storia, in Val d’Agri, occorre mettere la prevenzione al primo posto, non dopo gli studi ma a fianco degli studi, perché senza prevenzione peggiora la salute, specie dei più fragili, e aumenta la sfiducia, un problema per la pubblica amministrazione ma anche per gli operatori della sanità pubblica.
•Fabrizio Bianchi, Comitato scientifico nazionale Isde – Associazione Medici per l’Ambiente, già direttore di ricerca del CNR che a lungo ha studiato in Val d’Agri
Per gentile concessione di ISDENEWS


