Logo
La Basilicata dei borghi. L’estate è appena iniziata e sappiamo già come andrà a finire
Foto d'archivio

La sindrome della piazza vuota nel paese di Rocca Capestro in provincia di Impotenza

C’è una differenza tutta sociale tra l’estate e l’autunno nei piccoli paesi, una differenza che coinvolge la dimensione collettiva. Nelle aree interne, il passaggio dall’estate all’autunno non è solo un cambio di stagione, ma una vera e propria frattura sociodemografica ed emotiva. Mentre nelle grandi città l’autunno riempie gli spazi e accelera i ritmi, nei piccoli comuni e nelle zone rurali provoca l’effetto opposto: lo svuotamento improvviso del tessuto sociale.

L’estate ripopola per qualche settimana i paesi grazie a qualche forma di turismo, alle feste patronali e ai rientri stagionali degli studenti fuori sede. Tra fine agosto e settembre, la partenza simultanea dei giovani e di tutti gli altri genera un contrasto visivo e relazionale traumatico per chi resta. È come quando tieni in casa per settimane tutti i tuoi figli che studiano o lavorano fuori. Quella casa ti sembra il luogo della felicità. Ma appena si svuota diventa il luogo della tristezza. L’impatto emotivo è forte.

La socialità estiva si azzera. Gli spazi pubblici perdono la loro funzione aggregativa, amplificando il senso di isolamento geografico e la percezione di abbandono. L’isolamento è qualcosa di oggettivo (mancanza di servizi e non solo), ma la solitudine in autunno diventa un vissuto soggettivo, aggravato dalla consapevolezza dell’inverno demografico che avanza.

Insomma, la boccata d’aria nuova e fresca dell’estate nei piccoli paesi è un vento che ti tradisce. È come un’illusione che non vuoi riconoscere. Non ci resta che trasformare l’autunno da una stagione di abbandono a una fase di rilancio. Chi lo fa, chi ci pensa?

L’autunno e poi l’inverno potremmo raccontarli con quel solito approccio romantico e falso: “La brina e i cristalli decorano i prati e i rami delle piante nelle mattine serene”; “il sole basso crea ombre lunghe e scenografiche sulle valli e sui pendii delle montagne; “le belle serate accanto ai caminetti e la lentezza della vita quotidiana”; “i bambini incantati dai fiocchi di neve che danzano nel cielo e da paesaggi innevati già visti nelle favole”. Stronzate.

L’autunno e poi l’inverno ci raccontano di strade impraticabili, di ambulanze che non arrivano, di anziani isolati, di spazzaneve introvabili, di servizi sanitari inesistenti o inaccessibili, di scuole irraggiungibili, di frane e smottamenti, di sportelli bancari chiusi, di connessioni digitali impossibili, e chi ne ha più ne metta. Ecco, andateci voi d’inverno ad abitare a Rocca Capestro, 800 anime rinchiuse in case arroccate su una montagna dimenticata dal mondo. Altro che “belle serate accanto ai caminetti”. Però ci andate d’estate a godervi la processione, l’arietta fresca, i maccheroni e la salsiccia, la banda sulla cassarmonica e il vino fresco di cantina. A settembre chi si è visto si è visto: “saluti e baci”. Ci vada il presidente Vito Bardi a vivere in quel posto, non per qualche ora quando c’è la processione, ma in pianta stabile. Capirà che raggiungere il palazzo della Regione non è mica facile. Ma forse lo sa già, semplicemente come tanti altri preferisce l’estate all’autunno.

Rocca Capestro, in provincia di Impotenza, andrebbe serrato per lavori in corso: per dotarlo di tutte le infrastrutture materiali e immateriali, fisiche, sociali e digitali di cui ha bisogno. Costa assai? Meno di quanto costa lo spreco di denaro usato per tenere aperto il paese due mesi e chiuso il resto dell’anno. Mettete a rendimento sociale quei valori, quella cultura, quella lingua che ancora resistono. Insomma, riapritelo quando si chiamerà Rocca Liberata, in provincia di Potenza. E vedrete che diventerà un luogo della felicità, in tutte le stagioni.