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La Basilicata dei “mangiapane a tradimento”

Rendite di posizione e sistemi clientelari locali. Gruppi che si annidano nel sottobosco della pubblica amministrazione, della politica o delle professioni protette

Diciamolo, la Basilicata è una regione in cui le rendite di posizione e i sistemi clientelari locali, la fanno da padroni. Gruppi, che potremmo definire della nuova “borghesia parassitaria”, che si annidano nel sottobosco della pubblica amministrazione, della politica o delle professioni protette.

Senza scomodare Sciascia o Gramsci la realtà locale è abbastanza terra terra per fornirci una fotografia semplificata del fenomeno. La declinazione territoriale lucana ci porta a considerare il fenomeno, concentrato a livello non solo regionale, ma anche comunale e provinciale. Parliamo di un’élite – si fa per dire – di colletti bianchi e notabili del territorio che non produce ricchezza reale, ma prospera drenando e ridistribuendo le risorse pubbliche destinate alle comunità locali.

Un’élite – sempre si fa per dire – che fa da mezzana del potere, di qualunque potere. Si colloca al centro tra il bene e il male. Mangia i frutti senza curarsi dell’albero. Ruffiana e pretenziosa, spesso ignava. Gente fedele e infedele nello stesso tempo: perché tradire il potente più debole al momento opportuno, per schierarsi con quello più forte, è vitale.

Tra loro incontriamo dirigenti di municipalizzate, di società partecipate e di enti subregionali spesso nominati per vicinanza politica e non per merito, che percepiscono stipendi elevati a fronte di servizi inefficienti. Incontriamo geometri, ingegneri, avvocati e commercialisti, professionisti di appalti e subappalti, la cui unica attività consiste nel fare da tramite tra la politica locale e i fondi pubblici, gestendo bandi e concessioni in modo opaco. Non mancano i proprietari di terreni e immobili che lucrano sul cambio di destinazione d’uso dei suoli grazie ad agganci nelle commissioni edilizie comunali. E abbondano anche quelli che “investono” soldi pubblici per scopi di profitto esclusivamente e completamente privati.

È cresciuta una ragnatela di studi professionali, intermediari e agenzie di consulenza il cui unico scopo non è realizzare l’opera, ma vendere ai piccoli Comuni o alle imprese locali la progettazione formale per vincere i bandi. Spesso si tratta di scatole vuote che incassano le percentuali di “progettazione” senza produrre alcuna ricaduta reale sul territorio.

Questi gruppi trasformano i diritti dei cittadini (lavoro, salute, permessi) in “favori” da concedere. Gestiscono l’accesso a posti di lavoro precari, tirocini regionali o piccoli appalti in cambio di consenso elettorale, garantendo così la sopravvivenza del sistema politico che lo alimenta. Ostacolano spesso l’arrivo di investimenti esterni o di imprese trasparenti, poiché la vera concorrenza di mercato azzererebbe i loro privilegi basati sulle relazioni personali.

Le conseguenze? I giovani qualificati e meritevoli sono costretti a emigrare, poiché i posti chiave e le opportunità professionali locali sono bloccati dalle logiche di appartenenza e dal nepotismo. Il territorio perde competitività e i servizi pubblici peggiorano. E immaginate tutto il resto.

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