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La storia non si racconta con i fattarelli
Aldo Cazzullo

Da Camillo Benso di Cavour ai briganti Crocco e Ninco Nanco

Siamo alle solite. Cose che capitano quando i giornalisti passano dalla cronaca alla storia. Colpa anche dei suoi storditi lettori che chiedono lumi invece che a qualche buon libro ad Aldo Cazzullo. Così a Marco Nanni, da Falconara Marittima, che lo interroga sulla pace di Villafranca risponde, il 13 luglio 2026, tessendo le lodi di Cavour, non smentendo così la sua propensione a raccontare la Storia come una successione di atti eroici e fattarelli di vita paesana. Il fattarello è il dialogo tra Cavour e Vittorio Emanuele II in piemontese stretto, vero o presunto, invece che in francese, lingua all’epoca praticata a Torino e dintorni invece dell’italiano in vigore dal Po in giù.  Dialogo a dire il vero leggermente infantile oltre che poco credibile dato il carattere sanguigno di Vittorio Emanuele II.

Tra gli atti eroici ricordati da Cazzullo c’è l’intrigare continuo di Cavour tra le segreterie europee che già all’epoca si facevano i fatti nostri. L’eroismo della cugina di Cavour, Marchesina di Castiglione, e dalle sue sottane nel far sposare la causa unitaria a Napoleone III viene invece sottaciuto e dimenticato. Quali i meriti di Cavour? Aver fatto l’Italia unita monarchica, non repubblicana né federale, sotto la dinastia sabauda. In aggiunta demolì le attese dei contadini del Sud dimenticandosi della promessa sugli usi civici e della fine dei diritti feudali. Si legò ai latifondisti e proprietari terrieri del Sud che saltarono dal sostegno ai Borbone a Cavour e alla causa sabauda. Come Donato Morelli. Ad agosto 1860 Garibaldi passando dalla Calabria lo nominò prodittatore e concesse agli abitanti di Cosenza di esercitare il pascolo e la semina nelle terre demaniali della Sila. Partito Garibaldi Morelli, il 5 settembre, decretò che l’esercizio degli usi civici non doveva pregiudicare il diritto dei proprietari a far valere le loro ragioni, annullando di fatto l’editto garibaldino. Queste sono le basi della rivolta contadina detta brigantaggio. Più della monarchia Borbone a preoccupare Cavour era Garibaldi e il suo populismo, come lo chiamerebbe oggi Cazzullo.

Ricordo questo perché il sabaudo Cazzullo, alla fine del suo cimento storico, invece di chiuderla lì afferma che un uomo di tale levatura, Cavour, l’Italia di oggi non lo merita. “Infatti, non lo ricorda, e gli preferisce i briganti Crocco e Ninco Nanco”.

Ma da un nostalgico della lega bossiana, come Cazzullo, che definì la lega di Bossi centrista e riformista invece che portatrice dei miasmi più fetidi alla Unità nazionale e del razzismo tossico contro noi terroni non c’è altro da aspettarsi se non di essere uno dei tanti che, come direbbe Carlo Levi, ‘ha mai toccato questa terra se non come un conquistatore o un nemico o un visitatore incomprensivo’. La stessa Lega di oggi che, con la complicità dei sedicenti onorevoli del Sud, vota a favore della autonomia di alcune regioni del Nord a dispetto delle sentenze della Corte Costituzionale.

Non può quindi che risaltare la superficialità dei tempi di oggi, rappresentati da Cazzullo, rispetto alla profondità con cui Levi leggeva la rivolta dei briganti e la loro memoria: “Il brigantaggio non fu che un accesso di questa rabbia disperata, una cronica tendenza distruttiva, una sanguinosa epopea. I briganti difendevano, senza sapere, la civiltà contadina contro quell’altra civiltà che le è nemica, che non la comprende e che la asservisce, sradicandola. […] Perciò i contadini non potevano non essere dalla loro parte. I briganti non sono, per loro, degli eroi della storia, dei paladini, ma dei difensori della loro stessa natura, i vendicatori dei loro torti.”

Ecco la spiegazione del perché, a dispetto delle tante piazze e strade dedicate a Cavour, noi terroni ricordiamo ancora Crocco e Ninco Nanco con rispetto e gratitudine. Ma per Cazzullo e tutti gli altri ‘scrittori salariati’, come li definì Gramsci, credo sia troppo difficile da capire.

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