Energia, il Consiglio regionale “svende” la Basilicata: come prima e peggio di prima
Approvata all’unanimità una risoluzione illustrata dal meloniano Michele Napoli. Tutti d’accordo: “mandiamo i lucani a sbattere contro il muro delle illusioni”
Ieri, 28 luglio, abbiamo assistito alla seduta straordinaria del Consiglio regionale dedicata alle “politiche energetiche.” Tutti i consiglieri presenti, di maggioranza e di opposizione, hanno fatto sfoggio di retorica e di propaganda autoreferenziale. Un’occasione ghiotta per dimostrare chi ci tiene davvero al futuro della Basilicata. Alla fine è evidente: tutti. E quindi viene da pensare, nessuno. A leggere i comunicati stampa diramati in queste settimane da parte delle opposizioni, ci saremmo aspettati fuoco e scintille nella seduta di ieri. Delusi. Perché, a parte l’ansia di sancire i distinguo delle posizioni politiche, a chiacchiere, il risultato è la convergenza di tutti su un atto di indirizzo politico che impegna la giunta regionale a fare “questo e quello e anche il contrario.” Un documento che definisce orientamenti e linee guida: acqua fresca pronta da offrire al popolo nelle prossime puntate della propaganda politica. Viene sancito l’ovvio sul piano della propaganda: la contrarietà di tutti all’eventuale localizzazione sul territorio regionale del Deposito Nazionale dei rifiuti radioattivi. Adesso possiamo stare tranquilli.
Risoluzioni, mozioni, ordini del giorno. Siamo abituati a questo tipo di documenti utili soltanto a sancire accordi di paglia firmati sulla sabbia. C’è scritto di tutto e il contrario di tutto, un compromesso politico che fa da lasciapassare ai disegni della destra neoliberista. Un dibattito, didascalico, povero di contenuti e ricco di retorica.
Il solito dilemma: da che parte stare?
Tuttavia, la questione è un’altra. Sull’energia non si gioca una partita circoscritta alla gestione delle fonti fossili e rinnovabili: è in gioco il modello economico, democratico e sociale della Basilicata. Dobbiamo continuare ad inseguire l’illusione di uno “sviluppo economico” fondato sulla cannibalizzazione del patrimonio naturalistico, culturale, antropologico, paesaggistico ad opera delle corporation e degli speculatori? Oppure dobbiamo decidere per uno Sviluppo complessivo, non solo economico, basato sull’uso intelligente di questo patrimonio sottratto allo sfruttamento privato, in cui l’energia è funzione, mezzo, non fine?
Nel dibattito emerge una grossa vena di ambiguità tra mezzi e fini. Sembra che l’industria dell’energia incorpori in sé lo sviluppo, sia cioè lo scopo delle politiche di sviluppo. Tant’è che nel documento approvato ieri si scrive “…la politica energetica costituisce una delle principali leve strategiche per il futuro della Basilicata”. E che da questa politica dipendono la “competitività del sistema economico, la qualità dei servizi pubblici, la tutela dell’ambiente e le opportunità di crescita delle future generazioni.”
Il problema democratico
L’altro aspetto fondamentale riguarda la gestione democratica della produzione energetica e dei mezzi di produzione. L’importanza assoluta, totalizzante, che viene attribuita all’espansione degli impianti di energia sancisce un rafforzamento del potere sull’economia e sulla vita delle persone da parte delle imprese proprietarie dei mezzi di produzione e del prodotto. Perciò, parlare di compensazioni e di ristorni, significa accettare che le politiche di bilancio della pubblica amministrazione debbano dipendere dalle imprese private e dai loro azionisti sparsi nel mondo. E questo è un problema democratico. La risoluzione afferma che “le risorse energetiche presenti sul territorio regionale devono tradursi in benefici concreti e permanenti per la comunità lucana, sostenendo lo sviluppo economico, la ricerca, l’innovazione, l’occupazione qualificata, il rafforzamento dei servizi pubblici e la competitività delle imprese”. Nella logica dei firmatari viene riproposto il modello compensativo con le compagnie petrolifere: “tu prendi quello che ti serve per produrre e a me, pubblica amministrazione, giri una quota di denaro grazie al quale garantisco i servizi e sostengo lo sviluppo.” Il tempo ci ha già dimostrato che questa logica nei fatti è servita soltanto a creare dipendenza dalle corporation del petrolio. Non si vedono i servizi né lo sviluppo. Si vedono, anche nel caso dell’eolico e del solare, soltanto scempio del territorio, inquinamento, svuotamento delle economie locali e spopolamento dei paesi.
Questa logica replicata ai nuovi mega impianti, eolici, solari e a biogas, di cui non avremmo alcun bisogno, provocherà disastri. Nel quadro preliminare di trattative, complicità, convenienze reciproche tra esponenti delle istituzioni, mediatori di affari e destinatari finali dei profitti, si rafforzerà il solito sistema di controllo delle risorse e delle politiche circoscritto a gruppi di interesse. E questo è non solo un problema democratico, ma anche di sviluppo.
L’insieme di queste logiche e tendenze è incompatibile con la tutela dell’ambiente, con lo sviluppo sostenibile, con gli interessi dei cittadini, con l’occupazione e la competitività delle imprese. Checché se ne dica in modalità illusoria o propagandistica.
Una classe politica che non sa che fare
Tornando a bomba, la questione è sempre la stessa. Vogliamo una regione capace di mettere a rendimento il patrimonio naturalistico, antropologico, archeologico, culturale, storico, gastronomico, idrico attraverso un vero “piano industriale” di sviluppo a vocazione territoriale? Che preveda l’innesto delle nuove tecnologie nei settori ad alta compatibilità di sviluppo con quel patrimonio? Oppure vogliamo altri mille-duemila mega impianti eolici e solari a cui sacrificare terreni agricoli, sole, acqua, vento, fiumi, montagne, laghi, aree archeologiche, paesaggi, e potenzialità di sviluppo alternativo all’industrialismo selvaggio e speculativo? Le due cose insieme non si tengono.
Un disegno organico, nel quadro di una visione di sviluppo, non sottomesso allo strapotere delle grandi aziende del gas, del petrolio e dell’energia. È questo che manca. Ed è su questo che ci aspettavamo un confronto vero in aula, innescato dalle opposizioni. Un’aspettativa forse troppo ambiziosa. Ha prevalso il metodo dei cerchiobottisti, dei “sì però”, “no, ma anche sì”, del “cane che abbaia, ma non morde.” È come se tutti avessero voluto tranquillizzare i vecchi e i nuovi padroni dell’industria energetica. È il sintomo di un’intera classe politica che davvero non sa che fare. E che si barcamena tra la soccombenza senza onore ai dettami del profitto e la resa per causa di forza maggiore al potere dei piccoli e grandi gruppi d’affari.
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