Basilicata, lo spopolamento nei piccoli paesi delle meraviglie
La narrazione distorta dei luoghi in nome di un utilitarismo inutile: le radici con le ali spezzate
Salvatore Bimonte, sulla rivista “Rinascita” dell’8 giugno, scrive: “Le istituzioni, sia centrali che periferiche, devono abbandonare la retorica tossica che tratta le aree interne come un pittoresco museo a cielo aperto da vendere sulle cartoline turistiche. Devono cominciare a vederle per quello che sono realmente: avamposti complessi, vitali ma sofferenti, che necessitano di una visione politica strutturale e non di effimere elemosine elettorali per combattere le nuove e vecchie povertà.” Siamo sintonizzati sulla stessa lunghezza d’onda con i nostri articoli pubblicati in questi anni.
Le aree interne lucane, in qualche modo sono l’epicentro di quanto accade nell’intero Mezzogiorno. Siamo in presenza di un progressivo impoverimento di intere comunità, causato dallo spopolamento, dalla chiusura dei negozi di prossimità e dalla perdita dei servizi essenziali (scuole, banche, sanità). Questo fenomeno genera isolamento, abbandono dei territori e una grave rottura del tessuto connettivo e relazionale. Si chiama desertificazione sociale. Un fenomeno che implica insieme allo spopolamento la desertificazione sanitaria: carenza di medici di base, specialisti e presidi sanitari sul territorio e che limita il diritto alla salute costringendo le persone a lunghi spostamenti.
Alla desertificazione sociale si accompagna quella antropologica: la perdita dei valori, delle identità storiche e delle diversità culturali di intere comunità locali. E questo ha portato i piccoli paesi nelle braccia dell’utilitarismo esasperato che considera le relazioni umane solo in base alla loro utilità economica.
E così prevale una certa retorica: arrivano le case a 1 euro, il turismo delle radici, il turismo emozionale, la riscoperta di persistenze antropologiche, la buona cucina, e così via. Tutto quanto nell’arco di una settimana, un mese, d’estate o a primavera o quando vi pare. Tutti a godere del paesaggio, delle donne alle prese con le conserve, dei vecchi contadini con i loro racconti, della gente in fila alla processione. La banda musicale e le luminarie, i fuochi d’artificio e in ultimo gli attrattori e i mega attrattori. Le sagre di tutto di più. E poi? Nel cuore del paese impianti eolici e fotovoltaici. Nel cuore del paese si accomodano industrie estrattive, cannoni che si stagliano in cielo e sputano fumo in faccia al sole e alle nuvole. Code di automobili e veicoli addossati all’ingresso del villaggio. Gente stressata che fugge dalle fatiche quotidiane dei luoghi del “progresso”. Tutti a guardare quel paese come fosse un alieno smarrito nella modernità. Un raro esempio di originale estraneità.
I piccoli paesi diventano la camera di compensazione del logorio della vita digitale, lavoristica, prestazionale. Diventano il riposo dopo la corsa verso traguardi insignificanti e sempre irraggiungibili. Diventano l’ultima spiaggia di un turismo insensato, ludico e grossolano. Il turismo, questa parola magica che risolve ogni cosa, non è altro che un modo per accelerare l’agonia del borgo. Il paese diventa un prodotto commerciale, un chiosco aperto al consumo di passaggio.
E nessuno impara nulla. Nessuno impara a leggere quei selciati scomposti, quelle finestre socchiuse, quelle campane mute. Nessuno impara quella lingua millenaria scolpita nella semantica delle radici. Nessuno vede la rassegnazione alla solitudine nei volti dei vecchi ogni giorno in attesa della fine. Nessuno capisce la rabbia del destino sulle lacrime di gioia di chi ritorna per non restare.
Oggi dobbiamo immaginare il paese come un luogo-attore di un dramma amletico che rappresenta la tragedia dell’essere. Un luogo acentrico che si interroga sul senso. Un luogo che invita a riflettere sul modello di società, sul potere, sull’essere in relazione tra e con il resto del mondo. Invita a riflettere sull’angoscia per i mutamenti, sulla precarietà dell’esistenza, sull’evacuazione violenta dei valori, sulla diaspora del pensiero. Perché il paese è un gigantesco luogo di saperi, di storia, di simboli, di vite, ancora in movimento. Non è organetto, vino e salsiccia. Eppure, sembra un luogo condannato a vivere il tramonto dei significati che l’hanno fondato. Grazie al turismo fatuo. É questo che dobbiamo imparare. Bisogna aprirsi ai viaggiatori, non ai turisti: “Il turista torna con dei souvenir, il viaggiatore con una nuova parte di sé.”
E allora? Diciamolo ai nostri sindaci, ai nostri politici, a tutti i narratori delle meraviglie: smettetela di raccontare frottole. L’anima delle comunità rurali soccombe all’estetica della materia. Curate pure l’apparenza, ma preoccupatevi della sostanza. Fermate quelle iniziative svenevoli e goffe fatte passare come eventi epocali di salvezza. Togliete ossigeno alle ambizioni individuali dei soliti arraffoni di risorsepubbliche. Preoccupatevi soprattutto dei tanti vecchi e dei pochi bambini rimasti. Sappiate guardare in faccia la realtà, anziché nasconderla dietro feste, sagre, santi e improbabili meraviglie. Non spezzate le ali alle radici.
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