Unibas: la bocciatura del Censis nel giorno degli spot
In molti corsi di laurea le aule sono così vuote che verrebbe da dire che è lo studente a salire in cattedra per fare lezione a una platea di docenti
Dove eravamo rimasti: la radiografia del collasso (in breve). Nei giorni scorsi abbiamo svelato l’inganno della propaganda regionale: mentre i canali ufficiali celebravano improbabili “promozioni” dell’ateneo lucano, i dati oggettivi dipingevano un quasi deserto.
La grande fuga: il 77% dei diplomati lucani scappa a studiare fuori regione (Svimez), impoverendo le famiglie per milioni di euro (il Drain Rate del Milan Higher Education Observatory).
Campus svuotati: l’ateneo lucano ha perso il 25% degli iscritti in dieci anni e si ritrova zavorrato da oltre un terzo di studenti fuori corso.
La trappola del lavoro povero: chi si laurea e resta sul territorio finisce per oltre l’80% fagocitato dalla giungla contrattuale di un turismo stagionale da 7.000 euro all’anno, in un contesto macroeconomico stagnante e infiltrato dal riciclaggio (DIA e Bankitalia).
Ma oggi la situazione precipita, e a certificarlo sono i nuovi dati del ragporto Censis 2026/27, i bilanci immobiliari e una campagna immatricolazioni che sfiora il ridicolo involontario.
Il verdetto del Censis 2026/2027: Unibas scivola all’ottavo posto. Il nuovo ranking del Censis (pubblicato il 14 luglio 2026) certifica ufficialmente la retrocessione dell’Università della Basilicata nella classifica dei piccoli atenei statali. L’Unibas scivola all’ottavo posto (con un punteggio di 79,0), superata e scalzata persino dall’Università di Teramo. Sotto rimangono solo Molise e l’Orientale di Napoli.
L’emorragia delle matricole: mentre l’università italiana negli ultimi dieci anni cresce del +19,8%, l’ateneo lucano viaggia in controtendenza drammatica. Dai 930 nuovi iscritti dell’anno accademico 2022/2023, si è passati agli 867 dell’anno successivo, fino ad arrivare al minimo storico di 833 immatricolati nell’ultimo anno. Una perdita netta del 10,4% di matricole in soli due anni.
La campagna immatricolazioni: “Condividi, impara, cresci” (Senza IA, ma anche senza realtà). Davanti a questo disastro, la risposta dei vertici accademici (il Rettore, i prorettori, i rappresentanti del consorzio ConUnibas e Ardsu) è una campagna promozionale che somiglia a una recita scolastica.
Presentata in pompa magna, la campagna punta sullo slogan “Condividi, impara, cresci” e i responsabili tengono a precisare, con un pizzico di bizzarro orgoglio, che “non si è fatto uso di intelligenza artificiale per i claim”. Peccato che non abbiano usato nemmeno l’intelligenza naturale per leggere i dati reali. Vantare un “92% di occupazione a cinque anni” omettendo che si tratta per la stragrande maggioranza di contratti precari e sottoinquadrati nel turismo povero (dati Filcams) non è marketing: è disonestà intellettuale. Scontare del 50% la prima rata a chi si iscrive entro luglio trasforma l’università in un discount della formazione che prova a svendere pur di fare cassa.
L’ipertrofia di cemento: un ateneo a misura di costruttori e appalti. Il Censis assegna un voto altissimo (93,0) alle “strutture” dell’Unibas. Ma questo voto non premia la modernità: fotografa semplicemente aule deserte in un gigante ipertrofico di cemento.
Le cattedrali nel deserto: l’ateneo è immobilizzato in un patrimonio edilizio decaduto e inutilizzato. L’ex dipartimento di Ingegneria di via della Tecnica è ormai un rudere affianco a quello storico le cui aste pubbliche di vendita continuano ad andare deserte. Nei vari plessi, le serre di Agraria giacciono abbandonate da anni.
La mappa della frammentazione: l’ateneo non ha un disegno organico. La biblioteca centrale è dislocata in un punto, la mensa è decentrata in un altro. A chi serve questo cemento? Questa dislocazione caotica è ostile alla vita studentesca, ma è straordinariamente redditizia per un indotto ben preciso. L’Unibas sembra un’infrastruttura progettata storicamente per generare appalti (manutenzioni, vigilanza, pulizie, ditte di ristorazione e costruttori) e progettazioni piuttosto che per accogliere studenti.
Lo spot “Qui non sei un numero”. Infatti, lo studente sale in cattedra. La retorica difensiva dell’ateneo lucano batte sempre sullo stesso tasto: “Iscriviti qui, perché nei piccoli atenei non sei un numero e hai un rapporto diretto con i docenti”. La realtà ha ormai capovolto questa narrazione, trasformandola in una barzelletta. Con appena 833 immatricolati all’anno divisi su decine di corsi di laurea, e una popolazione studentesca attiva scesa a 5.500 unità a fronte di centinaia di docenti e personale strutturato, il rapporto si è invertito. In molti corsi di laurea dell’Unibas, le aule sono così vuote che verrebbe da dire che è lo studente a salire in cattedra per fare lezione a una platea di docenti.
Questa sproporzione grottesca svela la vera natura dell’istituzione: l’Unibas si sta trasformando in un carrozzone assistenziale. I docenti e le strutture amministrative non servono più a formare la classe dirigente del futuro (che infatti scappa al Nord per il 77%), ma a mantenere in vita se stessi, i propri stipendi, le proprie cattedre e quel lucroso sistema di appalti e speculazioni edilizie descritto sopra. Lo studente lucano non è “un numero”: è solo il pretesto rimasto per giustificare il flusso di finanziamenti pubblici che tiene in piedi la giostra e la rete delle consulenze, dell’assistenza tecnica, delle collaborazioni per promozioni, premi, conferenze e via elencando. *Pietro Simonetti CSERES



