La Basilicata dei segreti di Pulcinella
La verità è figlia del tempo e il tempo è galantuomo
“Non ci sono segreti custoditi meglio di quelli che tutti conoscono”. Se non erro è una massima attribuita a George Bernard Shaw. Il significato che possiamo attribuire a questa frase fa al caso nostro: nascondersi alla luce del sole. Cioè “quando una verità è talmente evidente e sotto gli occhi di tutti, paradossalmente smette di essere discussa, diventando il segreto più sicuro.” In molti sanno, in diversa misura, di fatti e comportamenti socialmente deprecabili, pericolosi per la convivenza civile, ingiusti e dannosi per la comunità. Eppure, sul versante della cosiddetta opinione pubblica, in pochi sentono il bisogno di parlarne. Assuefazione sociale? Forse. Ma da cosa dipende? Vasti settori dell’opinione pubblica sono vittime della propria incapacità di pensare, perciò alla mercé delle cosiddette élite locali, grottesche vipperie, ossia gruppi di potere più o meno visibili. Sono loro a creare le condizioni dell’assuefazione. Influenzano i media, le istituzioni, l’economia adottando al loro interno una falsa riservatezza: il tacito accordo con cui si finge che i segreti da essi custoditi esistano ancora, seppure noti a tutti. L’ovvio diventa invisibile e muto.
Fatti di corruzione, di ricatti, di abusi, di mafiosità, sono il “segreto di Pulcinella”: di dominio pubblico, ma formalmente non riconosciuti. Così i gruppi che si nutrono di mafiosità sopravvivono grazie al silenzio di chi sa e non sente il bisogno di parlare perché è tutto ovvio. E quell’ovvietà derivante dal “tutti sanno” è la forza della “delinquenza aristocratica”lucana. Tra loro c’è un patto implicito di silenzio, patto che si pantografa su vasti settori della società. E’ così più facile accettare lo status quo: sapere che “tutti sanno” rassicura le persone le quali si sentono autorizzate a non agire. Se un comportamento deprecabile, socialmente inaccettabile è noto a tutti nessuno si sente personalmente responsabile di farlo emergere pubblicamente e di sanzionarlo. Ognuno aspetta che sia qualcun altro a fare il primo passo, col risultato che nessuno agisce.
Chi prova a sollevare critiche sui comportamenti di mafiosità viene visto come un elemento di disturbo, un inutile “moralista”, una civetta della malasorte. Mentre i cittadini caproni, servitori inconsapevoli dei clan della delinquenza aristocratica, respingono o ignorano fatti evidenti che contrastano con l’immagine pubblica e privata del leader o del gruppo a cui sono loro malgrado affiliati e di cui sono, forse loro malgrado, complici. Tutta gente, molta, che si scatena sui social per difendere l’onorabilità dei loro “mitoidi”. Gente che condivide la mentalità di chi aggira le regole, accetta favori personali e chiude gli occhi di fronte alle illegalità per quieto vivere o per convenienza.
In sintesi, nei gruppi di potere e nella società lucana i “segreti” non sono custoditi dalla mancanza di informazioni, ma dalla manipolazione delle informazioni e soprattutto dalla mancanza di coraggio sociale e dalla debolezza della coscienza civile. Ma c’è anche un problema di coraggio della politica, ci sono episodi gravi che passano sotto tono o ignorati nel dibattito: anche in questo caso “tutti sanno” e nessuno parla se non in privato.
“A lungo andare, lo scorrere degli eventi ripaga i giusti, ristabilisce la verità, smaschera le menzogne e rimette ogni cosa al proprio posto.” La verità è figlia del tempo e il tempo è galantuomo.
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