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Basilicata. Braccianti schiavi delle mafie e delle filiere del profitto: non di rado ci scappa il morto
Foto d'archivio

La tratta, il reclutamento e lo sfruttamento violento dei lavoratori immigrati nei campi. Nella politica e nelle istituzioni scomparso il sentimento della vergogna

Il circuito dell’orrore è noto da tempo. E’ la filiera mafiosa del mercato delle braccia degli stagionali extracomunitari.  Un sistema criminale transnazionale delle agromafie e del caporalato, in cui reti criminali italiane e straniere gestiscono la tratta, il reclutamento e lo sfruttamento violento dei lavoratori immigrati nei campi. Spesso nel silenzio e nella complice cecità di alcuni datori di lavoro, colletti bianchi e catene della grande distribuzione che da questa filiera ottengono benefici.

Questo business miliardario si basa sulla riduzione in schiavitù di migliaia di persone invisibili, private dei diritti fondamentali e sotto il controllo dei “caporali”. Il funzionamento è noto. I trafficanti reclutano i migranti nei paesi d’origine promettendo contratti regolari, per poi indebitarli per il viaggio. I caporali gestiscono i trasporti verso i campi (spesso con mezzi fatiscenti), la mediazione di manodopera e gli alloggi nei ghetti, trattenendo i costi dalla paga. I lavoratori spesso vengono schiavizzati, con turni massacranti, senza tutele, compensi irrisori. Difficile ribellarsi e denunciare. Chi tenta di farlo subisce minacce fisiche, ricatti, punizioni e persino la morte, come nel caso di cronaca di questi giorni. Quattro lavoratori brutalmente assassinati. A ricavare vantaggi da queste attività criminali, è inutile nasconderlo, sono anche altre filiere del profitto. Imprenditori agricoli locali che utilizzano i caporali per abbattere i costi di produzione, la grande distribuzione che compra a prezzi insopportabili per i produttori e che vende a prezzi esagerati per i cittadini. A questo si aggiunge la questione della concorrenza sleale internazionale sui prodotti agricoli.

Sullo sfondo di queste situazioni, anche in Basilicata, spesso si riscontrano gravi anomalie nelle richieste di assunzione diretta in agricoltura dei lavoratori extracomunitari. Non ci sembra, ma qualcuno, ce lo auspichiamo, potrà smentirci, che i controlli sul rilascio dei permessi di soggiorno, funzionino perfettamente. In alcuni casi, nonostante le aziende agricole non siano idonee, per dimensione e capacità economica, ad assumere a tempo indeterminato richiedono nominativamente il permesso di soggiorno per lavoratori extracomunitari. Lavoratori che puntualmente vengono licenziati appena instaurato il rapporto di lavoro. In pratica si tratta di persone assunte che nel giro di qualche giorno non risultano più presenti sul territorio lucano e nazionale.

Soprattutto in agricoltura, il “mercato” dei permessi di soggiorno dovrebbe essere fortemente controllato dalle autorità preposte e dalle stesse organizzazioni dei datori di lavoro. Basta guardare i dati relativi al numero di operai agricoli a tempo determinato nelle province di Potenza e Matera (dati INPS/CREA). L’ultimo dato statistico che siamo riusciti a recuperare è relativo al 2023. In pratica su 20.104 operai agricoli 7.039 risultano stranieri (per altro in maggior parte albanesi e rumeni) quindi circa il 35%, e su 2.326.982 giornate denunciate, solo il 32% circa sono da attribuirsi ai lavoratori stranieri, 757.438.

Tuttavia, una breve passeggiata nei campi della Val d’Agri, del Metapontino e del Vulture-Alto Bradano basterebbe a smentire questi dati. Quasi sempre, ed esclusivamente, nei campi vi sono operai con evidenti lineamenti africani e mediorientali, eppure non rappresentano che il 10% degli operai e delle giornate denunciate.

Nelle stalle del Bradano, Melandro e Marmo Platano è evidente la presenza di moltissimi indiani o bangladesi, praticamente addetti a tempo indeterminato, nel senso vero della parola, sette giorni su sette e senza alcun orario di lavoro, eppure quasi sempre assunti a tempo determinato, quindi a giornata, e non a tempo indeterminato.

Se questa è la realtà, oltre i numeri ufficiali, è evidente che qualcosa non funziona. Di lucani, nei campi della Basilicata, ne vediamo pochi. Eppure, secondo i dati, dovrebbero rappresentare la maggioranza dei lavoratori e delle giornate lavorate. Ma qui entriamo in un’altra faccenda: quella delle assunzioni fittizie di lucani e lucane per ottenere benefici previdenziali e assegni di disoccupazione, pratica ancora diffusa e persino tollerata come forma di assistenza.

Chi lavora davvero, soprattutto extracomunitari africani e asiatici, è invece prevalentemente sfruttato. A favorire tutte le forme di schiavitù in agricoltura sono anche le istituzioni che arrancano nell’affrontare strutturalmente problemi antichi. Dagli alloggi ai trasporti, dalle politiche per l’integrazione ai controlli sulla legalità, solo per citarne alcuni. Tenere i lavoratori ingabbiati nei ghetti in condizioni disumane, lasciare che i caporali e i loro mandanti facciano liberamente i loro sporchi affari, rende le istituzioni complici dello schiavismo in agricoltura.

Nonostante i frequenti blitz delle forze dell’ordine — che portano al sequestro di aziende e all’arresto di caporali — le barriere linguistiche, il timore di perdere il permesso di soggiorno e la dipendenza abitativa dai ghetti continuano a frenare le denunce da parte dei braccianti extracomunitari. Perciò il richiamo all’impegno riguarda non solo le istituzioni, ma anche le organizzazioni sindacali e datoriali affinché trovino strategie più efficaci per tutelare i diritti e la dignità dei lavoratori stagionali. Ci mettano almeno lo stesso impegno profuso nella pratica delle assunzioni fittizie. E si valorizzino seriamente le filiere etiche sul modello No Cap.

L’appello di Libera Basilicata è condivisibile e necessario. Tuttavia, un segnale di accoglimento lo avremo quando migliaia di cittadini lucani manifesteranno contro il mercimonio dei diritti e contro lo sfruttamento di esseri umani. Quando i cittadini pretenderanno dalle istituzioni regionali l’immediata soluzione di problemi che ogni anno si presentano sotto le spoglie dell’emergenza. Oggi abbiamo una sola certezza, è scomparso il sentimento di vergogna nella sfera politica: nessuno più arrossisce e abbassa lo sguardo, neanche di fronte all’evidenza.

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