Basilicata, deposito scorie nucleari: ora bisogna ‘attaccare’
Dire no alla discarica dei rifiuti radioattivi significa opporsi a una Basilicata senza futuro e indicare una nuova prospettiva di sviluppo
Il 2003, quando centomila persone hanno respinto al mittente Berlusconi l’idea di costruire il deposito di scorie nucleari in Basilicata, non c’è più. Un’altra epoca, un’altra sfida. Liquidata quell’ipotesi, tutti ritornarono alle loro faccende. E i sacerdoti della “modernità” continuarono indisturbati nei loro affari. Una regione travolta dal petrolio e dall’inquinamento ha lasciato sole piccole minoranze di oppositori: da centomila manifestanti a cento attivisti.
Oggi è cambiato tutto. Il 2003 sul piano delle trasformazioni sociali, culturali, politiche, economiche, tecnologiche è un secolo fa. Il “no” di 23 anni fa aveva un senso e un impatto, senza grandi spiegazioni. E per certi versi è stato usato come spauracchio del peggio che potesse capitare, lasciando via libera al “meno peggio” per alcuni e alle magnifiche sorti dell’economia e del lavoro per altri: petrolio da un lato e fonti energetiche speculative dall’altro. Il dopo è noto a tutti coloro che sanno e vogliono vedere: spopolamento, arretramento dell’economia locale, impoverimento dei luoghi, abbattimento dei diritti, distruzione del patrimonio idrico, forestale, agricolo, paesaggistico. Tutto questo in assenza di una qualunque forma di sollevazione popolare. Nel 2003, al centro della vicenda di quelle settimane, c’era la paura. La paura di un “mostro” sconosciuto che avrebbe distrutto turismo, agricoltura, salute. Quel “no” è stato una barricata per fermare un nemico, non implicava una direzione di futuro, se non salvaguardare il presente, il già noto, l’esistente.
Oggi, qualcuno, anche sotto mentite spoglie, ci riprova con la proposta del deposito in Basilicata. Lo fa con un approccio completamente diverso, oramai da qualche anno, da ultimo il convengo del 4 luglio scorso organizzato da un sedicente nuovo partito politico “Ora”. Nel 2003 assistiamo a un approccio gerarchico, impositivo, giustificato dalla ragion di stato e dall’interesse nazionale. Oggi, ci provano con i think tank, con la Finestra di Overton, con la strategia della persuasione, della seduzione, del convincimento per prevenire la resistenza dei cittadini e delle loro organizzazioni oggi contrarie all’ipotesi. E lo fanno con dati e strumenti alla mano, corroborati da una narrazione anche scientifica. Posti di lavoro, tecnologie avanzate per la sicurezza, sviluppo dell’innovazione, ammodernamento dell’economia del territorio. Argomenti che sul punto non sono facilmente contestabili. Argomenti che alla lunga potrebbero davvero convincere le popolazioni sulla bontà dell’ipotesi. E si faccia attenzione ai media che amplificano quegli argometi.
Loro non propongono semplicemente un deposito di scorie radioattive, loro propongono una visione di “sviluppo”. Ed è questo che bisogna capire subito.
La storia potrebbe ripetersi, oggi sarebbe più facile, non come a Scanzano 2003, ma come in val d’Agri e a Tempa Rossa, oltre 35 anni fa: il petrolio porterà lavoro, ricchezza, modernità, sviluppo. Anche quella era una visione di sviluppo sostenuta dal pensiero economico vigente e dalle strategie governative. Nessuno all’epoca provò ad opporsi a una prospettiva che sembrava allettante e difficilmente confutabile, invisibili i danni differiti nel futuro: partiti, sindacati, organizzazioni professionali e imprenditoriali, popolazioni locali. Niente paura, niente protesta. La paura dell’ignoto che, invece, ha generato la sollevazione popolare di Scanzano 2003, vogliono rimuoverla oggi, con gli argomenti non con l’imposizione di un decreto.
Se dovesse passare l’ipotesi del deposito unico in Basilicata, solo gli illusi potrebbero sperare in una mobilitazione popolare come quella del novembre 2003. Perciò è oggi e nei giorni e nei mesi e negli anni a venire che bisogna costruire il consenso popolare intorno al rifiuto di quella prospettiva e, ripetiamo, di quella visione. E lo si potrà fare soltanto utilizzando gli stessi strumenti di chi da tempo ha messo in atto la strategia persuasiva e seducente per costruire il consenso popolare intorno all’idea del deposito che è anche l’idea di una Basilicata piattaforma energetica, piena di impianti e scarsa di popolazione: idea, quest’ultima, ormai fatta passare anche da organizzazioni sindacali e di partito. A una visione di sviluppo promossa da certi convegni e da talune potenti organizzazioni finanziarie, imprenditoriali e politiche, bisogna opporre una visione di sviluppo alternativa che penetri nel pensiero e nelle coscienze della popolazione lucana.
Il nodo è tutto qui, qual è la visione alternativa di sviluppo? Che cosa contrapponiamo agli argomenti del convegno del 4 luglio? Se si dice no a 4mila posti di lavoro, veri o presunti, bisogna spiegare come se ne possono creare altrettanti, veri, senza il deposito.
Occorre un ampio fronte comune politico, culturale, associativo in grado di mettere in campo un progetto che ripari i danni finora prodotti da un percorso di sottosviluppo economico e sociale, e che indichi operativamente una prospettiva di sviluppo capace di raccogliere il consenso della maggioranza dei lucani. No al deposito è soprattutto un no a una Basilicata senza futuro.
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