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Guerre invisibili: come la manipolazione della mente è diventata la nuova frontiera del conflitto globale
Foto d'archivio

Cos’è una guerra cognitiva? Definizione, obiettivi e distinzione rispetto alle operazioni psicologiche tradizionali. Questo e altro, nell’approfondimento proposto oggi da Andrea Spartaco

Non ci sono bombe, né soldati, né confini violati. Eppure osservando quanto accade oggi sul pianeta, c’è una strana guerra già in corso. La chiamano “guerra cognitiva”.

Produrre disabili cognitivi. Non ci sono bombe, né soldati, né confini violati. Eppure osservando quanto accade oggi per il pianeta, c’è una strana guerra già in corso. La chiamano “guerra cognitiva” o CogWar (cognitive war), e punta a distruggere la capacità di una società di pensare, decidere e auto-governarsi. Agisce dall’interno, in modo invisibile, sfruttando neuroscienze, intelligenza artificiale e ingegneria sociale. Un rapporto della NATO ne rivela struttura, meccanismi e contromisure. La descrivono come “la convergenza di cyber-psicologia, militarizzazione delle neuroscienze e cyber-influenza”. A differenza della propaganda tradizionale, che manipola il contenuto delle informazioni (la cui prima forma nasce con l’uso della fotografia nell’assalto della Germania al Belgio dell’agosto del 1914), o della guerra elettronica, che disturba le infrastrutture fisiche, la CogWar attacca qualcosa di più profondo, i meccanismi stessi attraverso cui gli esseri umani costruiscono la conoscenza, elaborano le emozioni e prendono decisioni. Non mira a cambiare “cosa pensano” le persone, ma “come pensano”. La distinzione con le operazioni psicologiche classiche (PSYOPS) è netta. Le PSYOPS agiscono su illusioni culturali, paure e debolezze della personalità per “influenzare” l’avversario. La CogWar mira a produrre una vera e propria “disabilità cognitiva”, saturando l’attenzione, inducendo una “visione tunnel” (ti faccio vedere cosa voglio), sfruttando pregiudizi inconsci. E integra tutto questo con la potenza computazionale dell’intelligenza artificiale.

Quando il bersaglio non sa di esserlo. La caratteristica più insidiosa non è quindi la sua potenza distruttiva, ma l’invisibilità. Non si tratta di semplice occultamento tattico, è una proprietà intrinseca alla natura stessa dell’attacco. In un conflitto gli effetti sono palesi. Città bombardate, sistema elettrici o informatici in blackout. Nell’attacco cognitivo, invece, il bersaglio vive i cambiamenti indotti come processi “organici” e “naturali” della propria personalità. I dubbi che insorgono sembrano propri. La perdita di fiducia nelle istituzioni appare come frutto di una riflessione matura, e il cambiamento di valori si percepisce come crescita personale. I teorici NATO chiamano questo fenomeno “invisibilità ontologica”, un meccanismo per cui la vittima si percepisce come autore autonomo di decisioni che sono state, in realtà, pre-strutturate dall’esterno. Si parla di come “l’agentività”, ossia la capacità individuale di agire intenzionalmente, fare scelte libere e intervenire sulla realtà per raggiungere i propri scopi, possa essere “invertita” facendo sì che sia l’individuo stesso a manipolarsi. Mentre nel conflitto fisico la vittima sa di subire una violenza esterna, nella CogWar il bersaglio è convinto di stare esercitando il proprio “libero arbitrio”. La CogWar opera costantemente in una “zona grigia” al di sotto della soglia del conflitto armato.

Disgregare una società dall’interno. L’obiettivo strategico ha un nome: “decoerenza cognitiva”. Non è la distruzione fisica di un sistema, ma la sua disgregazione interna, quella perdita sistemica della capacità di percepire e analizzare la realtà in modo coerente che trasforma una società capace di auto-governarsi in una che viene governata da influenze esterne. Per comprendere come si produce, i ricercatori della NATO ricorrono al concetto di “invarianti sistemiche”, quelle strutture portanti che tengono insieme la coerenza di un sistema socio-tecnico. Si tratta di cinque livelli fondamentali: quello epistemico (i criteri condivisi di verità), quello assiologico (le gerarchie di valori), quello identitario (il senso di appartenenza), quello sociale (la fiducia istituzionale) e quello teleologico (la visione comune del futuro). Un attacco efficace non colpisce narrazioni isolate, ma tali invarianti. Screditando una fonte di conoscenza autorevole, un istituto scientifico, un organo di informazione storico, una organizzazione non governativa, si corrode lo strato epistemico. Questo danneggiamento si propaga poi attraverso i cosiddetti “nodi connettori” (leader d’opinione, istituzioni o associazioni che partecipano a più strati del sistema), verso il livello sociale e identitario, innescando quello che è definito “effetto cascata” non lineare. I segnali di allarme sono riconoscibili a posteriori, mai in tempo reale. Paralisi decisionale, oscillazione caotica tra alternative incompatibili, frammentazione in gruppi reciprocamente ostili, erosione della fiducia nelle autorità epistemiche, scomparsa di un orizzonte comune. In democrazia, il segnale più critico è l’attecchire di “sottostrutture parassitarie”, reti di influenza ombra che operano bypassando i processi legittimi. Nei regimi centralizzati invece, l’obiettivo è l’iniezione di alta entropia informativa per frammentare il monopolio del potere sull’interpretazione della realtà.

Neurobiologia e filosofia del conflitto. Per comprendere perché la CogWar funziona, basta scomodare due pensatori che offrono chiavi interpretative fondamentali (e sono probabilmente stati usati per partorire oggi l’agentività delle IA per tale scopo). Il neurologo Antonio Damasio e il filosofo Maurice Merleau-Ponty. Damasio nel 1994 introdusse il concetto di “marcatori somatici”, ossia segnali automatici, biologici e spesso inconsci, che collegano certi scenari mentali a esiti positivi o negativi. La ragione umana non è un processo puramente logico, è “quasi inseparabile” dagli stati emotivi e dalle sensazioni corporee. Le emozioni non distorcono il ragionamento, ne sono parte costitutiva. La CogWar sfrutta questa architettura biologica, manipolando i dati in ingresso per innescare specifiche reazioni emotive (indignazione, paura, senso di minaccia), “avvelenando” tali marcatori e inducendo a scartare opzioni valide o a favorire soluzioni “falsamente ottimali”. L’attacco bypassa la riflessione critica puntando direttamente ai processi subconsci. Il meccanismo si fa ancora più insidioso grazie a quello che chiama “circuito corporeo simulato”. Il cervello cioè, può simulare internamente stati emotivi senza che il corpo li sperimenti realmente. Sentimenti sintetici, indistinguibili da quelli autentici, sembrano scaturire dal proprio pensiero. È la base biologica dell’invisibilità ontologica. Merleau-Ponty, prima di Damasio, completa il quadro. L’individuo non è una mente isolata che osserva il mondo dall’esterno, ma un essere che è “nel mondo attraverso il corpo”. La percezione non è un atto volontario: “si percepisce in me”. Una CogWar altera quello che il filosofo chiama “arco intenzionale”, la struttura “che proietta attorno a noi il nostro passato, il nostro avvenire, il nostro ambiente umano, la nostra situazione fisica, la nostra situazione ideologica, la nostra situazione morale, o meglio, che fa sì che noi siamo situati sotto tutti questi rapporti”. Se questo arco si “allenta” (come in alcune patologie), il sistema perde la sua capacità di situarsi correttamente nella realtà. La separazione di stati della mente da stati del corpo è esattamente la vulnerabilità che la CogWar sfrutta per colpire la ragione attraverso l’emozione, e viceversa. La difesa, di conseguenza, non può essere puramente logica, potremmo conoscere tutte le fallacie esistenti (falsi bias), e non accorgerci di essere manipolati.

La corsa verso la superiorità cognitiva. Per strutturare la propria risposta, la NATO (come altre potenze) ha sviluppato con il gruppo di ricerca HFM-ET-356, che integra neuroscienze cognitive, scienze del comportamento e scienze sociali, l’House Model. Il modello è strettamente collegato al ciclo OODA (Observe, Orient, Decide, Act), il classico schema decisionale militare. L’obiettivo è garantire che ogni fase del ciclo resti immune alle interferenze cognitive dell’avversario. E identifica sei aree critiche che potenziano la CogWar: l’intelligenza artificiale pervasiva, il potenziamento umano attraverso neurotecnologie, le interfacce cervello-macchina, il monitoraggio del carico cognitivo dei soldati, le biotecnologie convergenti e la robotica integrata. L’IA occupa un ruolo centrale e ambivalente. Da un lato è l’arma che permette la produzione automatizzata di contenuti su scala massiccia, e dunque l’avvelenamento dei dataset decisionali (data poisoning, ndr), la creazione di deepfake che corrompono il sensemaking collettivo (come diamo senso al mondo). Dall’altro è lo scudo per difendersi perché accelera il ciclo OODA, supporta il filtraggio delle informazioni false, consente il monitoraggio in tempo reale degli stati cognitivi del personale. La NATO sta evolvendo verso quella che i documenti chiamano Artificial Cognition, un sistema in cui l’IA non è più un semplice strumento ma un “partner paritario” con capacità decisionali autonome. Questo apre nuove vulnerabilità, la fiducia reciproca tra uomo e macchina diventa essa stessa un obiettivo militare, e richiede lo sviluppo di una Cognitive Security (COGSEC) specifica per le reti di IA, con certificazione di dataset e sistemi di auto-difesa algoritmica.

L’ingegneria della percezione di massa. I deepfake – contenuti multimediali sintetici generati da reti neurali – sono l’arma più visibile della guerra cognitiva contemporanea. Ma il loro impatto va ben oltre il singolo inganno. Anche quando non convincono del tutto, producono quello che i ricercatori chiamano “liar’s dividend” (dividendo del bugiardo). La sola diffusione di falsi credibili genera diffidenza generalizzata verso qualsiasi prova digitale, con lo scopo di screditare registrazioni autentiche spacciandole per falsificazioni in modo che la gente smetta di credere anche a ciò che è vero. I deepfake sono progettati per colpire la fase di “Orientamento” del ciclo OODA, quella in cui i dati vengono interpretati per costruire la consapevolezza della situazione. Inondando l’ambiente informativo con contenuti sintetici si satura la memoria di lavoro del bersaglio (situazioni di stress, panico o pericolo per fare concentrare tutte le risorse attentive sulla minaccia immediata). Si tratta cioè di indurre una “visione tunnel”, ossia una perdita di visione periferica (guardi ciò che vogliono farti guardare), per spingere la gente verso risposte emotive euristiche piuttosto che verso una riflessione analitica. Il cyber-social engineering è infine la cornice più ampia in cui si inserisce questo arsenale. Non si tratta di ingannare un singolo utente per ottenere una password, ma di manipolare la cognizione di intere popolazioni. Le sue tecniche includono l’uso di sock puppets (identità fittizie camuffate da membri della comunità-bersaglio) e troll farming (gruppi di persone pagati per manipolare l’opinione pubblica e le conversazioni online) per amplificare fratture sociali preesistenti, l’identificazione delle aperture cognitive, cioè di quei momenti di crisi o incertezza in cui il sistema è più suscettibile, e l’individuazione sistematica dei nodi connettori della società da abbattere (le guerre in corso sono l’esempio pratico).

Come si difende una mente e una nazione? Se l’attacco è invisibile, come ci si difende? Per la NATO bisogna rafforzare la coerenza interna del sistema prima che l’attacco abbia luogo. Il primo pilastro di tale strategia è il rafforzamento delle invarianti sistemiche. La difesa non protegge singole narrazioni ma le strutture profonde che le rendono possibili: i criteri condivisi di verità, le gerarchie di valori, il senso di identità collettiva, la fiducia istituzionale, la visione del futuro. Un sistema che mantiene la coerenza tra questi strati anche sotto pressione è intrinsecamente resistente alla decoerenza cognitiva. Il secondo pilastro è sviluppare la metacognizione, cioè la capacità di monitorare i propri processi di pensiero. I ricercatori NATO parlano di addestrare le capacità autoregolatorie, e avere soldati abbastanza “meta” da accorgersi quando stimoli esterni stanno interferendo con i loro giudizi, pregiudizi o reazioni emotive. In termini damasiani, si tratta di potenziare il “meta sé”, quella istanza del cervello che crea una descrizione del processo di perturbazione dell’organismo e restituisce al soggetto la consapevolezza di essere influenzato. Il terzo pilastro è l’inoculazione cognitiva sul campo. Come per i vaccini biologici, la resilienza si costruisce esponendo i soggetti ad attacchi simulati in ambienti controllati. La NATO ha il “Somulator”, che crea cloni di piattaforme social per permettere l’addestramento alla manipolazione cognitiva in scenari realistici. L’obiettivo è trasformare la vigilanza in un comportamento intuitivo (e non analitico badate). Infine introducendo il concetto di “transmorphance”, la capacità di un sistema (o di chi lo controlla) di subire profonde trasformazioni strutturali e adattive senza perdere la propria identità fondamentale. Un sistema ben fatto non è statico, ma sa cambiare restando sé stesso, capace di riconfigurarsi in risposta alle sfide esterne senza dissolversi. Merleau-Ponty chiamava ciò “unità dinamica dello schema corporeo”: l’integrazione di nuovi strumenti e abitudini nel proprio mondo-vissuto senza perdere la coerenza dell’arco intenzionale. La CogWar è già una dottrina operativa, documentata nei conflitti del XXI secolo e in rapida evoluzione grazie all’intelligenza artificiale. E rivela una verità scomoda, le democrazie sono particolarmente vulnerabili nonostante la loro apertura, ma proprio a causa di essa. La libertà di informazione, il pluralismo dei media, la tolleranza del dissenso, valori fondativi, diventano vettori di attacco nelle mani di chi vuole disgregare dall’interno. La difesa, per la società e le persone che la fanno, non può essere puramente tecnica o logica. Deve essere biologica, filosofica, culturale, e proteggere non solo le reti informatiche ma l’architettura profonda attraverso cui una società dà senso al mondo. Il dominio umano è oggi l’ultimo e più importante campo di battaglia. Basta spulciare i miliardi di dollari investiti nel suo sviluppo per capirlo.

Fonti

Masakowski, Y. R., & Blatny, J. M. (Eds.) (2023). Mitigating and Responding to Cognitive Warfare (STO Technical Report STO-TR-HFM-ET-356).  https://www.sto.nato.int/document/mitigating-and-responding-to-cognitive-warfare-2/

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Blatny, J. M., & Søndergaard, S. (2025). NATO Chief Scientist’s reports: Cognitive warfare.   https://www.sto.nato.int/wp-content/uploads/chief-scientist-report-cognitive-warfare-4.pdf](https://www.sto.nato.int/wp-content/uploads/chief-scientist-report-cognitive-warfare-4.pdf

NATO Allied Command Transformation (ACT, 2023). Cognitive warfare: Beyond military information support operations. https://www.act.nato.int/article/cognitive-warfare-beyond-military-information-support-operations/](https://www.act.nato.int/article/cognitive-warfare-beyond-military-information-support-operations/

Damasio, Antonio, L’errore di Cartesio: Emozione, ragione e cervello umano Adelphi, 1994.

Merleau-Ponty, Maurice, Fenomenologia della percezione, Edizione italiana Bompiani).

  1. Kahneman, Thinking, Fast and Slow, 2011.
  2. Korobeynikov, A. Davydiuk, V. Mokhor, Ontological Foundations of Cognitive Warfare, 2026, Pubblicato dal NATO Cooperative Cyber Defence Centre of Excellence (CCDCOE).

Marco Marsili, Guerre à la Carte: Cyber, Information, Cognitive Warfare and the Metaverse, Applied Cybersecurity and Internet Governance (ACIG). DOI: 10.60097/ ACIG/162861.

Claverie, F. du Cluzel, The cognitive warfare concept, in Cognitive warfare: The future of cognitive dominance. NATO Collaboration Support Office.

https://hal.science/hal-03635889/document

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  1. Le Guyader, Cognitive domain: A sixth domain of operations?, 2022.

MarkNtel Advisors, Global Cognitive Electronic Warfare Market Research Report: Forecast (2026-2032);

Lange, Decoding China’s AI-Powered ‘Algorithmic Cognitive Warfare’*. Special Competitive Studies Project (SCSP), 2026

https://www.scsp.ai/resource/decoding-chinas-ai-powered-algorithmic-cognitive-warfare/

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NATO STO Events: Portale per i simposi e le conferenze internazionali sulla CogWar.

https://events.sto.nato.int/

CCDCOE CyCon: Risorse dalla conferenza annuale sul conflitto cyber in Estonia.

Video Presentation (Groestad, 2022), https://www.youtube.com/watch?v=H3RqF5PiqXM

NATO Innovation Hub

https://www.innovationhub-act.org/

Stratcom COE: Analisi sulle narrazioni russe e cinesi e la loro amplificazione.

https://stratcomcoe.org/