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Strage braccianti, le indagini coinvolgono la Basilicata

Ancora molti punti da chiarire sulle condizioni di lavoro dei quattro ragazzi bruciati vivi ad Amendolara

«Avevamo un contratto ma comunque lavoravamo in nero, in quanto il salario ci veniva corrisposto in contanti». Sono queste alcune delle dichiarazioni rilasciate agli inquirenti da Taj Mohammad Alamyar superstite e testimone della strage di braccianti agricoli ad Amendolara.  Alamyar ha anche raccontato che all’alba del giorno dell’uccisione dei suoi quattro amici, c’era stata una lite tra i cinque braccianti e i due «caporali» arrestati, per  motivi legati alle condizioni in cui vivevano, (in dieci in una stanza) e per la richiesta di “un contratto lavorativo per noi che siamo arrivati dalla Sardegna”. I quattro ragazzi morti e Alamayar erano infatti arrivati in Calabria dalla Sardegna e fino al 27 maggio scorso avevano lavorato in un’azienda agricola del Metapontino il cui titolare, nei giorni scorsi ai microfoni della Tgr Basilicata, ha assicurato che i cinque ragazzi erano stati regolarmente assunti e pagati con bonifico.

Il testimone scampato alla strage avrebbe dichiarato che lui e i suoi compagni non venivano pagati da un mese. L’affermazione, se fondata, pone almeno una domanda: ci sono datori di lavoro che anziché pagare il salario ai braccianti versano il denaro ai caporali che a loro volta decidono se e quanto pagare i braccianti?

Intanto il gip di Castrovillari ha convalidato il fermo dei due pakistani arrestati. L’indagine della Procura allarga la visuale investigativa anche alle aziende lucane in cui i quattro ragazzi trucidati avevano lavorato. Una traccia utile la troveranno sicuramente nell’inchiesta della Procura di Matera nata a seguito dell’incidente che costò la vita a quattro lavoratori agricoli indiani sulla fondovalle dell’Agri, il 4 ottobre 2025, all’altezza di Scanzano Jonico. In quel caso i braccianti viaggiavano, in dieci, su un mini van con sette posti. Il 19 dicembre scorso furono arrestati quattro cittadini pakistani accusati di intermediazione illecita, sfruttamento del lavoro e violenza privata. Secondo quanto emerso dalle indagini coordinate dalla Procura di Matera i lavoratori reclutati sarebbero stati ospitati in alloggi sovraffollati e in condizioni abitative degradanti, con servizi igienici insufficienti e condizioni igienico–sanitarie precarie e paghe di molto inferiori rispetto alle ore di lavoro effettuate.

Da questa e altre inchieste sulle condizioni di sfruttamento dei lavoratori agricoli immigrati è sempre la figura del caporalato che emerge come fenomeno certamente non invisibile, ma difficile da debellare.

In un’inchiesta sul caporalato, firmata da Goffredo Buccini per il Corriere della Sera, l’autore analizza “da Nord a Sud come cambia il racket” e “Il ruolo di imprese e professionisti” nella filiera. Buccini scrive non solo del ruolo dei “caporali” ma di un “secondo livello”. E’ tempo di superare – scrive –  «la centralità del caporalato» per introdurre quella del «padronato»: “Non più e non solo un’attività di intermediazione illecita col consenso degli imprenditori, ma un’organizzazione del lavoro «padronale» governata da un imprenditore che «seleziona, recluta e forma il caporale nell’ambito della manodopera immigrata (…) ottenendone un vantaggio illecito di natura politica ed economica”. Il salto dal caporalato al padronato è un sistema a trazione tutta italiana «che ha bisogno della collaborazione di commercialisti, avvocati, notai, funzionari pubblici e impiegati della pubblica amministrazione e dei servizi privati».