Il governo Meloni ha trovato la formula della moltiplicazione dei pani e dei pesci
Secondo il ministro Crosetto “le spese per la difesa non sono in alternativa ad altre spese importantissime come la sanità, la scuola, la cultura”
Secondo il ministro Crosetto “le spese per la difesa non sono in alternativa ad altre spese importantissime come la sanità, la scuola, la cultura”. A quanto pare il governo Meloni ha trovato la formula della moltiplicazione dei pani e dei pesci, oppure una nuova formula matematica per cui le spese per armamenti eludono la regola per cui è la somma che fa il totale.
A Omnibus del 26 giugno scorso la professoressa Veronica De Romanis, di area liberista, ci ha spiegato che le spese per la difesa sono ineluttabili ma che non sono in contrapposizione a quelle per la demografia o gli ospedali ma si aggiungono. Alla domanda della Sardoni su dove trovare le risorse ecco la solita risposta: ci sono 1.150 miliardi di spesa pubblica e Meloni avrebbe dovuto fare le riforme per risparmiare 45 miliardi. Sardoni non chiede: “Quali riforme e quali tagli?” Io lo avrei chiesto, così, per sapere.
Siamo alle solite argomentazioni dei docenti e dei giornalisti mainstream. Ma di riforme ne sono state fatte tante: pareggio di bilancio in Costituzione, riforma pensionistica Fornero, liberalizzazioni, mercato del lavoro, spending review, Jobs act, revisione disciplina licenziamenti, politiche attive del lavoro, riduzione costo della PA, privatizzazioni e dismissioni.
I risultati delle politiche di austerità imposte dall’Europa sono sotto gli occhi di tutti. In particolare, vale la pena ricordare che il governo Gentiloni, nel PNR del 2017, allegò i risultati di una simulazione effettuata con una nuova variante del modello IGEM (il modello di equilibrio generale del Ministero dell’Economia). Quello studio del Tesoro ha certificato l’effetto devastante delle misure di consolidamento fiscale introdotte a fine 2011 con il decreto ‘Salva-Italia’. Secondo la simulazione ministeriale, lo shock fiscale immediato combinato con le frizioni del sistema creditizio ha tagliato drasticamente la domanda, provocando nel quadriennio 2012-2015 una perdita cumulata di circa 300 miliardi di PIL rispetto all’andamento inerziale dell’economia. Lo stesso MEF, dunque, ha ammesso nei propri documenti ufficiali che la terapia dell’austerità ha letteralmente impoverito il Paese.
E poi c’è un sistema di bugie collettive con la complicità dei giornalisti mainstream. I dati del Rendiconto Generale INPS del 2011 — l’anno della svolta rigorista — smentiscono categoricamente l’esistenza di un “buco nero” delle pensioni. In quell’anno, l’istituto ha registrato entrate contributive complessive pari a 202,7 miliardi di euro, a fronte di uscite per prestazioni previdenziali pari a 170,5 miliardi di euro. Il saldo della previdenza registrava quindi un avanzo lordo di ben 32,2 miliardi di euro.
Il finto deficit nasce caricando sulla previdenza la spesa assistenziale (pensioni di invalidità civile, assegni sociali, interventi GIAS), che nel 2011 ammontava a 25,3 miliardi di euro. Si tratta di interventi che devono gravare sulla fiscalità generale, non sulle spalle dei lavoratori attivi.
L’Italia, al contrario di molti paesi OCSE, calcola la propria spesa pensionistica al lordo dell’IRPEF. Nel 2011, su quei 170,5 miliardi di prestazioni previdenziali, i pensionati hanno restituito immediatamente all’erario circa 28 miliardi di euro sotto forma di tasse. Insomma con la mano destra lo Stato paga le pensioni, con la sinistra incassa l’Irpef ma il mainstream applicando la massima evangelica: non sappia la destra quello che fa la sinistra.
Insomma il sistema dei lavoratori italiani non sottraeva risorse alla sanità o alle scuole; al contrario, generava un attivo di oltre 60 miliardi. Alberto Brambilla, applicando gli stessi criteri ai conti 2024, arriva a conclusioni analoghe “Se il saldo previdenziale fosse ricalcolato, da una parte tenendo conto dei soli contributi effettivamente pagati dalla produzione e, dall’altra, al netto dell’Irpef che grava sulle pensioni (la spesa netta per lo Stato e le entrate nette per i pensionati), il bilancio pensionistico sarebbe positivo per ben 60,9 miliardi di euro, a riprova della sostenibilità del sistema anche per le giovani generazioni.”
Quindi giù le mani dalle pensioni e forse sarebbe ora di fare una operazione verità sul tema.
Ma il vero punto è un altro. In Europa abbiamo sei soli paesi che superano o sono prossimi al rapporto del 90% Debito /PIL e in peggioramento dalla introduzione dell’Euro: Francia, Italia, Spagna, Grecia, Portogallo e Belgio.
La Germania ha un rapporto debito / PIL intorno al 60%, l’Olanda sotto al 50% come la gran parte dei paesi dell’Est Europeo. Sono quindi solo questi paesi che hanno la capienza fiscale per riarmarsi e spendere in welfare.
Magari sarebbe utile che Crosetto e i liberisti inizino a chiedersi se c’è qualche spiegazione diversa dalle stucchevoli visioni rigoriste sul divario tra l’Ovest europeo e l’Este germanofilo. Per esempio cercare la vera causa strutturale della divaricazione nell’Eurozona nell’esistenza di un meccanismo di accumulazione asimmetrico che favorisce il centro core dell’Europa rispetto alla vecchia Europa Occidentale.


