In Basilicata dove finiscono i soldi pubblici?
In questa regione ogni euro speso sottrae energia allo sviluppo e moltiplica la sfiducia nel futuro
Quando frenano i consumi, le famiglie riducono gli acquisti, le imprese vendono di meno e l’economia generale rallenta. È questo il significato dei dati diffusi dal Centro Studi della Confcommercio. Questo calo della domanda causa una reazione a catena su tutta la produzione e sul lavoro. E questo accade mentre il settore industriale arranca da almeno un decennio. Il ricorso continuo alla cassa integrazione, ai contratti di solidarietà, agli incentivi all’esodo, sono lì a sancire che le aziende versano in gravi difficoltà. Mentre i lavoratori e le loro famiglie non sanno come mettere insieme pranzo e cena.
Il Pil regionale tra il 2020 e il 2025 ha registrato un forte calo iniziale dovuto alla pandemia nel 2020, seguito da una debole ripresa e da una successiva frenata nel 2025 che ha visto l’economia ridursi dello 0.2%, in controtendenza rispetto alla debole stabilità nazionale, e il Pil pro capite sceso al di sotto della soglia del 75% della media europea. Complessivamente, la crescita è stata inferiore alla media del Mezzogiorno.
Nel frattempo in Basilicata sono arrivati circa 2,3 miliardi di euro del Pnrr per finanziare oltre cinquemila progetti. Di questi 1,12 miliardi circa sono a gestione diretta della Regione, degli enti sub-regionali e dei Comuni. Dai Fondi europei Fesr-Fse-Feasr si contano circa 1,3 miliardi. A questi bisogna aggiungere 1,1 miliardi di Fondi di Coesione, un intervento statale di 147 milioni per le infrastrutture idriche e altri spiccioli. Senza considerare le royalties da gas, petrolio e acqua.
Ora, con tutte le attenuanti di questo mondo (le guerre, la crisi energetica, il caldo, il freddo, eccetera) è difficile credere che un’amministrazione pubblica non riesca a far salire, non di uno, due o tre punti la crescita, l’occupazione, i consumi, ma almeno dello zero virgola. E invece bisogna crederci. Perché? Perché esiste un modello tutto lucano di sottosviluppo. Il denaro si concentra nelle mani di pochi, ossia di tutti coloro che in qualche modo, e spesso grazie alle targature di partito, si piazzano nella filiera della distribuzione: consulenti, progettisti, imprese, società, sviluppatori, facilitatori, formatori, politici, giullari di corte, scudieri e stallieri. Destinatari diretti o indiretti di soldi pubblici ad uso e consumo delle loro tasche. È così che funziona. Si tratta di gente brava, più competente, più specializzata? No, quasi sempre nella filiera ci sono i più furbi, più scaltri, più cinici, che siano servi o padroni. Denaro speso nel quadro di programmi inesistenti o insensati, scollegati gli uni dagli altri, che viaggiano a bordo di navi senza bussola. Sanno programmare bene le ammuine e le sceneggiate a favore delle telecamere. E sanno allevare i cani da menar per l’aia e i capri espiatori da mungere all’occorrenza.
Eppure, un euro investito dovrebbe come minimo produrre 1,5 euro, volendo usare il più basso dei moltiplicatori economici applicato a caso. Invece no. Grazie alla filiera di distribuzione patologica del denaro pubblico, in questa regione gli euri si spendono non si investono: perciò non moltiplicano alcunché anzi, sottraggono energie allo sviluppo. Ma è mai possibile? Sì.



