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Energia solare: una proposta per i piccoli Comuni e per distribuire la ricchezza prodotta

Il sole è forse la prima fonte realmente democratica nella storia della produzione energetica: la Regione Basilicata non deve aspettare Roma per decidere

Una recente inchiesta della nostra testata Basilicata24 ha ricostruito la presenza, dietro alcuni grandi progetti fotovoltaici di Genzano di Lucania e Montemilone, di società veicolo collegate a gruppi finanziari e industriali internazionali, in particolare alla israeliana Enlight Renewable Energy.

L’inchiesta non solleva soltanto rilevanti questioni politiche e internazionali, ma mette in evidenza un problema più generale: il sole è di tutti, i benefici economici rischiano di rimanere nelle mani di pochi.

Un modello che abbiamo già conosciuto con il petrolio

Da questo punto di vista la Basilicata fa scuola. Possiede uno dei maggiori giacimenti petroliferi europei su terraferma. Alla Basilicata sono toccati le estrazioni e l’impatto ambientale; ai grandi capitali, alle compagnie petrolifere e allo Stato sono andati i principali benefici economici, lasciando al territorio, salvo le attività direttamente e indirettamente generate, le briciole delle royalties.

Questo modello può trovare qualche giustificazione nella dimensione finanziaria e tecnologica necessaria per estrarre e trasformare il petrolio. Un pozzo petrolifero e gli impianti collegati richiedono grandi capitali e non possono essere suddivisi in migliaia di piccole unità produttive. Lo stesso ragionamento, però, non vale per il sole. La produzione solare può andare dal piccolo pannello che alimenta una singola lampadina a un impianto domestico installato sul tetto, fino a una centrale di decine di megawatt.

Il sole è forse la prima fonte realmente democratica nella storia dell’energia

Ma una risorsa democratica per natura può diventare oligarchica per legge. Se le regole favoriscono soprattutto le grandi centrali e le famiglie che possiedono già il capitale necessario, anche la ricchezza prodotta dal sole finirà nelle mani di pochi.

È quanto accade con le attuali detrazioni. Nel 2026 chi installa un impianto sull’abitazione principale può recuperare il 50 per cento della spesa attraverso le imposte; per le altre unità immobiliari la percentuale è del 36 per cento.

Il problema non è solo che bisogna prima possedere il denaro necessario per acquistare l’impianto e poi avere una capienza fiscale sufficiente per utilizzare la detrazione ma anche una tariffa scarsamente remunerativa per i piccoli produttori.

Inoltre i grandi operatori vendono anch’essi energia sul mercato, ma possono beneficiare delle economie di scala, di un più facile accesso al credito, di contratti di lungo periodo e degli strumenti riservati agli investitori professionali e di minori costi di investimento.

Il paradosso è evidente: una risorsa che la natura distribuisce gratuitamente a tutti viene resa economicamente accessibile soprattutto a chi possiede già un capitale.

Una proposta per distribuire la ricchezza

Ma i cambi normativi possono rendere accessibile a tutti questa risorsa. La proposta parte dal costo complessivo sostenuto da una famiglia per acquistare un kilowattora, assunto per esempio pari a 36,5 centesimi. Il costo si compone di 16,1 cent/Kwh per la produzione, per la rete e la commercializzazione; 12 cent/Kwh per oneri commerciali e di gestione della rete (di questi 5,5 dovrebbero essere riconosciuti al produttore domestico per i costi evitati del sistema); 8,4 cent/kWh riguardano la fiscalità e le politiche pubbliche (questi andrebbero riconosciuti al produttore e essere recuperati come Irpef sul reddito prodotti dall’impianto). In sintesi al produttore dovrebbe essere riconosciuta una remunerazione di 30 cent/Kwh: 16,1+ 5,5+8,4.

Quando l’energia viene prodotta direttamente da una famiglia o da un condominio, la componente di costo legata alla gestione e alla manutenzione della rete rimane necessaria. Altri costi di approvvigionamento, intermediazione e commercializzazione potrebbero essere riconosciuti al produttore perché si tratta di costi evitati per gli altri attori del sistema.

Anche le imposte indirette pagate sul kilowattora potrebbero essere trasformate in reddito assoggettato all’IRPEF. Si sostituirebbe così una tassazione indiretta, uguale per tutti indipendentemente dal reddito, con una tassazione progressiva coerente con il principio costituzionale della capacità contributiva.

Con una remunerazione di questo ordine di grandezza, il flusso futuro dei ricavi potrebbe rendere l’impianto finanziabile. Le famiglie con scarsa disponibilità economica potrebbero ottenere un prestito, cedendo al finanziatore una parte degli incassi futuri.

L’impianto e stabilità di regole costituirebbero la garanzia economica dell’operazione. Il finanziamento verrebbe rimborsato dall’energia prodotta, non dal patrimonio o dal reddito già posseduto dalla famiglia. In questo modo anche chi non dispone del capitale iniziale potrebbe accedere al reddito derivante dalla produzione di energia elettrica.

Una possibilità concreta per i piccoli borghi

La proposta avrebbe un valore particolare per i piccoli comuni della Basilicata e del Mezzogiorno. Qui l’insolazione è elevata, mentre esistono migliaia di coperture inutilizzate e un patrimonio immobiliare che perde valore a causa dello spopolamento.

Il tetto di una casa potrebbe diventare una piccola infrastruttura produttiva. Il reddito generato dall’impianto potrebbe contribuire alla manutenzione della copertura, delle facciate e dell’edificio, oltre che al pagamento delle imposte locali.

La misura potrebbe essere utile anche ai proprietari che vivono altrove e conservano nel paese di origine la casa dei genitori o dei nonni. Oggi molti di quegli immobili rappresentano soltanto un costo e vengono progressivamente abbandonati. Il flusso energetico potrebbe coprire almeno le spese necessarie per mantenerli, immettendo nella rete la gran parte dell’energia prodotta.

Il fotovoltaico non fermerà da solo lo spopolamento, ma può ridurre il costo di possedere e utilizzare una casa in un piccolo comune, preservare il patrimonio edilizio e creare lavoro locale per installatori, tecnici e manutentori.

Per questo, nei comuni con meno di cinquemila abitanti dovrebbe essere introdotto un principio generale di libera installazione degli impianti sulle coperture esistenti, comprese quelle situate nei centri storici e nelle aree parco, fatti salvi gli immobili sottoposti a uno specifico vincolo culturale statale.

Bisogna avere il coraggio di dirlo: è meglio un centro storico abitato, manutenuto e dotato di pannelli che un centro storico apparentemente intatto, ma vuoto, degradato e destinato a crollare.

Occorre stabilire una gerarchia: prima i tetti, i capannoni, i parcheggi, le aree industriali e i terreni già compromessi; soltanto dopo, quando indispensabile, il consumo di nuovo suolo agricolo.

La diffusione della produzione sui tetti non eliminerà ogni necessità di impianti di grandi dimensioni, ma può ridurne sensibilmente il numero e impedire che la transizione energetica si traduca automaticamente nell’occupazione di altro territorio.

La Regione non deve aspettare Roma

La tariffa richiede una normativa nazionale con una garanzia di immodificabilità almeno ventennale. Devono essere nazionali il contratto gestito dal GSE, il metodo di calcolo affidato ad ARERA, il coordinamento con le detrazioni fiscali e il trattamento tributario del reddito energetico. Questo, però, non può diventare l’alibi la Regione Basilicata all’inazione.

Il Consiglio regionale può approvare una proposta di legge da trasmettere direttamente alle Camere. È una facoltà espressamente riconosciuta dall’articolo 121 della Costituzione. La Basilicata potrebbe quindi elaborare il progetto normativo, quantificarne gli effetti e proporlo formalmente al Parlamento e alla Conferenza delle Regioni.

La Regione potrebbe anche promuovere una sperimentazione, finanziare le progettazioni, istituire un fondo di garanzia per le famiglie prive di liquidità e coinvolgere banche, cooperative e comunità energetiche.

Il tema delle autorizzazioni e dei pareri, invece, dipende in larga misura dalla Regione. La stessa inchiesta di Basilicata24 ricorda che per i grandi impianti di Genzano e Montemilone entrano in gioco procedimenti regionali come la Valutazione di impatto ambientale e il Provvedimento autorizzatorio unico regionale.

La Regione può aggiornare il Piano energetico ambientale, intervenire sulle norme regionali, modificare le procedure degli enti parco, stabilire criteri paesaggistici preventivi, eliminare i pareri regionali non necessari e impedire che uffici diversi interpretino in modo differente le stesse regole o impongano prescrizioni diverse a impianti omogenei collocati nelle medesime aree.

Soltanto per gli immobili sottoposti a uno specifico vincolo culturale statale resterebbe necessario il coordinamento con il Ministero della cultura e con le soprintendenze.

La Basilicata non dovrebbe ripetere con il sole ciò che è già accaduto con il petrolio: ospitare la risorsa, sopportarne gli effetti negativi e lasciare che la parte maggiore del valore venga trasferita altrove.

Il sole è una ricchezza distribuita dalla natura. Può diventare una ricchezza distribuita anche nell’economia. Dipende dalle regole che scegliamo e, prima ancora, da chi avrà il coraggio di proporle.

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