Logo
L’industria culturale in Basilicata: il vero stato delle cose

L’effetto “Base Zero”, la paralisi post-2019 e la lavatrice per stumenti e risorse opachi

L’analisi del comparto culturale in Basilicata richiede di depurare i dati dalla retorica istituzionale del “Made in Italy” e del “capitale della bellezza”. Se si incrociano i report economici di settore — a partire da “Io sono Cultura 2026” (promosso da Symbola, Unioncamere, Centro Studi Tagliacarne e Deloitte) — con i dati strutturali del Pil e le risultanze delle inchieste giudiziarie, emerge un quadro di oltre quindici anni di finanziamenti a pioggia, da Matera Capitale Europea della Cultura 2019, dai recenti bandi degli Enti subregionali, partecipate, e delle stutture che si occupano di gestire i fondi UE.

L’inganno delle percentuali e la finzione del “core cultura”
Il copione statistico utilizzato per celebrare la cultura si rivela identico a quello già visto per il turismo dei borghi.
L’effetto “base zero”: celebrare un aumento del +10,4% delle imprese culturali in cinque anni (2019-2024) in una regione dove il comparto era pressoché inesistente significa applicare la matematica delle briciole. Aumentare di pochissime unità il numero di micro-associazioni o partite Iva aperte unicamente per intercettare un singolo bando regionale produce un incremento percentuale a due cifre, ma lascia la sostanza economica del tutto immutata.
L’irrilevanza nei confronti del Paese e del Sud. Il report Symbola certifica che la cultura in Italia genera il 5,7% del Pil nazionale (115,8 miliardi di euro) e tocca picchi dell’8,1% nel Lazio. Nel Mezzogiorno — pur caratterizzato da ritardi storici — la Campania trascina la filiera producendo 5,9 miliardi di valore aggiunto (pari al 4,6% del Pil regionale). La Basilicata si attesta a un misero 3,5% complessivo (Spcc), collocandosi nella parte più bassa della graduatoria nazionale (davanti solo a realtà come Molise e Calabria), e addirittura all’1,9% nel “Core Cultura” reale (appena 260 milioni di euro e 4.320 occupati). Un valore irrisorio che dimostra come l’effetto propulsivo di Matera 2019 non abbia minimamente scalfito i parametri macroeconomici regionali.

Il precariato di massa. Quel 1,9% di occupati si traduce nella realtà quotidiana in lavoro stagionale, contratti a chiamata, ingaggi a ore da fame e volontariato mascherato, come in alcuni macro attrattori. Spenti i riflettori del set., festival, eventi e saggre gli operatori culturali locali tornano alla disoccupazione o sono costretti a emigrare.

Il “caso Matera”. Matera 2019 è stata venduta a livello globale come il simbolo del “riscatto del Mezzogiorno”. Tuttavia, la gestione dell’evento non ha costruito un distretto industriale o un ecosistema culturale autonomo capace di sostenersi nel tempo. Al contrario, Matera ha sofferto di un evidente condizionamento logistico: priva di collegamenti ferroviari diretti con la rete ad alta velocità, senza un proprio aeroporto e servizi su gomma moderni, la città si è aggrappata all’hub di Bari e al sistema ricettivo pugliese. Ne è derivato un turismo “mordi e fuggi”, con flussi che pernottavano fuori regione e lasciavano a Matera solo i costi dell’impatto antropico, a fronte di una spesa reale estremamente ridotta (confermata dai miseri 60 milioni di spesa straniera totale dell’intera regione).
Finito il 2019, la Fondazione Matera-Basilicata 2019 si è trasformata nell’ennesimo strumento per la gestione della spesa pubblica a pioggia, mentre i musei e i parchi archeologici dell’entroterra (da Lagopesole a Grumento Nova) continuano a soffrire di pesanti carenze organiche e strutturali, rimanendo spesso inaccessibili. La gestione dimezzata del Castello di Lagopesole, che apre per pochi giorni alla settimana, in quanto affidata ad una guadia giurata, diversamente da quanto avviene per Melfi e Venosa da parte del Mibac, testimonia l’emblema plastico del disastro gestionale di alcuni giacimenti culturali di livello mondiale presenti nel territorio. Invece di gestire con innovazione e prospettiva si procede con eventi residuali e per amici.

L’Operazione “Assedio”: oltre il precariato, la lavatrice ed il tax credit. La fragilità economica del comparto si trasforma in un rischio sistemico sul piano della legalità. L’operazione antimafia “Assedio” e le relative vicende giudiziarie hanno dimostrato che non stiamo più parlando soltanto di sfruttamento lavorativo o di fragilità economica: siamo drammaticamente oltre il precariato.
I fatti del 2024 — con l’arresto del direttore artistico della stagione estiva a Matera e le relative ramificazioni sul territorio e di Maratea e di altri terrtori si sono tradotti nel 2025 in condanne definitive in rito abbreviato comminate a Roma per oltre 150 anni di carcere complessivi a carico di 22 soggetti operanti su scala nazionale. Le motivazioni delle condanne hanno confermato come i clan avessero trasformato le produzioni audiovisive e i grandi eventi culturali in un vero e proprio bancomat criminale.
 Tax credit come lavatrice. Strumenti nati per sostenere il cinema e lo spettacolo si sono trasformati in una lavatrice finanziaria per ripulire il denaro sporco dei clan attraverso fatturazioni gonfiate, costi figurativi per service mai erogati e la cessione di crediti d’imposta fittizi.
La volatilità immateriale dei servizi. A differenza delle opere pubbliche tradizionali (dove i volumi di cemento sono ispezionabili), i festival e le produzioni cinematografiche o musicali si basano su prestazioni immateriali (direzioni artistiche, guardiania, catering, noli). Una flessibilità che rende facile il riutilizzo di ingenti capitali di provenienza illecita sotto l’ombrello formale del patrimonio culturale.

La cultura come slogan per un turismo debole e senza ricadute importanti di reddito e occupazione. Utilizzare la “cultura” come sostituto dell’industria o dei servizi essenziali è una scelta di ripiego e mistificatoria. Senza industria, anche di matrice agricola, senza sanità, senza infrastrutture e con l’80% dei giovani universitari costretti a studiare e vivere fuori regione, la cultura non si trasforma in un volano di crescita ma serve alla decrescita. Promuovere un’offerta culturale precaria e di spessore significa anche dare spazio a clan e faccendieri. Quando la cultura smette di produrre lavoro qualificato con l’utilizzo di risorse e professionalità locali cessa di essere una risorsa civica e rinuncia al suo ruolo di caposaldo di ricerca, tensione artistica, promozione e leva delle migliori risorse anche giovanili. Pietro Simonetti Cseres