Controcanto
|L’UniBas e la propaganda di Bardi: la Basilicata prima nel Sud per l’indice di fuga degli studenti
Mentre la “politica” celebra il “pieno impiego” e le iper-pubblicazioni dei docenti, i dati normalizzati sulla demografia svelano la realtà: un carrozzone assistenziale finanziato con le royalties del petrolio.
Mentre la “politica” celebra il “pieno impiego” e le iper-pubblicazioni dei docenti, i dati normalizzati sulla demografia svelano la realtà: il 78% dei diplomati lucani rifiuta l’UniBas a monte. Un carrozzone assistenziale finanziato dalle royalties del petrolio.
La recente passerella istituzionale a Matera per la presentazione del rapporto AlmaLaurea ha messo in scena il solito copione della narrazione consolatoria. Il Presidente della Regione, Vito Bardi, ha tessuto lusinghe ad un Ateneo che “produce valore”, definendo la Basilicata un “modello virtuoso” capace di garantire il diritto allo studio e trattenere il capitale umano. Ma basta grattare la superficie della retorica politica per scoprire un gigantesco trucco contabile che scambia la paglia per oro e nasconde il fallimento strutturale dell’Università degli Studi della Basilicata (UniBas).
L’inganno della “punta dell’iceberg” e la chimera del pieno impiego
Il Presidente Bardi esulta dichiarando che i laureati dell’UniBas rimangono a lavorare sul territorio. Un’affermazione che rasenta il ridicolo statistico e che svela come la politica utilizzi i dati in modo distorto. La verità, certificata dai report ANCE e MHEO (Milan Higher Education Observatory), è che il 78% delle matricole lucane emigra a monte, preferendo non iscriversi neanche all’ateneo locale.
L’UniBas non trattiene un bel nulla: gestisce semplicemente una misera quota residuale (il 22% della popolazione studentesca regionale). Calcolare le percentuali di successo occupazionale su questo micro-campione è un gioco di prestigio da illusionisti: se sforni pochissimi laureati, è facile piazzarne una manciata. Una manciata di precarietà con contratti a termine e tirocini e gridare al miracolo del “pieno impiego”.
La finzione del “mal comune”: i dati normalizzati che condannano l’ateneo
Per smontare definitivamente la tesi difensiva secondo cui “l’emigrazione studentesca è un trend fisiologico che riguarda tutto il Mezzogiorno”, è sufficiente fare un’operazione di onestà matematica: normalizzare i dati sulla base della demografia reale. Se si rapporta il numero di studenti in fuga (outbound) alla popolazione residente di ciascuna regione, il verdetto è spietato.
In Basilicata l’indice di fuga tocca il 2,72% sull’intera popolazione (14.600 ragazzi su circa 537.000 abitanti). Una quota enorme, che surclassa l’1,89% del Molise – regione altrettanto piccola e priva di grandi risorse –, doppia l’1,19% della Calabria, triplica l’1,02% della Puglia e quadruplica lo 0,64% della Campania.

Mentre gli altri atenei meridionali (si pensi all’Unical in Calabria, modello campus che attrae e trattiene, o ai poli di Bari, Salerno e Napoli) hanno costruito una massa critica e un’attrattività capaci di compensare le partenze, l’UniBas registra un flusso quasi esclusivamente in uscita e un’attrattività extra-regionale inferiore al 5%.
ANVUR e il bluff delle iper-pubblicazioni a impatto zero
Nelle stesse ore, i vertici politici sbandierano i posizionamenti nei recenti ranking ANVUR come certificazione di “eccellenza scientifica”. Ma l’opinione pubblica deve sapere che la corsa agli indici bibliometrici sta letteralmente drogando la produzione scientifica. Tra algoritmi di citazioni incrociate e la rincorsa selvaggia all’H-index per strappare fondi ministeriali e avanzamenti di carriera legati all’Abilitazione Scientifica Nazionale (ASN), il sistema è tarato per spingere al rialzo la quantità di paper, non la loro utilità.
Il vero scandalo lucano è lo sconfortante contrasto tra le carriere private dei singoli docenti (gonfie di pubblicazioni) e lo zero assoluto nella loro messa a terra. La Basilicata ha un’università piena di scienziati sulla carta, ma intanto perde acqua da condotte colabrodo, soffre una crisi idrica cronica, non sa gestire i rischi naturali e il dissesto idrogeologico, e non produce una sola innovazione industriale capace di diversificare un’economia asfittica.
Il costo del carrozzone e l’ombra del silenzio ambientale
Il Presidente ha annunciato un Piano Triennale da 42 milioni di euro di fondi regionali. Questa cifra non è un “investimento”, è il costo di mantenimento di un sistema ipertrofico: immobilizzazioni immobiliari a rendimento nullo spalmate su troppe sedi con aule vuote, e un elevato rapporto docenti-studenti che serve a giustificare gli stipendi di un corpo docente che spesso lavora su consulenze e progettazione al margine della didattica.
Un ateneo che sopravvive dal 2010 solo grazie al sussidio delle royalties ENI per pagare la spesa corrente perde, per definizione, la propria autonomia intellettuale. Come può l’università porsi come organo terzo e rigoroso nel denunciare i disastri ambientali, le mancate bonifiche e le infiltrazioni delle ecomafie nella gestione dei rifiuti se la mano che firma gli assegni per i suoi dipartimenti è la stessa che gestisce i pozzi di petrolio? La ricerca sui temi ambientali ed energetici si trasforma inevitabilmente in un’operazione di greenwashing accademico e silenzio assenso.
Il contrasto con il bluff del “successo turistico”
Questo esodo di massa a monte stride in modo imbarazzante con i toni trionfalistici con cui Bardi decanta il presunto “successo turistico travolgente” della Basilicata. Delle due l’una: un territorio che respinge sistematicamente i suoi figli, che non offre prospettive e che costringe il 2,72% della sua popolazione a fuggire, non può essere realmente e fino in fondo un luogo attraente e dinamico. Il turismo non vive in una bolla separata dal deserto demografico circostante.
E infatti, grattata la vernice della propaganda, anche le performance turistiche lucane presentano ombre fittissime — tra storiche carenze infrastrutturali, isolamento dei trasporti e una fortissima stagionalità — come abbiamo spesso sottolineato. Rincorrere il miraggio di una regione “cartolina” mentre si svuota la casa degli abitanti reali è il paradosso di una politica che preferisce la sindrome dell’ l’effimero alla sostanza con le modalità proprie dell’ effetto della fata morgana.
Il provincialismo di carta: il festival di Rocco Petrone
L’apice di questa deriva culturale si ritrovano nelle celebrazioni dell’ecosistema locale dell’innovazione spaziale per Rocco Petrone, il leggendario direttore di lancio della NASA di origini lucane. L’ennesimo spot rincorso con un provincialismo disarmante. Petrone ha vissuto una vita interamente americana.
Eppure la politica lucana e la presunta industria spaziale organizza improvvisate Celebrazioni senza dignità, utili solo a una classe dirigente senza idee e imprenditori senza imprese per farsi scattare una foto sotto le stelle. Finché la Basilicata preferirà finanziare un carrozzone assistenziale a “tasse zero” pur di non introdurre penalità sulla bassa performance, e finché celebrerà emigrati illustri piuttosto che chiedersi perché il 78% dei ragazzi di oggi scappi a gambe levate, l’UniBas rimarrà esattamente ciò che è: un costoso e inefficace monumento al declino della regione. Pietro Simonetti – CSERES∗


