La Basilicata, il nucleare e lo sviluppo nella gabbia delle ambiguità
La gente vuol sapere se e come potrà continuare a vivere in questa regione
È vero quanto sostiene Piero Lacorazza intervenendo sulla comunicazione, non prevista, di Vito Bardi in Consiglio regionale ieri, 7 luglio, dedicata alle politiche energetiche regionali: “Si affastellano ragionamenti senza pianificazione”.
La sensazione è che Bardi abbia preso la parola sulla questione energetica, senza “preavviso”, per rispondere alle contestazioni sollevate da più parti in seguito al convegno sulle opportunità di ospitare il deposito unico nazionale di scorie radioattive. Una risposta urgente dettata non soltanto da ragioni politiche e di consenso: essere additato come il presidente che conserva una posizione ambigua sull’ipotesi paventata nel convegno del 4 luglio non è conveniente.
E tuttavia, nella sua comunicazione in Consiglio Bardi ha messo le mani avanti su altro. Con un approccio pragmatico e a suo modo realistico ha sancito le linee della sua politica energetica che poggia su una cultura nettamente liberista, che è oggi quella del governo Meloni. Politica e cultura non distanti dai governi passati. In sostanza ha spiegato, ma tutti sanno che non era necessario, che una quota significativa del bilancio regionale deriva dalle attività estrattive di petrolio e gas. Ha così provato a giustificare la disponibilità all’apertura di nuovi pozzi, preoccupato del fatto che “la produzione petrolifera subirà una fisiologica riduzione nel tempo.” Insomma, realisticamente senza petrolio siamo col sedere per terra. Meglio il petrolio, tant’è che – continua Bardi – “a differenza degli idrocarburi, gli impianti rinnovabili attuali determinano un forte impatto paesaggistico e consumo di suolo senza produrre significative compensazioni economiche per le comunità lucane”. Lo dice lui che di impianti del genere ne ha autorizzati a man bassa. Che cosa non si fa per giustificare la “ricchezza” prodotta dalle trivelle. Nello stesso tempo il presidente ribadisce il pieno sostegno alla transizione ecologica e alle fonti rinnovabili. Quali? In sostanza lo fa capire, “non bisogna escludere il nucleare di nuova generazione (piccoli reattori modulari), inserito nel disegno di legge nazionale già approvato alla Camera, non è conveniente “autoescludersi a priori da un confronto su tecnologie innovative che si prospettano come una grande opportunità di investimento, ricerca e occupazione qualificata”.
Aprire al nucleare, vuol dire candidarsi ad ospitare una centrale di nuova generazione. È evidente. Ed è altrettanto evidente che nelle segrete stanze in molti pensano che il deposito unico delle scorie radioattive sia un’opportunità di “sviluppo”, ma anche un affare politico. E quale sarebbe l’affare politico? L’obbedienza ai dettami di Roma è un lascia passare alle carriere. Ma questo sarebbe un processo alle intenzioni.
Alle opportunità di sviluppo basato su un modello liberista che fa della Basilicata una piattaforma di produzione di energia, anche nucleare, Bardi ci crede davvero. “La Basilicata – afferma l’ex generale – possiede le competenze e le risorse per non subire passivamente le grandi trasformazioni energetiche, ma per governarle da protagonista al tavolo con il Governo centrale. Mettere le nostre risorse al servizio della sicurezza energetica del Paese deve significare, parallelamente, ottenere per il popolo lucano benessere, infrastrutture, lavoro e sviluppo.” Parole già sentite qualche decennio fa da altri “tutori” del futuro della regione, quelli che le nostre risorse le hanno svendute. Insomma Bardi continua a sostenere un modello di sviluppo, una visione di Basilicata. E ci prova usando un linguaggio tipico del famoso detto “un colpo al cerchio e uno alla botte”.
A fare da contorno ai desideri di “sviluppo” di Vito Bardi alcune sigle sindacali, pezzi della “sinistra” cosiddetta riformista e tanti esponenti politici, dell’imprenditoria e della società civile avvezzi all’opportunismo e all’ambiguità del linguaggio. In questi giorni, e in queste ore, sulla faccenda del deposito unico di scorie nucleari e dell’apertura di nuovi pozzi, assistiamo da più parti ad approcci di mediazione, di estrema cautela, di ricerca del compromesso e di ambiguità tattica. Nel migliore dei casi assistiamo a chiacchiere sullo “sviluppo sostenibile” che nessuno ha spiegato fino in fondo che cosa sia.
Qui non si tratta di scegliere tra nucleare sì e nucleare no, tra deposito unico sì e deposito no, tra nuove trivelle sì e nuove trivelle no. Si tratta di decidere per un modello di sviluppo che abbia una identità territoriale, capace di mettere a valore le ricchezze materiali e immateriali della regione in una prospettiva di salvaguardia della dignità e delle prerogative della popolazione. Un modello che metta al centro non solo i diritti dei cittadini alla salute, all’istruzione, al lavoro, ma il futuro delle nuove generazioni. Dall’altra parte c’è il modello che abbiamo in gran parte conosciuto e subito e che Bardi e i suoi vogliono portare alle estreme conseguenze.
E qui torniamo alle corrette considerazioni di Piero Lacorazza: “Si affastellano ragionamenti senza piani: manca il Piano Strategico Regionale; non c’è il Piano Energetico Regionale; non c’è la Strategia Regionale per lo Sviluppo Sostenibile; non c’è l’applicazione delle normativa nazionale sulle aree idonee e non idonee; continua l’attesa per il Piano Paesaggistico…Vorrei solo ricordare che la pianificazione non è una categoria dello spirito ma una procedura con particolari caratteristiche di legge, procedimenti e processi partecipativi. Da anni manca tutto questo e quindi ci pare francamente sorprendente che il Presidente Bardi non ne abbia fatto alcun riferimento, anzi in Consiglio comunica e in Giunta rilascia le intese a nuovi permessi di ricerca per idrocarburi”
È evidente che quei piani che richiedono procedimenti e processi partecipativi sono ancora tra parentesi proprio perché mancano di chiarezza. È in quelle pianificazioni che si gioca tutto. Si faranno, o non si faranno, scelte che metteranno a nudo le reali intenzioni della maggioranza e dell’opposizione. Intanto, si cominci a coinvolgere concretamente i cittadini nel dibattito su quei contenuti: si faccia animazione politica.
C’è tempo. Anche perché tutta questa roba, ad oggi, è materia di propaganda in vista delle prossime elezioni: poco o nulla di quei piani arriverà al traguardo nei tempi sollecitati. E dunque continuiamo ad aspettare che tra i campi dell’opposizione politica e sociale qualcuno dica chiaramente ai cittadini quale modello di sviluppo, quale visione della Basilicata intende contrapporre ai sacerdoti nostrani del neoliberismo. Fare ammuina e propaganda con le mozioni in Consiglio regionale, o con l’opposizione ideologica al nucleare, è roba da dilettanti o da furbetti del consenso. La gente vuole sapere se e come ci sarà lavoro per i giovani anche con o senza il petrolio con o senza il nucleare: se e come potrà continuare a vivere in questa terra senza subire ingiustizie; se e come potrà trovare le ragioni per non emigrare; se e come potrà fidarsi di un luogo in cui valga la pena vivere e abitare; se e come potrà partecipare ai cambiamenti senza subirli, eccetera eccetera. Insomma, ci siamo capiti.
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