Logo
Nicola Manfredelli ci ha lasciato: era il custode dell’identità lucana
Nicola Mafredelli

Il ricordo di Pietro De Sarlo: “Sempre attento a cercare il cuneo che potesse infilarsi nelle crepe di un sistema feudale e granitico intorno a interessi quasi mai collettivi ma individuali”

Ieri Nicola Manfredelli ci ha lasciati. Per capire chi fosse basta fare un giro sui social. Tutti ne ricordano il carattere mite e gentile, che non era però sinonimo di arrendevolezza ma che nascondeva invece una determinazione fuori dal comune.

Tra tutte le definizioni che ho trovato la migliore è di ‘custode della identità lucana’. E certamente il suo attaccamento alla sua terra è stato viscerale nel senso più letterale del termine. Pre-politico, prima ancora di pre-partitico.  Sempre attento a cercare il cuneo che potesse infilarsi nelle crepe di un sistema feudale e granitico intorno a interessi quasi mai collettivi ma individuali. Un sistema in cui l’alternanza De Filippo-Bardi-Pittella è solo una tragica finzione in cui tutto deve rimanere al servizio di interessi nazionali e sovraordinati a sfavore della nostra regione coprendolo di un bla bla sempre più inconsistente.

Il suo cursus honorum è troppo lungo per essere qui ricordato. La Grande Lucania, l’impegno a favore dell’agricoltura alla CIA, all’UCI,  poi al Gal Marmo Melandro, le avventure elettorali che lo hanno fatto conoscere e l’impegno tra i costituenti dell’associazione Carta di Venosa per favorire l’emancipazione del Sud.

Tra le tante cose fatte a me piace ricordare l’iniziativa comune per la costituzione di un comitato per il referendum consultivo in Basilicata contro l’Autonomia Differenziata e, soprattutto, le caparbia determinazione di restituire ai lucani il Parco della Grancia e il ricordo delle gesta dei Briganti.

Memoria spesso vilipesa e avvilita dalle narrazione mainstream che invece, come diceva Carlo Levi, altro non era che l’unica vera epica lucana: “un accesso di eroica follia, e di ferocia disperata: un desiderio di morte e di distruzione, senza speranza di vittoria”. Ma su questa epica si deve innestare il contro canto della nostra storia perché, sempre ricordando Levi: “Le sole guerre che tocchino il loro cuore (n.d.r. i contadini) sono quelle che essi hanno combattuto per difendersi” e per tutto il resto “nessuno ha toccato questa terra se non come un conquistatore o un nemico o un visitatore incomprensivo”.

E quindi se a molti la riapertura della Grancia può sembrare solo la riapertura di un attrattore per Nicola era molto più. Un atto di amore politico di rivalutazione della nostra storia, di contrapposizione a una pubblicistica che aveva la necessità di dipingere la dinastia Borbone come la peggiore possibile, poi trasferire questa narrazione ai Briganti per poi poter giustificare il divario economico con il Nord solo con fattori antropologici trasferendo la mala stampa sui Borbone e sui briganti a tutti noi terroni.

L’ultima volta che l’ho visto, il 16 maggio scorso, aveva i capelli lunghi e io gli dissi: “Mo’ sì che pari nu brigante’”. Pochi giorni dopo Nicola ha pubblicato questo post:

Qualcuno mi ha suggerito di accorciare la barba e i capelli, ma così facendo ho perso per gran parte l’aspetto da brigante, mentre, lo confermo, rimane intatto lo spirito ribelle, un poco antico, un poco romantico.”

Ed è con queste parole che voglio ricordare l’amico Brigante. E a tutti gli altri, in particolare agli amici della Carta di Venosa la preghiera di continuare nell’impegno impegno alla difesa del Sud e a non disperdere la sua eredità. Ciao Nicola.

Le esequie avranno luogo al convento di Sant’Antonio a Rivello domani, 2 giugno, alle 16.00.