In Basilicata non ci sono più i buffoni di una volta
Il servilismo dilagante in una regione in declino: l’impegno e lo studio valgono meno delle marchette e della piaggeria
L’antico buffone era l’unico a corte che poteva criticare i difetti, i fallimenti e le decisioni del re senza subire la pena di morte. Usava l’ironia per mostrare il re nudo, smascherandone l’ipocrisia e la superbia. Questo serviva al sovrano per mantenere i piedi per terra e per capire il malumore del popolo attraverso una satira tollerata. Univa l’intrattenimento alla critica sociale. I buffoni di corte non erano semplici intrattenitori: in molti casi erano i consiglieri più intimi dei sovrani, gli unici capaci di influenzare la politica, evitare guerre o salvare vite umane grazie alla loro arguzia. Sono tanti gli episodi storici che testimoniano di questa influenza.
Uno per tutti Will Sommers. “Fu il giullare preferito di Enrico VIII. In un’epoca in cui il re faceva decapitare mogli e ministri, Sommers rimase al suo fianco per decenni, agendo come una bussola morale. Usava l’ironia per far notare al re gli sprechi della corona e la corruzione dei suoi consiglieri. Quando Enrico VIII, malato e paranoico, si isolava da tutti, Sommers era l’unico ammesso nelle sue stanze reali. Riusciva a calmarne le crisi d’ira, modificando indirettamente decisioni politiche cruciali ed evitando l’esecuzione di molti cortigiani finiti ingiustamente nel mirino del sovrano.” Insomma, parliamo di buffoni che raccontavano la verità.
I buffoni lucani
E oggi? In Basilicata, ma anche altrove, solo sbruffoni e cortigiani opportunisti e servili. Evitano accuratamente qualsiasi critica, distorcono la realtà e lodano ogni decisione del potente per non perdere i propri privilegi. Usano il servilismo e l’adulazione per fare carriera a scapito del merito. Questi personaggi, senza distinzione di sesso e di istruzione, li troviamo sotto diverse spoglie intorno ai potenti della politica e ai manager delle aziende.
I cortigiani si sottomettono in modo cieco e opportunista a chiunque detenga il potere, rinunciando alla propria dignità per paura o per interesse personale. Hanno l’abitudine di dire sempre di sì al capo. Obbediscono. Li troviamo nelle istituzioni, ma anche nelle aziende. Si complimentano per le decisioni del capo, anche se sbagliate, per apparire allineati, facendo percepire se stessi come collaboratori “sicuri” e affidabili. Cambiano le proprie idee per farle coincidere perfettamente con quelle del dirigente, spesso tradendo i colleghi di lavoro. Lo fanno solo per ottenere la benevolenza del capo e quindi privilegi. Sono esperti in piaggeria.
I buffoni, invece, sono personaggi più vicini al potente, intimi un po’ come i buffoni di un tempo. Quelli di oggi si distinguono perché più che buffoni sono sbruffoni. Si gonfiano d’orgoglio, parlano troppo di sé e si lodano esageratamente e nello stesso tempo lodano esageratamente il loro padrone. Millantano capacità e meriti che non hanno e pensano di essere superiori a chiunque tranne che al capo. Dunque arroganti e presuntuosi con i cittadini comuni mortali e docili lecchini con il padrone. Girano intorno ai palazzi del potere come mosche intorno al miele per non dire altro. Non hanno coraggio morale e sono morbosamente attaccati alla poltrona o al ruolo.
Democrazia, media e spettacolo
L’espandersi del servilismo e la scomparsa della figura del “buffone” inteso come voce critica sono problemi che si riflettono su scala sociale e pongono una questione democratica. Quando i cittadini, i media e le istituzioni rinunciano al dissenso per conformismo o convenienza, la democrazia si svuota dall’interno. E qui entrano in gioco il giornalismo e gli artisti. A questi ultimi chiediamo più satira, spettacoli scritti e sceneggiati con il linguaggio dell’ironia, della parodia e del grottesco per denunciare i vizi della società, della politica e del potere.
Il giornalismo, potremmo dire, è assimilabile alla funzione del giullare o buffone di un tempo: dire la verità al potere e svelarne le ipocrisie. Oggi i politici vengono raramente messi di fronte alle proprie contraddizioni, preferendo interviste concordate o monologhi sui social media che eliminano qualsiasi contraddittorio. Il web e la tv sono pieni di interviste senza domanda. E questo è un danno. Isolato dal dissenso e dalla critica, il potere politico perde il contatto con la realtà, prendendo decisioni basate sulla propaganda anziché sui dati reali. Il merito, la preparazione tecnica e l’onestà intellettuale vengono subordinati alla lealtà politica. Allo stesso modo, appaiono oggi subordinati a quella lealtà o quel servilismo il giornalismo, l’arte e lo spettacolo. Questo porta a un progressivo degrado della qualità della classe dirigente, della pubblica amministrazione, dell’informazione e della cultura.
Di fronte a un sistema politico percepito come un teatro di cortigiani in cui l’onestà, il merito, la critica non pagano e le decisioni sono già prese nei circoli chiusi, i cittadini reagiscono rinunciando al voto, ritenendo che il proprio contributo non possa cambiare le regole del gioco. Si perde la fiducia nelle istituzioni, nei partiti e nella possibilità di un cambiamento democratico, lasciando lo spazio decisionale interamente in mano a gruppi d’interesse.
Ecco perché è importante sostenere il giornalismo d’inchiesta indipendente slegato dai poteri politici ed economici. Ed è altrettanto importante recuperare il valore della competenza e del dissenso nei processi decisionali pubblici. La Basilicata ha bisogno di molto giornalismo critico e d’inchiesta e di tanti artisti satirici. Dobbiamo evitare che la società lucana perda completamente la forza di lottare per il bene comune e si chiuda nell’egoismo.
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