L’energia solare a beneficio dei lucani: ecco come fare
Limitarsi a compensare significa accettare in partenza che il valore venga estratto da pochi e chiedere loro di restituirne una piccola parte. Perché occupare suolo e deturpare il panorama se c’è la possibilità di usare i tetti distribuendo ricchezza?
Apprezzo lo sforzo bipartisan compiuto dal Consiglio regionale della Basilicata per fare in modo che lo sfruttamento delle energie rinnovabili produca benefici permanenti per il territorio e per i cittadini. Dopo l’esperienza del petrolio, è certamente positivo che maggioranza e opposizione si interroghino insieme su come evitare che una risorsa naturale lucana generi profitti altrove, lasciando alla Basilicata soltanto gli impianti e il loro impatto ambientale.
Petrolio e sole hanno qualcosa in comune: sono risorse fornite gratuitamente dalla natura. Nessuna impresa ha prodotto il petrolio custodito nel sottosuolo lucano e nessuna ha acceso il sole che illumina i nostri territori. Le imprese investono per trasformare queste risorse naturali in valore economico. Ma da questo punto in poi le somiglianze finiscono.
L’estrazione petrolifera richiede esplorazione, pozzi, centri di trattamento, oleodotti, impianti industriali e una concentrazione di capitali e competenze difficilmente accessibile ai cittadini. Per Tempa Rossa Total Energies indicava un investimento di 1,6 miliardi di euro e una produzione a regime di 50.000 barili al giorno. Il Piano energetico regionale stimava circa 130 milioni di barili di riserve certe.
Dividendo l’investimento per l’energia teoricamente contenuta nelle riserve si ottengono circa 0,7 centesimi per kWh termico. Se si considera la trasformazione del petrolio in elettricità, con le relative perdite, si arriva intorno a 1,8 centesimi per kWh elettrico. Sono calcoli necessariamente approssimativi, che non comprendono tutti i costi successivi di estrazione, trattamento, trasporto e raffinazione.
Nel nostro impianto fotovoltaico esemplificativo da 100 MW abbiamo ipotizzato un investimento di 65 milioni di euro e una produzione complessiva, in trent’anni, di circa 3,7 miliardi di kWh. Il solo investimento iniziale vale quindi circa 1,75 centesimi per ogni kWh prodotto.
La sorpresa dei numeri è che il fotovoltaico non richiede necessariamente meno capitale del petrolio per unità di energia utile. Il vero discrimine è un altro. Il giacimento petrolifero può essere sfruttato soltanto attraverso una grande organizzazione industriale. Il sole, invece, può essere raccolto da un impianto da 100 MW, ma anche dal tetto di una casa, di un condominio, di un capannone, di una scuola o di un’azienda agricola o per accendere una singola lampadina e addirittura per far funzionare una macchinetta giocattolo. È una risorsa tecnicamente frazionabile e, quindi, potenzialmente democratica.
Per questo applicare al sole la stessa logica delle compensazioni utilizzata per il petrolio è riduttivo. Nel petrolio la compensazione territoriale è quasi inevitabile: non possiamo distribuire un pozzo a ogni famiglia. Nel fotovoltaico possiamo invece distribuire direttamente la proprietà degli impianti e il reddito prodotto. Limitarsi a compensare significa accettare in partenza che il valore venga estratto da pochi e chiedere loro di restituirne una piccola parte.
Da ingegnere, però, prima dei giudizi politici sento il bisogno di verificare i numeri. Ho quindi costruito un modello esemplificativo riferito a un impianto fotovoltaico a terra da 100 MW. Lo so che agli italiani i numeri danno noia e scusate se vi annoio. Qui il modello in pdf con tutte le ipotesi di dettaglio.
Le principali ipotesi sono: investimento di 650.000 euro per MW, produzione iniziale di 1.310 MWh per MW, vita utile di trent’anni, degrado annuo della produzione dello 0,4%, prezzo medio dell’energia di 80 euro per MWh, costi di gestione di 14.000 euro per MW all’anno, finanziamento per il 70% a debito e aliquota fiscale effettiva del 28%. Ho applicato, infine, la compensazione regionale massima del 3% prevista dal disegno di legge.
Non sono previsioni riferite a uno specifico progetto. Sono ipotesi trasparenti e modificabili, utili per capire dove va il valore. E per capirlo bisogna distinguere nettamente la fase dell’investimento da quella della gestione.
La fase dell’investimento
Il CAPEX complessivo per un impianto da 100 MW impianto è quindi pari a 65 milioni di euro.
Di questi, 29,25 milioni servono per moduli e inverter e 9,75 milioni per strutture, cavi e componenti accessori. Poiché questi beni non risultano prodotti in Basilicata, nel modello il loro valore aggiunto regionale è stato posto pari a zero. Anche quando fossero acquistati attraverso un distributore locale, resterebbe in Basilicata soltanto il margine commerciale, non l’intero prezzo del componente.
I lavori civili e di installazione valgono 11,7 milioni, dei quali abbiamo ipotizzato che 8,19 milioni possano trasformarsi in valore aggiunto lucano. Per la connessione alla rete abbiamo stimato 3,9 milioni regionali su 6,5; per progettazione, sviluppo e autorizzazioni 1,82 milioni su 4,55; per terreni e opere preliminari 3,25 milioni.
Il risultato è che, su 65 milioni investiti, soltanto 17,16 milioni, pari al 26,4%, resterebbero in Basilicata sotto forma di salari, margini d’impresa, prestazioni professionali, canoni e lavorazioni locali. Circa 47,84 milioni uscirebbero invece dalla regione già nella fase di costruzione.
Anche quel 26,4% deve essere considerato un obiettivo da verificare, non un risultato automatico. Non basta che una fattura sia emessa da un’impresa lucana: occorre misurare dove sono stati prodotti i beni, dove lavorano gli addetti e dove si forma realmente il valore aggiunto.
L’occupazione di cantiere può essere stimata, con un parametro prudenziale, in circa 86 anni-persona. Non sono 86 posti di lavoro permanenti: possono essere, per esempio, 43 persone occupate per due anni o 86 persone per un anno.
La fase della gestione
Nei trent’anni considerati l’impianto produrrebbe energia per un valore complessivo di circa 296,8 milioni di euro.
Di questi, circa 42 milioni sarebbero assorbiti dai costi operativi. Sulla base delle nostre ipotesi, 21,84 milioni potrebbero restare nell’economia regionale attraverso manutenzione, sorveglianza, amministrazione e canoni dei terreni; 20,16 milioni andrebbero invece a fornitori esterni.
Le imposte sul reddito ammonterebbero a circa 45,6 milioni; gli interessi sul debito a 18,2 milioni; il rimborso del capitale preso a prestito a 45,5 milioni; la dismissione finale a 5 milioni.
Applicando per intero il tetto del 3%, il Fondo regionale riceverebbe complessivamente circa 8,9 milioni in trent’anni: meno di 300.000 euro all’anno. I flussi residui destinati agli azionisti ammonterebbero a circa 131,7 milioni. Nell’ipotesi che capitale finanziario e proprietà dell’impianto siano esterni, anche questi uscirebbero dalla Basilicata.
Complessivamente, soltanto 30,7 milioni dei quasi 297 milioni generati durante la gestione resterebbero direttamente nell’economia lucana attraverso costi operativi locali e Fondo regionale. Poco più del 10%. Oltre 170 milioni finirebbero invece a fornitori, finanziatori e azionisti esterni, ai quali si aggiungono le imposte pagate allo Stato.
L’occupazione permanente diretta è molto più contenuta di quella di cantiere. Nel modello abbiamo assunto dieci occupati equivalenti a tempo pieno per 100 MW, destinati a manutenzione, sorveglianza e servizi continuativi. È un’ipotesi da verificare progetto per progetto, ma chiarisce una caratteristica delle grandi centrali fotovoltaiche: richiedono molto capitale iniziale e relativamente poco lavoro stabile.
A questo andrebbe aggiunto, fuori dal modello finanziario, il costo-opportunità del terreno. Un impianto da 100 MW può occupare indicativamente circa 150 ettari, spesso scelti proprio perché pianeggianti, ben esposti, accessibili e vicini alla rete: qualità preziose anche per l’agricoltura. Bisognerebbe quindi confrontare i dieci occupati della centrale con la produzione e l’occupazione agricola perdute, che cambiano enormemente a seconda che quei terreni fossero destinati a cereali, oliveti, vigneti, frutteti o orticoltura. In termini di occupati andiamo da un minimo di 3 per seminativi a 40 per produzioni ortofrutticole.
Il cappotto di Napoleone
Rimane da decidere cosa fare degli 8,9 milioni del Fondo. La risoluzione consiliare indica molti obiettivi condivisibili: comunità energetiche, riduzione dei costi energetici, ricerca, innovazione, formazione, occupazione qualificata, infrastrutture, servizi pubblici e monitoraggio ambientale.
Il rischio, però, è quello del cappotto di Napoleone in Miseria e nobiltà: tutti ne tirano un pezzo e alla fine non rimane quasi più nulla. Meno di 300.000 euro all’anno, dispersi tra famiglie, imprese, ricerca, formazione, infrastrutture e servizi, difficilmente possono produrre una trasformazione strutturale.
Il problema non è soltanto l’esiguità del Fondo. È l’assenza di una scelta strategica. Se le risorse sono poche, occorre concentrarle su un obiettivo misurabile, evitando una distribuzione frammentata di piccoli contributi incapaci di cambiare la struttura economica della regione.
Purtroppo la dispersione strategica degli obiettivi è il male della politica priva di visione. Continuo perciò a considerare preferibile la proposta che ho avanzato per il fotovoltaico domestico e diffuso.
Anche in quel caso una parte significativa dell’investimento iniziale uscirebbe dalla Basilicata, perché pannelli e inverter sono prodotti altrove. Ma cambierebbe radicalmente la fase della gestione. L’energia sarebbe prodotta sui tetti delle abitazioni, dei condomìni e delle imprese, senza ulteriore consumo di suolo. Il reddito derivante dall’energia immessa in rete rimarrebbe quasi interamente ai cittadini lucani, distribuito tra migliaia di famiglie invece che concentrato in poche società finanziarie. Una stima prudenziale è di circa 854 milioni tra redditi netti e bollette evitate, e rimarrebbero anche oltre 150 milioni di imposte versate allo stato.
La differenza tra i due modelli è semplice. Nel grande impianto la Basilicata offre il sole e il territorio, mentre la maggior parte del valore della costruzione e della gestione va fuori regione; ai cittadini torna una compensazione massima del 3%. Nel modello diffuso, invece, la proprietà degli impianti e il reddito della gestione rimangono prevalentemente in Basilicata.
Il sole non dovrebbe essere trattato come il petrolio. Non dobbiamo limitarci a negoziare una compensazione per il suo sfruttamento. Dobbiamo fare in modo che siano i cittadini a raccoglierlo.
Ovviamente una cosa non esclude l’altra ma perché occupare suolo e deturpare il panorama se c’è la possibilità di usare i tetti distribuendo ricchezza e senza occupare suolo? 100 MW corrispondono a 150 ettari, 15000 tetti presenti in 15 comuni di 2000 abitanti. I tetti della regione hanno un potenziale di 2000 MW, prima di saturarli ci mettiamo un poco.
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