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La Basilicata “invisibile” del malaffare di alto bordo

La sensazione è che pezzi delle istituzioni, della politica e dell’imprenditoria si siano fatti mafia. Il mercato delle tangenti sulla distribuzione di risorse pubbliche non è mai stato così fiorente

“Fuori la mafia dallo Stato” oppure “Fuori lo Stato dalla mafia”? Possiamo considerare entrambi gli slogan, o affermazioni, centrali nei movimenti antimafia: il primo è un grido di protesta che invoca la pulizia dello Stato da infiltrazioni criminali, il secondo evidenzia la storica subalternità di parti della politica e dello Stato al potere mafioso. Lo slogan “Fuori la mafia dallo Stato” è diventato negli anni un forte grido di protesta e di richiesta di verità, spesso utilizzato durante le commemorazioni delle stragi di Capaci e di via D’Amelio. Le due vicende, Falcone e Borsellino, comunque evidenziano il ruolo che pezzi dello Stato hanno giocato nelle stragi prima e nei depistaggi dopo. I due concetti non si escludono a vicenda, ma rappresentano le due facce della stessa medaglia nella lotta alla criminalità organizzata.

Tuttavia, in Basilicata dovremmo capovolgere la prospettiva affidandoci all’espressione “Fuori lo Stato dalla mafia”. Non che l’altra non sia valida, ma qui sarebbe opportuno a questo punto della storia economica, politica e anche criminale della regione, chiarire o richiarire alcuni aspetti che sfuggono a molti.

Vi è l’emergere, più che di una subalternità, della complicità di una parte del potere politico ed economico con i linguaggi e i comportamenti tipici della borghesia mafiosa. Certo una minoranza, ma una minoranza che ha più potere della maggioranza. Linguaggi e comportamenti adottati dentro circuiti comunicativi, mediatici e burocratici a più livelli, stratificati e intrecciati.

Dal nostro osservatorio giornalistico spesso arricchito da continue segnalazioni di episodi di corruzione, di concussione, di furfanterie e abusi, emerge un quadro “climatico” preoccupante. Si badi bene, in pochi denunciano alle autorità giudiziarie, in molti segnalano episodi senza fornire riscontri ai giornalisti che per ciò spesso hanno le mani legate. Parafrasando Pasolini potremmo dire che “noi sappiamo, ma non abbiamo le prove”.

Tuttavia, il nostro osservatorio fornisce elementi sufficienti per inquadrare la crescita di un fenomeno di mafiosità molto diffuso nei gangli vitali dell’economia, della politica e delle istituzioni diversamente articolate. Riguarda sia chi agisce da mafioso, sia chi subisce l’azione dei mafiosi.

Qui non si tratta più di difendere lo Stato dalle contaminazioni criminali. Si tratta, invece, di estirpare quelle logiche di potere e quegli apparati deviati della pubblica amministrazione e dell’imprenditoria che da tempo garantiscono la loro stessa impunità e quella dei loro amici più marcatamente mafiosi.

La sensazione è che in Basilicata pezzi minoritari delle istituzioni, della politica, dell’imprenditoria e della stessa cosiddetta società civile, si siano fatti mafia. Non certo sotto forma di cosche o di ‘ndrine, ma verosimilmente costituiti in circoli di affari. Non certo con la lupara in mano e con la coppola in testa, ma certamente armati dei codici civile e penale, dei codici tributario e degli appalti. “Armi” spesso custodite negli studi di taluni commercialisti, avvocati e notai, sparsi nella penisola. Perché questa tipologia di mafia lucana ha bisogno di agire formalmente nel rispetto dei codici e delle leggi per fottere sostanzialmente i codici e le leggi: elusione fiscale, shopping delle giurisdizioni, scappatoie contrattuali.

E per farlo spesso si ricorre a forme di manipolazione sottili per intimidire chi non si presta al gioco o prova a denunciare: allusioni, sguardi, gesti simbolici o silenzi per incutere timore senza mai pronunciare minacce esplicite; frasi che, a un ascoltatore esterno, possono sembrare innocue, ma che contengono un messaggio minaccioso o un avvertimento chiaro per chi le riceve; minacce mascherate sotto forma di avvertimenti bonari, e così via.  Dovrebbe essere tutto più chiaro, adesso. Il mercato delle tangenti sulla distribuzione di risorse pubbliche e sul commercio di favori è all’apice del dinamismo, mai così fiorente dai tempi della ricostruzione in seguito al terremoto del 1980.

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