Basilicata. Spot, réclame e altro per ignorare la realtà: il caso Unibas
Prima di spendere altri fondi pubblici in marketing, la Regione e i vertici accademici avrebbero un solo obbligo: mostrare i registri reali dei fuori corso e delle mancate iscrizioni
Riceviamo e pubblichiamo la nota di Pietro Simonetti del Cseres
Pochi giorni fa, l’Agenzia Giornalistica Regionale (AGR) rimbalzava trionfalmente un articolo di Skuola.net dal titolo: “Dopo il diploma, viaggio in UniBas: 7 motivi per sceglierla”, spacciandolo per un “apprezzamento indipendente” ottenuto dall’ateneo alla vigilia della campagna immatricolazioni.
Il cortocircuito della memoria è clamoroso. Solo un anno fa, la stessa Skuola.net analizzava i flussi accademici oggettivi bollando la Basilicata con la maglia nera d’Italia per tasso di fuga universitaria (73%). Com’è possibile che in dodici mesi la terra dell’esilio sia diventata un idillio accademico? La risposta è commerciale: non è giornalismo dei dati, è native advertising (pubblicità a pagamento) comprata per gettare fumo negli occhi di maturandi e famiglie.
Ricapitoliamo. Il quadro delle Fonti: dati quantitativi contro narrazione politica
I flussi universitari e la mobilità (Skuola.net 2025 e Svimez)
Il dato di partenza (Skuola.net 2025): Nel suo report d’inchiesta indipendente prima della svolta commerciale, la testata certificava che la Basilicata era la maglia nera d’Italia, con il 73% dei diplomati lucani in fuga immediata verso atenei fuori regione.
L’aggiornamento Svimez: il dato è ulteriormente peggiorato, attestandosi al 77%. Significa che 14.000 studenti fuori sede su un bacino totale di circa 18.000 diplomati lucani studiano altrove.
L’esodo demografico: ogni anno la Basilicata perde il 2,72% della sua popolazione giovanile totale (fascia 18-34 anni), pari a 5.200 ragazzi che cancellano definitivamente la residenza. Di questi emigrati qualificati, i laureati rappresentano il 60% degli uomini e oltre il 76% delle donne.
Lo stato di salute dell’Ateneo (Ministero dell’Università e della Ricerca)
I registri ufficiali dell’Anagrafe Nazionale Studenti quantificano lo svuotamento demografico dell’ateneo.
Svuotamento dei Campus: UniBas ha registrato un crollo del 25% degli iscritti nell’ultimo decennio, scendendo a un totale asfittico di appena 6.100 – 6.300 studenti complessivi (considerando triennali, magistrali e cicli unici).
Il blocco delle immatricolazioni: i nuovi ingressi al primo anno sono bloccati al lumicino: appena 1.100 – 1.200 immatricolati all’anno.
La zavorra dei fuori corso: di questi circa 6.000 studenti, più di un terzo (oltre 2.100 unità) si trova nella condizione strutturale di fuori corso, bloccando la fluidità dei percorsi di studio.
Il verdetto del declino, l’Analisi Mheo e il bluff del welfare (Censis, Mheo e Caso Ardsu)
Le classifiche del Censis, i bilanci dell’Ardsu e gli indicatori del Mheo (Milan Higher Education Observatory) demoliscono la retorica dell’“ateneo di prossimità” e della copertura totale delle borse di studio, svelando una marchetta assistenziale a pioggia finanziata con fondi europei e un drammatico drenaggio di capitali.
La picchiata in classifica (Censis): Nella classifica generale dei piccoli atenei statali (fino a 10.000 iscritti), l’UniBas crolla all’undicesimo posto su dodici, scivolando sul fondo della graduatoria nazionale con un punteggio medio complessivo che frana a 78,0 punti.
La marchetta dell’Ardsu e il crollo dei servizi: la Regione sbandiera il “100% di copertura” delle borse di studio erogate dall’Ardsu, ma il Censis ne svela l’inganno contabile: l’indicatore relativo ai servizi logistici reali (alloggi, mense, trasporti dedicati) si ferma a un misero 68,0. L’iniezione di fondi di coesione serve solo a fare cassa e a comprare un posizionamento nominale: l’Ardsu garantisce la borsa a tutti solo perché mancano gli studenti. Si usa il welfare a fondo perduto come ammortizzatore sociale per trattenere artificialmente i ragazzi per pochi anni, senza dare loro servizi dignitosi.
L’attrattività zero e il “Drain Rate” (MHEO): I dati del Milan Higher Education Observatory certificano che l’ateneo lucano si colloca agli ultimi posti in Italia per capacità di attrarre studenti da fuori regione, con una mobilità attiva che si ferma sotto il 3%. Il MHEO evidenzia inoltre l’impatto economico di questo modello: la fuga universitaria del 77% si traduce in un “Drain Rate” (tasso di drenaggio) che sposta decine di milioni di euro all’anno dalle tasche delle famiglie lucane verso le economie del Centro-Nord per il mantenimento dei fuori sede, impoverendo il territorio senza alcun ritorno. Il MHEO rileva infine un profondo skill mismatch: le competenze dei pochi laureati rimasti vengono sistematicamente svalutate da un mercato locale che offre solo impieghi esecutivi/impiegatizi.
Il paradosso delle strutture vuote: l’unica voce che tiene un punteggio alto (93,0) è quella relativa alle strutture (aule e laboratori). Un dato che conferma lo svuotamento, le aule risultano capienti e confortevoli solo perché i campus si stanno svuotando.
La trappola occupazionale (Filcams Cgil e Svimez)
I dati sull’efficacia occupazionale post-laurea si scontrano con la realtà dei contratti e dello sfruttamento locale:
Sottoinquadramento di massa: al Sud, 6 nuovi occupati under 35 su 10 sono laureati, ma il settore che ne assorbe la quota maggioritaria è il turismo (45,1%). I laureati lucani vengono confinati nei servizi a basso valore aggiunto.
La giungla contrattuale (Filcams): su 14.000 occupati nel turismo lucano, i contratti a tempo indeterminato sono meno di 5.000. Regnano i contratti a termine (6.400), gli stagionali (2.700) e il precariato dei part-time fittizi (9.100) che doppiano i contratti full-time (5.000).
Povertà di genere: l’incidenza del lavoro povero nel turismo al Sud è dell’81,14%, con un picco dell’86,22% per le donne. Le retribuzioni medie annue rasentano la fame: 9.300 euro per gli uomini e appena 7.146 euro per le donne (Gender Pay Gap al 23,16%).
Il quadro macroeconomico e le infiltrazioni (Banca d’Italia e Dia)
Stagnazione Strutturale (Bankitalia): I rapporti economici confermano che l’economia lucana ristagna (-0,2% del PIL), zavorrata dalla crisi industriale dell’automotive. Bankitalia rileva che le retribuzioni reali restano inferiori ai livelli pre-crisi, smentendo l’idea che la crescita nominale del turismo (+12,4% arrivi) crei ricchezza diffusa.
L’ombra del riciclaggio (Direzione Investigativa Antimafia). Le relazioni Dia svelano che dietro la deregolamentazione del comparto turismo-eventi-mare si nascondono gli interessi anche della criminalità organizzata. Le inchieste Mare Nostrum (litorale jonico), Assedio (audiovisivo e grandi eventi nel potentino/materano) e San Barbato (ricevimenti e lusso nel Vulture) dimostrano come le attività ricettive e la filiera degli eventi culturali siano usate dai clan mafiosi come copertura per il riciclaggio di capitali sporchi e la speculazione, deprimendo la legalità contrattuale della regione.
Il quadro si chiude senza possibilità di smentita. Delle due l’una: o la Basilicata è l’hub d’eccellenza green decantato a pagamento in Tv o nei pubbliredazionali commerciali, oppure il territorio e il suo ateneo sono strutturalmente al collasso, incapaci persino di erogare servizi dignitosi (Censis 11° su 12) a quel pochissimo 23% di diplomati che decide di non scappare subito.
I dati dicono che la propaganda è finita: lavora per il silenzio temporaneo degli studenti rimasti e la Regione finanzia marchette pubblicitarie su Linea Verde, ma i ragazzi si laureano in un ateneo vuoto per poi essere scaricati nella giungla del lavoro povero da 7.000 euro all’anno o essere costretti ad alimentare il 2,72% di fuga giovanile annua. Prima di spendere altri fondi pubblici in marketing, la Regione e i vertici accademici avrebbero un solo obbligo: mostrare i registri reali dei fuori corso e delle mancate iscrizioni. Fuori i dati! Ed ancora rinnovate l’offerta formativa, la gestione dell’orientamento della comunicazione.


